La solitudine nel simbolismo di Enrico Ruggeri

dicembre 10th, 2017 | by Luca Bertoloni
La solitudine nel simbolismo di Enrico Ruggeri
Cultura

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 entra in scena nella storia della canzone italiana la cosiddetta seconda generazione dei cantautori che, secondo Paolo Talanca, afferma il periodo maturo dell’età grammaticale della canzone d’autore, in cui il nuovo linguaggio, dopo la codificazione dei primi cantautori, diventa maturo, potendo così espandersi e sperimentare. Quest’allargamento ricco di novità riguarda anche la lingua: i tratti di assorbimento del parlato e di avvicinamento alla poesia, a cavallo tra questi due decenni, diventano sistema, e vanno così a definire il nuovo standard canzonettistico. Tantissimi sono gli autori e cantautori che, scrivendo, permettono la codificazione di questi nuovi stilemi, offrendo stili e procedimenti differenti e diversificati tra loro; Lorenzo Coveri, a tal proposito, afferma che questi anni sono caratterizzati da una «fuga da un linguaggio quotidiano attraverso soluzioni varie».

Tra queste soluzioni, un caso particolarmente interessante è quello di Enrico Ruggeri, cantautore di spirito pop-rock, ma al contempo autore di brani di grande rilievo. Il suo stile può essere definito simbolista, poiché carica di significati emblematici i paesaggi, gli oggetti ed il mondo esterno; i significanti nella maggior parte dei suoi brani non vengono quindi associati solo ai loro referenti abituali, ma denotano anche stati d’animo, eventi simbolici o condizioni; i testi si prestano quindi a più di una lettura, reale e simbolica. Un ottimo esempio a tal proposito è il brano Il mare d’inverno, scritto da Ruggeri per Loredana Bertè e pubblicato nel 1983: il linguaggio del brano è figurato, anche se le parole sono tutte legate a sfere semantiche materiali e reali («mare», «alberghi», «manifesti», «macchine», «radio», «giornali», «discoteche», ecc…); le strofe del brano sono costruite accostando poche immagini giustapposte tra loro, in una sintassi tendenzialmente nominale, ossia priva di verbi finiti in frasi principali («alberghi chiusi, / manifesti già sbiaditi di pubblicità»; «nuove avventure, /discoteche illuminate piene di bugie»), immagini che descrivono nella prima strofa l’ambiente del mare durante l’inverno, nella seconda strofa invece il passaggio dall’inverno alla stagione estiva («passerà il freddo»). La lettura metaforica di ogni immagine del brano è resa possibile dall’incipit, che contiene una metafora che dà la chiave di lettura a tutto il brano («Il mare d’inverno / è come un film in bianco e nero visto alla tivù»): il mare d’inverno diventa così simbolo e imago della solitudine umana, con la sua profondità, cupezza di colori e movimenti violenti causati dal vento; il continuo rispecchiarsi tra interiorità dell’io e mondo esterno è evidente nel ritornello, ed è reso ancora più marcato dalla presenza del pronome personale («questo vento agita anche me»).

Il lungomare di Barcellona, dicembre 2017, foto di Giulia Critelli.

Un altro brano costruito sulla possibilità di una lettura simbolico-allegorica e figurata è Il portiere di notte, pubblicato nel 1986, a tre anni di distanza dalla precedente. Protagonista è ancora una volta la solitudine, costante tematica dei testi di Ruggeri; il sentimento è questa volta personificato dalla figura di un portiere notturno di un albergo che, incontrando persone diverse ogni sera, conosce una prostituta di cui si innamora, e con la quale fantastica una fuga d’amore. La figura del portiere era già presente in Albergo a ore, canzone francese tradotta da Herbert Pagani e resa celebre da Gino Paoli agli albori della rivoluzione dei cantautori, ma qui la scena è completamente differente: il brano è infatti un monologo interiore ad alta voce del portiere, che sogna ad occhi aperti. Il lessico è sempre materiale e legato all’ambiente circostante («stanze», «luci», banco», «bere», «camere», «asciugamano»), ma si lascia andare a metafore più esplicite («la porterò nel vento», «prenderemo il largo»); il portiere è emblema della solitudine dell’uomo costretto a vivere passivamente la sua vita, ma anche dello stesso artista, che vede ogni sera passare volti diversi nei suoi concerti, ma che, nella sua stanza di notte, si trova solo con la sua solitudine. Questa tematica, a partire dagli anni ’80, è decisamente abusata dai cantautori, ma la costruzione di Ruggeri, con immagini simboliche in cui trasferire i propri sentimenti, con un processo inferenziale che tocca tutto all’ascoltatore, che deve quindi essere bravo a cogliere i segnali presenti nel testo, risulta decisamente originale. Trattandosi di un monologo interiore, inoltre, la canzone si apre con un incipit evocativo (E vanno via / e non tornano più, /non danno neanche il tempo di chiamarli»); il titolo del brano diventa quindi fondamentale, almeno fino al sopraggiungere dell’inciso (non si tratta di un vero e proprio ritornello, perché il testo cambia), per la comprensione di quanto si sta ascoltando. La lingua e il testo quindi si ritagliano nella canzone il proprio spazio, richiedendo un ascolto non più immediato ma ragionato, dando così all’ascoltatore la possibilità di una fruizione a più livelli, possibile grazie alla figurazione simbolica delle immagini testuali. Questa tendenza di linguaggio, che negli anni ’80, come si è notato, ha una forte pregnanza semantica, si svilirà mano a mano nel corso della storia della canzone, fino a diventare una vera e propria icona semanticamente vuota; la canzone cercherà allora strade e strategie nuove per veicolare i suoi significati.