C’era una volta Nelson Mandela

dicembre 11th, 2017 | by Irene Marchi
C’era una volta Nelson Mandela
Attualità

Unità nella diversità. Il motto del Sudafrica rappresenta l’eredità di uno dei grandi eroi del Novecento, secolo tristemente abituato all’ascesa di dittatori e agli stermini di massa: Nelson Mandela. Il peso che grava sulle sue spalle, sulle sue rughe, sui suoi occhi liquidi, è quello di 27 anni di prigione. 27 anni da detenuto nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Robben Island. 27 anni trascorsi nell’ambizione di una società libera e democratica.

L’uomo che viene rilasciato l’11 febbraio del 1990 non trasmette rancore, rabbia, odio. Con i flash che rimbalzano sugli occhi lucidi, alza il pugno al cielo in segno di vittoria. Nonostante gli anni rubati, Madiba rinuncia a una strategia violenta e vendicativa contro i suoi oppressori per promuovere la riconciliazione, tenendo fede al primo discorso da cittadino libero tenuto a Città del Capo: “In tutti questi anni mi sono battuto contro il predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei neri. Ho perseguito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutti possano vivere insieme in armonia e con pari opportunità.”

Nelson Mandela diventa presidente dopo le prime elezioni libere e aperte a tutta la popolazione del Sudafrica. E s’impegna davvero per raggiungere il suo obiettivo. Durante il suo governo, la ricchezza media personale degli africani aumenta del 93%, i neri conquistano gli stessi diritti civili dei bianchi, la libertà di stampa si trasforma in realtà, aumenta la scolarizzazione. Il piano contro l’AIDS, dove viene stabilito per la prima volta che le persone infette non devono subire alcun tipo di discriminazione, si rivela inefficace, tanto che le vittime raddoppiano. Un errore riconosciuto da Mandela stesso che, dopo il congedo, concentra tutto il suo impegno per contrastare il virus. Madiba muore il 5 dicembre del 2013: cos’è rimasto di lui?

Il Sudafrica è sospeso tra luce e oscurità, bianchi e neri, ricchi e poveri. Sotto i riflettori si reggono i grandi manager di Città del Capo, bianchi benestanti e fortunati custodi della quasi totalità della ricchezza nazionale. Dietro le quinte si nasconde una ragazza nera, che vive con la madre e la sorellina ed è disoccupata. L’unico modo per guadagnare il necessario per vivere è la prostituzione. Questi due esempi estremi non sono una fotografia troppo infedele della situazione attuale: un Paese dove i pari diritti sono stati raggiunti, ma il tasso di disoccupazione fra i neri è del 39% e i bianchi guadagnano 5 volte di più.

L’apartheid è finito nella forma, ma è ancora vivo nelle menti della popolazione. L’integrazione non si è ancora compiuta, come dimostra Città del Capo, l’unica grande metropoli in cui i bianchi non sono una minoranza e l’Alleanza Democratica, formazione alla quale si sono uniti diversi esponenti del vecchio Partito Nazionale pro-apartheid, è al governo. La città rappresenta ancora l’ultimo bastione di quell’antico regime di sangue. La maggioranza dei neri vive nelle baracche in periferia, ben nascoste dalla Città del Capo nota ai turisti, quella dei bianchi.

Un enorme castello di ricchezza e benessere che si rifiuta di riconoscere i sintomi di un passato che rischia di bussare di nuovo alla porta. Il partito di Mandela, l’ANC, quello che ha segnato la fine dell’apartheid, continua a perdere consensi, sempre più coinvolto negli scandali di corruzione e sempre più lontano dall’ideologia del grande leader. La disuguaglianza sociale ha conosciuto, negli ultimi anni, un nuovo e preoccupante aumento, che ha permesso la diffusione fra la popolazione dell’idea che anche se si muore di fame si sta sempre meglio rispetto al ’93. Qual è stato allora lo scopo di 27 anni di prigione?

Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”. Un insegnamento importante che Madiba ci ha trasmesso è la pazienza. Il Sudafrica del post-apartheid deve ancora crescere, ma i segnali positivi non sono inesistenti. Il processo a Oscar Pistorius, il celebre campione paralimpico colpevole di aver ucciso la fidanzata, ha visto una giudice nera, Thozokile Masipa, tenere testa e condannare un uomo bianco. Allo stesso modo, il recente scandalo dell’attuale presidente Jacob Zuma, accusato di aver usufruito dei soldi pubblici per migliorare la sicurezza della sua villa privata, è stato scoperto da un’inchiesta di un’avvocatessa nera, Thuli Madonsela, e ripreso da più testate giornalistiche, che hanno criticato aspramente il governo, dimostrandosi libere e indipendenti.

Ho imparato che solo dopo aver scalato una grande collina, uno scopre che ci sono molte altre colline da scalare.”