Edvard Munch: l’artista che “fece urlare” i colori

dicembre 18th, 2017 | by Asia Negri
Edvard Munch: l’artista che “fece urlare” i colori
Cultura

“…ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura.”

Edvard Munch è l’artista che meglio di tutti seppe comunicare la propria interiorità attraverso la pittura: disarmante, drammatica e potente, erede delle influenze etiche e artistiche dell’altrettanto tormentato Vincent Van Gogh. Nacque a Løten il 12 dicembre del 1863, ma crebbe ad Oslo insieme alla sua famiglia. Fin da bambino dimostrò la sua inclinazione artistica e dal 1880 decise di dedicarsi completamente alla pittura avviando la sua carriera. Dapprima, la sua formazione venne plasmata dalle lezioni del più grande naturalista norvegese, Per Lasseu Krohg; partecipò inoltre a mostre e frequentò la bohème di quella che ai tempi era ancora chiamata Christiania. Decisivi e fondamentali furono però i suoi viaggi in Europa. Nel 1885 si recò per la prima volta a Parigi, dove incontrò la pittura Impressionista e si confrontò con il contesto Postimpressionista, che gli permisero di rielaborare quegli spunti della tradizione nordica in chiave più individuale e drammatica, facendo proprio un uso antinaturalistico, ma soprattutto psicologico, del colore. Questo suo modo di dipingere e le tematiche da lui affrontate nelle sue opere lo consacrarono ad anticipatore dell’Espressionismo, nonché uno dei più grandi pittori simbolisti dell’Ottocento.

“Nella mia casa di infanzia abitavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora.”

Edvard per tutta la vita si trascinò il fardello della sofferenza e della mancanza, dello shock che da bambino subì vedendosi portare via la madre e la sorellina più piccola. Un dolore impresso a caldo nella sua esistenza, che lo tormenterà e che sarà matrice di tutta la sua produzione. Nel 1885 dipinse La bambina malata (di cui esistono cinque versioni conosciute), emblema di quel lutto e della relativa sofferenza, ma soprattutto dell’impotenza che provò di fronte alla malattia. La sorellina, ritratta mentre stringe le mani della zia, dovette arrendersi alla morte e lui insieme a lei. L’ingiustizia subita viene come esorcizzata dai continui interventi del pittore sulla tela, che raschia, gratta e su cui aggiunge nervosamente il colore.

Un ulteriore grido di dolore viene lanciato con la realizzazione di Madonna con spermatozoi (1894-1895), in cui – rappresentando uno dei più sacri temi dell’iconografia cristiana come una “donna perduta”, nuda e circondata da spermatozoi – la manifestazione di odio è in realtà la dichiarazione di un forte desiderio per quella madre che gli fu strappata via prematuramente dalla morte.

1- La bambina malata2 - Madonna con spermatozoi

 

3 - pubertàTema martellante della sua produzione è anche il mondo femminile. Le opere con  soggetti femminili sono fortemente misogine, cariche di pessimismo ed erotismo. Affronta spesso il motivo della sessualità e la donna in particolare è vista in chiave demoniaca. In Pubertà (1893), la giovane ragazzina che guarda con aria quasi assente e rassegnata il pubblico, mentre compie il pudico gesto di coprirsi, non è in realtà un soggetto indifeso: la pubertà è ciò che trasforma la sua innocenza di fanciulla in potente sessualità di donna, capace di provocare dolore e disperazione, e la cui rappresentazione è quell’oscura ombra che la bambina stessa produce contro il muro alle sue spalle.

Sempre chiara è la visione distruttiva dell’atto sessuale e della passione di Munch: l’abbraccio della donna è qualcosa di fatale, che prosciuga e consuma; la passione sessuale demolisce il buon senso e fa crollare nella colpa, nella perdita del piacere e dell’amore, sancisce la fine della gioia e l’inizio di un abbandono al tormento e alla degradazione, a cui la donna tiene ancorati e non lascia sfuggire; ciò ci viene mostrato in Ceneri (1894), in cui la donna lega a sé coi propri capelli l’uomo, che vediamo in un gesto di disperazione e pentimento, come fosse caduto in baratro da cui non può più risalire. Ne Il Bacio (1897), invece, i due amanti sono fusi in un unico corpo e in un unico volto privo di lineamenti: siamo di fronte al totale annullamento e annientamento personale scaturito dall’unione amorosa, che equivale per Munch a un atto di perdita della propria identità.

