Praga e i 50 anni dalla stagione riformista

gennaio 13th, 2018 | by Annamaria Nuzzolese
Praga e i 50 anni dalla stagione riformista
Attualità

Il 5 gennaio con la nomina di Alexander Dubček a Primo Segretario del Partito Comunista Slovacco ha avuto avvio il più ampio e meditato tentativo di riforma di un Paese a socialismo reale, questo processo è stato chiamato dai media occidentali Primavera di Praga, il rifiorire di fragili libertà che sbocciavano nel clima gelido e secco. Il progetto di Dubček consisteva nel realizzare un socialismo dal volto umano mantenendo il sistema economico collettivista e affiancandovi una maggiore libertà di espressione, politica e di stampa. Nel clima della Guerra Fredda la posizione geografica della Cecoslovacchia come versante difensivo non poteva essere messa in discussione da qualsiasi tipo di apertura in senso democratico. Tra il 20 e il 21 agosto del 1968 circa cinquecento mila soldati e sette mila veicoli corazzati delle forze che avevano sottoscritto il Patto di Varsavia hanno messo fine alla stagione riformista. Dubček fu arrestato e portato a Mosca, costretto a firmare un patto con il Cremlino che portasse ad un processo di normalizzazione della situazione politica del Paese. Il popolo sceso in piazza per protestare pacificamente proclamava l’inesistenza di un pericolo controrivoluzionario chiedendo il ritiro delle truppe e la cessione dell’interferenza nelle questioni cecoslovacche. La repressione, nonostante questo appello, si fece sempre più dura, e ad ogni mossa i cittadini rispondevano non meno insistentemente. Piazza S. Venceslao era un pullulare di bandiere, la statua del santo protettore coperta di foto e fiori, volantini distribuiti alla gente con il simbolo della stella rossa resa oggetto di protesta popolare. Un carro armato a simboleggiare la liberazione dalla seconda Guerra Mondiale nella stessa piazza di un altro carro occupante, la libertà e la prigionia sullo stesso suolo. Davanti alla sede della radio, bossoli sparsi sull’asfalto, colpi ugualmente tonanti sulla facciata del Museo Nazionale. Intanto per i tremila feriti si moltiplicarono le forme di mobilitazione popolare e solidarietà spontanea attraverso la donazione di sangue e il sostegno morale che arrivava da città come Bratislava, non strettamente interessate ma comunque coinvolte nel processo storico.

La repressione e la contestuale protesta durarono molti mesi fino all’atto più drastico di queste opposizioni che confluirono nel gesto di Jan Palach, giovane universitario, che il pomeriggio del 16 gennaio 1969 recatosi in piazza S. Venceslao si cosparse il corpo di benzina e si appiccò fuoco, davanti al Museo Nazionale. I suoi quaderni poco più in là, lasciavano queste parole, che bruciavano allo stesso modo per una battaglia combattuta con le lacrime e il sangue:

Se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste con uno sciopero generale, una nuova torcia s’infiammerà.”

Cosa c’era dietro quel gesto così disperato? Spirito di immolazione per gli ideali di un giovane e libero pensatore oppure il culmine di un sistema in esaurimento, che non poteva dare le risposte adeguate alle esigenze di un popolo risvegliatosi dopo essere stato narcotizzato dalle grandi ideologie?

Gustáv Husák sostituì Dubček annullando quasi tutte le riforme attuate da quest’ultimo. Si verificò, subito dopo l’occupazione, un’ondata di emigrazione verso i paesi occidentali. Emigravano le idee, ma ancor prima gli uomini che ci credevano; Guccini nel brano dedicato agli eventi di quei mesi parla di “una città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga”. Non c’era pace, non ancora, brusii non colti, letteratura ritirata dalle vetrine dei negozi, il freddo era tornato a paralizzare, ma la fiamma, prima o poi, si sarebbe riaccesa “gridando ogni suono di voce”.