Le polaroid take away di Alessandro De Santis

novembre 27th, 2017 | by Demetrio Marra
Le polaroid take away di Alessandro De Santis
Letteratura

«Alessandro (De Santis, metto il cognome tra due fette di pane perché un poeta, sì, tiene alla memoria, ma di più ha urgenza del nome suo per costruire la propria, irripetibile leggenda – assumendosi il rischio della sconfitta) si prende amorevole cura di incendiare le polaroid. Le poesie da lui messe a mangiare dentro scatolette di conserva, come se le parole fossero cadaverini pasoliniani, pure spuntati da trincee ungarettiane, rassomigliano molto a delle polaroid non pop, bensì sporche di fango e ringhiere arrugginite […]». Così la prefazione di Aurelio Picca a Metro C, l’ultimo libro di De Santis per Manni Editore (2013). E così ancora, in altre parole, Mario Benedetti nel Dodicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea parla di un «fotografare» con «la brevità, la leggerezza e l’apparente assenza di emozioni».

De Santis è d’accordo, forse, a patto che le poesie non vengano sempre «strappate», ma portate a casa. La sua poesia scatta delle «polaroid, sì, ma da asporto, diciamo take away». A questo punto il sorriso di Flavio Santi coglie il punto del discorso: «ho trovato leggendo i tuoi testi del comico, non mi fraintendere: quella punta di ironia così difficile, così ardua da trovare nella poesia contemporanea». Parlava sicuramente di Fontana Candida

Ore 11, 45. Torno subito. Finalmente parte il fax

Gli occhi di Rachid sono 
neri come il bitume
brulicano intenzioni
Vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio
o solo chiederti se ti serve qualcosa
offrirti della sambuca che ti bruci la gola
Ma tu vuoi una postazione internet
un occhio miotico sul mondo
Pigi i tasti nero fondente in progressione
e senti i canti del Ramadam salire su da youtube
come l’acqua per la pasta quando bolle.

E parlava allo stesso modo dell’«uomo senza braccia» che «non cerca appigli», che «non ha motivo d’essere | quell’albero potato | senza rami» (Torre Maura). Un’ironia che familiarizza, una stretta di mano con scossa, un cenno amichevole del capo. Allontaniamoci però, con fermezza, da una poesia empatica, moralista: la sua insistenza sull’onomastica dei personaggi e sulla toponomastica – nonché su una certa cronologia a posteriori – della Metro romana (il libro è uscito molto prima della conclusione dei lavori, quasi una profezia d’ironia) è quasi una stretta biunivoca, una «richiesta d’aiuto» (come ha suggerito De Alberti dal pubblico), aggiungo io senza benefattori, senza che possa essere soddisfatta. Forse una poesia «sulla fiducia»: «complimenti» interrompe Massimo Bocchiola, che ha dovuto lasciare il campo prima della battaglia e «sulla fiducia», certo, si è complimentato. Un discorso fiduciario sulla realtà, un accordo di patetismo.

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All’origine, una certa musicalità: ab ovo per Piersandro Pallavicini, che allude ad un certo progressive rock. Che si tratti di un genere particolare non è veramente importante, purché sia la musicalità il centro. Una musicalità (o una «musica», avrebbe preferito Caproni) annunciata d’inconscio fin dal titolo, spazio e ritmo (spazio e tempo…): metro, congestione classica di soddisfazione audio-visiva. Una trama di quasi-rime, iterazioni complete e annunciate, enjambement talmente forti da dividere i componenti essenziali sintattici di una relativa, è nel progetto di Giuochi Istmici, epilogo della raccolta:

Ore 12, 12. C’è pure la lirica. Le scarpe scendono

Sei, i gradi di separazione 
tra un trivellatore e un centurione
e ferri, cocci, e materiali
Si scava verso un fondo 
che fondo non è mai
e quando il gran lavoro
(s’) appressa al taglio-nastro, 
ossa e occhiaie vengon fuori
e la gente scalpita, 
mescola da bere col ricordo,
in un banchetto scomodo, 
dove il rumore di fondo è un 
ballo felice e rovinoso. 

Nel progetto, chiaramente, dell’intera raccolta. Nell’epoca in cui la poesia, il «poetico» sarebbe ovunque secondo la vulgata (drammaticamente e ottimisticamente, puntualizza Flavio Santi), tanto in un disegno emotivo quanto in una canzone, Alessandro De Santis incornicia chiunque, in qualunque luogo, in qualsiasi ora per familiarizzare e per dire altro, per annunciare con una solida ma implicita metaforicità che c’è un qualcos’altro, declinato in un certo modo (una certa cadenza musicale): è la poesia («Non si tratta soltanto del piano dell’immaginare e dell’intendere ma in toto di un solido impianto stilistico-retorico», Benedetti).

Osteria alle Carceri, 26.11.2017. Ospita Andrea De Alberti. Flavio Santi introduce Alessandro De Santis.