416 bis:ogno di combattere

novembre 26th, 2017 | by Annamaria Nuzzolese
416 bis:ogno di combattere
Attualità

La mafia non esiste.

Sono gli anni ’80 e per le strade la vita puzza di morte, nel putridume del grande stragismo, tra le fila del terrorismo nero e di quello firmato Brigate Rosse, tra i complotti di matrice internazionale, non fanno testo i morti ammazzati, senza colpe, né colpevoli. La mafia è una parola vuota che non provoca eco, tanto tra gli esplosivi dell’Alfa Romeo nella borgata di Ciaculli, quanto nel colpo sordo diretto al magistrato Terranova e al maresciallo Mancuso. La mafia è la stretta di mano che nessuno ha visto, i fiori sulla bara del sindaco gentile Marcello Torre, la fantasia del pizzo nei paesi e il silenzio religioso ai funerali di De Mauro, Mattarella, Impastato, Costa e gli altri figli dello stesso destino.

Perfino il 30 aprile 1982 è assente tra i banchi di scuola dell’omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, per questo è stata così dura ammettere la sua presenza nelle raffiche di Kalashnikov AK-47 il 3 Settembre dell’82, quando moriva con Dalla Chiesa “la speranza dei palermitani onesti”.

Il percorso tracciato dal Collegio S. Caterina da Siena non si arresta nel suo ambizioso intento di dare un volto a quello che è stato, e purtroppo è tuttora, la fenomenologia e il fenomeno delle mafie. A trentacinque anni dalla legge Rognoni-La Torre sulle poltrone della Sala Magenes sono stati presentati e ringraziati dalla rettrice Giovanna Torre preziosissimi ospiti e testimoni quali il giurista e politico Virginio Rognoni, Franco La Torre, storico e saggista, e Nando Dalla Chiesa, sociologo all’Università degli Studi di Milano.

Prima del 13 Settembre dell’82, giorno di approvazione della legge in Parlamento, era in vigore  l’articolo 416 del Codice Penale che riconosceva le associazioni per delinquere, senza indicare lo stampo mafioso introdotto dalla 416 bis, e le successive implicazioni di confisca patrimoniale. La rivoluzione copernicana messa in atto da questa legge è stata innanzitutto il riconoscimento di uno stato di cose che aveva messo in ginocchio il Paese e che per motivi ovvi non poteva essere più oscurato. Ma soprattutto il delinearsi progressivo di una figura meno nebulosa, l’iniziare ad indagare le fattezze e metter giù, come in un ritratto, il bozzetto, le linee guida. Si ritiene, per la prima volta, inaccettabile che un gruppo organizzato possa “gentilmente concedere” quelli che sono sanciti come diritti inalienabili dell’individuo. La guerra alle mafie è innanzitutto definita come valore assoluto della difesa della democrazia attraverso la custodia e la tutela dell’esercizio del diritto al pieno sviluppo della personalità dei cittadini, senza impedimenti di nessun tipo. In quegli anni l’inchiesta si allarga; nel giugno dell’82 viene pubblicato il “rapporto dei 162”: una nuova mappa del potere mafioso a Palermo, che dà origine a 87 mandati di cattura e 18 arresti, evidenziando anche le commistioni tra mafia e politica. Le implicazioni con la politica sono imprescindibili, non tanto per la presenza degli “uomini del palazzo”, come li ha definiti Scalfari, ma più che altro per la stima che la mafia ha di se stessa tanto da trattare le condizioni di resa solo quando si vede sconfitta sul piano “istituzionale”. Rognoni sottolinea quanto la forza di queste associazioni risedeva nel possesso della “roba”, la stessa di cui parla Verga, ovvero i mezzi utili per lo sviluppo, sistematicamente sottratti ai cittadini o elargiti in cambio di “favori”. La mafia non si mostra mai come tale, è un gentile consiglio sussurrato all’orecchio, difficile da sentire se non si ha a un centimetro dal viso. Intenso e commovente anche il ricordo, attraverso le parole del figlio, del generale Dalla Chiesa che ha saputo accarezzare l’anima della gente, tirando fuori il coraggio di riprendersi il proprio spazio di libertà, da tempo rinchiuso dietro le sbarre dell’intimidazione. In un’altra prigione, non meno scomoda era stato rinserrato Aldo Moro, Segretario della Democrazia Cristiana nel ’76 legato a Dalla Chiesa da un tragico numero; i suoi 55 giorni di prigionia sono lo stesso numero di anni che il generale non ha potuto festeggiare.

Quel prefetto che aveva l’abitudine così inusuale di muoversi tra le scuole, lì dove nasceva la coscienza e la resistenza, dove proliferavano ancora sogni bambini, troppo grandi per stare nei cassetti, dove aveva sconfitto il potere come sostantivo e lo aveva insegnato come verbo : “poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose”.

La mafie in quegli anni sono delle ombre, sempre attaccate alla punta delle scarpe, che seguono il corso della giornata per allungarsi ed accorciarsi, ma a mezzogiorno le ombre svaniscono e in Sicilia si sa, il sole è sempre stato più forte.