Intervista a Roberto Vecchioni

dicembre 2nd, 2017 | by Luca Bertoloni
Intervista a Roberto Vecchioni
Attualità

Nel cortile dell’Aula Weber, di CIM e Scienze Politiche, nella stupenda cornice di Via Luino, aleggia nell’aria odore di sigaro toscano. È il momento della pausa tra la prima e la seconda ora della lezione di Roberto Vecchioni, docente di Forme di poesia in musica. Nell’eterno dibattito tra semplice e banale, tra sciatto e fine, tra svalutazione e adattamento, la posizione di Vecchioni è decisamente singolare: di formazione classica (insegnante per tanti anni di greco e di latino all’Università e al liceo), è fervido sostenitore della cultura pop, intesa come un nuovo paradigma culturale, che non contrappone più, adornianamente parlando, la cultura bassa e quella alta, ma che comprende al suo interno spinte sia dal basso che dall’alto, e che si realizza in prodotti come le canzoni, in particolare le canzoni d’autore.

Vecchioni fuma il sigaro e chiacchiera con i ragazzi; quest’anno tiene un corso monografico su se stesso, sulla propria poetica in canzone. Così gli studenti apprendono che nelle canzoni del professore trovano spazio Rimbaud e Van Gogh, Leopardi e Cervantes, Wislawa Szymborska e Pessoa, ma anche Euripide e Sofocle, Omero e Saffo, e molto altro. Un coacervo culturale che potrebbe tanto sapere di minestrone fatto con gli avanzi del giorno precedente, ma che nella forma sincretica della canzone trova un equilibrio notevole, in modo che vicende personali dell’autore si intersechino perfettamente con le storie di Alessandro Magno o coi racconti di Borges, o che Che Guevara diventi alter-ego biografico dello stesso Vecchioni. Qualcuno direbbe che questa è “alta canzone d’autore”, per qualcuno forse si tratta invece solo di uno “pseudo-scimmiottamento della letteratura (che resta invece ben altra cosa)”; forse invece si tratta semplicemente di una nuova categoria estetica, la canzone, emblematica della cultura pop, che non si inserisce nettamente nella cultura alta o in quella bassa-popolare, ma che si prende un suo spazio nella nostra società odierna, e che come tale meriterebbe di essere considerata, vissuta, studiata, forse anche insegnata.

Roberto Vecchioni presenta il suo penultimo romanzo Il mercante di luce all’Università di Pavia, alla presenza del rettore Fabbio Rugge. Foto di Riccardo Bertoloni.

Abbiamo incontrato Vecchioni, che ci ha regalato una bellissima chiacchierata.

Professore, lei è uno dei padri della nostra canzone d’autore, teorico della canzone, ma anche scrittore e docente universitario. Cercando di sfatare un vecchio mito molto diffuso nella vulgata, secondo lei che tipo di rapporto intercorre tra i testi di canzone e i testi poetici? Sicuramente parliamo di due testi completamente differenti tra loro, giusto?

La domanda non è questa, sono testi poetici sia quelli della canzone che quelli della poesia; la domanda dovrebbe essere sulle differenze nella semantica, nella struttura dei testi di poesia e di canzone. Sono indubbiamente diversi, lo ha detto benissimo Bob Dylan, quando finalmente ha scritto qualcosa per accettare il premio Nobel, spiegandone benissimo la differenza. Personalmente, quando scrivo io non penso mai di fare o non fare poesia, io scrivo sentimenti che vanno bene come musicati, e che arrivano perfettamente così alla gente.

La differenza quindi potrebbe essere nel testo che viene scritto per essere letto e nel testo che viene scritto per essere cantato?

Certamente, e le differenze sono grandi. La canzone concentra, mette tutto insieme, è rapida e veloce, come un fulmine; la sua idea ti deve arrivare subito, le metafore devono essere accettabili e comunicare all’istante, devono attivare dei link evocativi molto più diretti e facili rispetto alle metafore poetiche; la poesia invece gode di una libertà immensa, ha una sua ritmica e notazione interna, per cui non ha bisogno di musica, ed è molto più astratta: parte da dove vuole, non ha tempo e spazio, e spesso c’è da fare uno sforzo per capire qual è il suo centro; in una canzone invece il centro lo capisci subito.

A questo proposito, lei recentemente è intervenuto a Sanremo al convegno sui Cantautori a scuola alla presenza del Ministro dell’Istruzione. Partendo proprio da queste differenze tra i due tipi diversi di testi, pensa che la canzone possa entrare, anche in forma istituzionalizzata, nei programmi scolastici e nelle scuole?