5- cenere4 - il bacio

Come precedentemente accennato, importanti furono i suoi spostamenti per l’Europa; dalla Francia andò in Germania e si trasferì a Berlino, dove il suo contributo artistico fu decisivo nella formazione della Secessione Berlinese e successivamente per il movimento espressionista Die Brücke. Qui però la sua pittura non fu apprezzata da tutti: nel 1892 una mostra scandalo nella capitale fu definita dai più un “insulto all’arte” e quindi chiusa. È da questo momento che Munch incarna la figura dell’artista ribelle e dannato, emarginato dalla società. Verso di essa, egli lanciò uno dei più spietati attacchi: molte delle sue opere sono denunce sociali nei confronti di una massa di ipocriti, che gli faceva orrore e di cui ripudiava quella falsa gioia di vivere. Vediamo, come esempio, Sera sulla via Karl Johan (1892), in cui una folla di borghesi viene rappresentata in tutti i suoi connotati (abiti ben confezionati, cilindri e cappelli infiocchettati), ma profondamente infelici, ridotti a spettri e sopraffatti da una profonda desolazione interiore per cui sono incapaci di comunicare. Sono come morti dentro, senza saperlo, mentre l’artista si rappresenta di spalle, sullo sfondo, a intraprende la strada opposta. Si è accennato come la pittura di Van Gogh influenzasse quella del norvegese; ma la più grande differenza è che in Munch non ritroveremo mai quella carica vitalistica, la appassionata comunione con la natura e quella voglia di salvezza insista nelle opere di Van Gogh: la speranza è come bandita, soffocata da un prepotente pessimismo.

karljohan

La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere.”

L’opera di Munch è una riflessione senza tregua sulle domande esistenziali che lo turbarono nel corso della sua intera vita. È pervasa dalla cultura nordica, le sue radici, in particolare quella letteraria e filosofica come i drammi di Henrik Ibsen e Johan August Strindberg, la filosofia esistenzialista di Kierkegaard e anche la psicanalisi di Sigmund Freud. Questo ci porta ad una delle ultime tappe di questo breve “viaggio” attraverso opere di questo visionario artista: L’Urlo (1893), realizzato in quattro versioni, è la sua opera più conosciuta, ma soprattutto l’apice da lui raggiunto nel tentativo di rappresentare la propria interiorità attraverso la pittura. Elemento chiave è l’uso psicologico del colore, l’abbandono totale dal naturalismo a evidenziare lo stato d’animo interiore: un’agghiacciante inquietudine che esplode in un urlo di disperazione e panico, udibile dallo spettatore che con disagio scopre essere anche il proprio. Questo è infatti l’intento: le linee fluide – come se tutto si sciogliesse e risucchiasse la figura in primo piano – e la voluta irriconoscibilità del soggetto, i cui tratti sono come annullati e deformati dall’espressione spaventata, rendono universale questo quadro. Il soggetto incarna l’intera umanità, la cui esistenza è – come quella dell’artista – tartassata dalla sofferenza e dall’insicurezza.

7 - urlo

“Non so cos’altro fare se non lasciare che la mia pena invada l’alba e il tramonto. Resto solo con milioni di ricordi che sono milioni di pugnali che mi lacerano il cuore – e le ferite restano aperte”.

La felicità non gli appartiene, non gli appartenne mai. In Autoritratto all’Inferno (1895) si rappresenta completamente nudo circondato dalle fiamme dell’Inferno e da ombre inquietanti, mentre guarda con fare di sfida lo spettatore: l’Inferno che lo aspetterà dopo la morte è lo stesso che si porta dentro in vita ed è suo dovere di artista mostrarci questa realtà. Attraverso la nudità, egli si presenta a noi completamente, con solo la sua anima che si erge con forza in questo ambiente infernale, come abituata alle sue torture.

8- autoritratto all'inferno

 

Le inquietudini e la precarietà della sua vita, che lui stesso definisce vissuta come “sull’orlo di un precipizio”, lo porteranno all’alcolismo e a subire un crollo psicologico. Venne ricoverato in alcune case di cura tra il 1908 e il 1909, soffriva probabilmente di attacchi di panico. Scelse poi di ritirarsi gradualmente dalla vita sociale, rifugiandosi ad Ekely, la proprietà da lui acquistata ad Oslo, fino alla sua morte nel 1944.

 “La mia pittura è in realtà un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. È, dunque, una forma di egoismo, ma spero di riuscire grazie a lei ad aiutare gli altri a vedere chiaro.”