Deve entrare, e deve farlo per tante ragioni. Adesso purtroppo è trattata malissimo.

E poco.

Certo, inoltre viene concepita come cultura di serie B e di serie C, anche perché c’è gente che non entra nel merito di queste cose, a cui non frega nulla, che parla per sentito dire e critica malissimo; per fortuna abbiamo anche dei critici in gambissima.

Mi vengono in mente Paolo Jachia e Paolo Talanca, tra i tanti.

Ma non solo! Anche i più bravi giornalisti di Repubblica e de La Stampa sanno benissimo cos’è la canzone, soprattutto la canzone d’autore. Ai ragazzi farebbe benissimo studiarla, perché è il modo più diretto per entrare in un linguaggio evocativo, che li può aiutare a comprendere anche il linguaggio della poesia stessa.

Anche perché forse la poesia è percepita oggi, soprattutto dai giovani studenti, come lontana.

Molta poesia non solo è percepita così ma è molto lontana oggi, e sono i poeti a voler essere lontani, ed è quello il peccato grave.

Rischio che secondo lei non corrono anche i cantautori?

I cantautori a volte sono meschini, ma spesso sono dei grandi comunicatori, e questo è l’importante. Oggi siamo in un mondo di comunicazione, in cui bisogna comunicare i sentimenti, senza scendere o abbassarsi ad un linguaggio mediocre o facilone; la canzone d’autore però non ha questo linguaggio, ma deve comunicare! Non puoi scrivere e dire: “se mi capisci bene; se non mi capisci, chissenefrega!”

Per comunicare quindi devi essere chiaro?

La canzone d’autore deve comunicare, e comunica; dà veramente il peso, il polso e il senso di quella che è la realtà oggi, la realtà dei ragazzi, la realtà della vita.

Un momento dell’intervista, foto di Andrea Marchesi.

A proposito dell’oggi, negli ultimissimi anni lei ha pubblicato due romanzi, un disco di inediti e un disco di canzoni “per i figli”: quali sono i progetti di Roberto Vecchioni oggi?

Oggi sto lavorando ad un importante progetto sociale, a cui hai accennato tu prima: sto lavorando con molta altra gente, anche con gente che conta politicamente, perché la canzone entri nelle scuole, a partire dalla scuola media, anche solo un’ora ogni tanto. Il problema è: Chi la insegna?

Il problema è infatti nel tipo di linguaggio che utilizza la canzone, e quale rapporto intercorre tra il linguaggio della poesia e quello appunto della canzone.

Un professore di lettere da solo non può insegnare le canzoni; può insegnare le parole, ma non sarebbe giusto; una canzone è fatta sia di musica che di parole! Servirebbe probabilmente una classe di concorso apposta, che formi insegnanti di questo tipo, perché è troppo importante che il linguaggio poetico della canzone d’autore possa entrare nelle scuole: fa bene allo spirito, al morale dei ragazzi, e anche alla morale.

Una domanda squisitamente musicale: visto che lei è l’unico cantautore italiano ad aver vinto tutti i premi della musica italiana, dal Festival Bar a Sanremo, cosa pensa della scelta di Claudio Baglioni come direttore artistico del prossimo Festival? Forse è un po’ un pettegolezzo questo…

No, non è un pettegolezzo, sono contentissimo! Perché Baglioni è una persona serissima, bisogna conoscerlo; è una persona attenta, capace, pignola, e culturalmente degno di questo compito, nonché una persona che ha un gusto musicale sopraffino, per cui ho molta stima di Baglioni!

Può fare un saluto ai ragazzi che da tanti anni lavorano per Inchiostro?

Beh ragazzi, un abbraccio a tutti! Sarebbe bello trovarci tutti insieme per chiacchierare una volta di queste cose, per me sarebbe un grande piacere!

Vecchioni finisce così il suo sigaro, e torna in aula, dove deve commentare La stazione di Zimà; forse non ci rendiamo conto di aver incontrato quello che l’italianista e studioso Francesco Ciabattoni definisce uno dei «più colti e raffinati cantautori italiani». Si tratterà davvero di cultura di serie B, o di un nuovo paradigma pop, che dialoga con letteratura, arte e poesia? Quello che è certo è che, ascoltando per esempio La stazione di Zimà, i sentimenti arrivano, ed affiorano decisamente intensi. Provare per credere.