55 anni di Diabolik: finta intervista al vero Re del Terrore

novembre 22nd, 2017 | by Luca Carotenuto
55 anni di Diabolik: finta intervista al vero Re del Terrore
Fumetti

Ho comprato un numero a caso di Diabolik in edicola, dopo due anni di irregolare astinenza: “Nessuno è innocente” questo il titolo della storia al suo interno firmata da Roberto Altariva e Riccardo Nunziati. Una classica storia pulp a tinte fosche dove il nostro protagonista, nel tentativo di derubare una ricca famiglia benestante, si scontra con gli intrighi della stessa. Bella, avvincente e pure divertente nei suoi aspetti più assurdi. È il 2017, Diabolik compie 55 anni e il prossimo mese nelle edicole di tutte Italia sarà possibile comprare il suo albo numero 850. In un panorama fumettistico sempre più dominato dalle pubblicazioni internazionali, americane e giapponesi su tutti, è bello sapere che anche il nostro paese, non solo si difende bene ma riesce pure a costruirsi un proprio spazio all’estero. Diabolik è tradotto e pubblicato in quasi tutta Europa ed è conosciuto pure nelle due Americhe. Non male davvero. Noi di Inchiostro, per festeggiare questi suoi primi 55 anni di vita editoriale, abbiamo deciso di intervistare il protagonista in persona. Sappiamo bene che molti di voi bolleranno questa intervista come “impossibile” ma del resto lo erano anche quelle di Italo Calvino e nessuno allora ebbe da ridire. A noi piace di più il termine “diversamente possibile” poiché chi legge le sue storie prima o poi finisce col conoscere il personaggio forse anche meglio di chi lo scrive. E allora, via con le domande!

Dunque signor… Diabolik, posso rivolgermi a lei così o preferisce qualche altro appellativo?

Solo Diabolik grazie. Nel mio lavoro un nome è efficace quando sa essere essenziale e inquietante allo stesso tempo. Qualunque appellativo o prefisso sarebbe superfluo oltre che inutile o pericoloso…

Certo, comprensibile. Immagino quindi che chiederle “chi è Diabolik” sia anch’esso inutile o pericoloso…

Può farlo se vuole ma le risponderei come risposi a Ginko nel 1968, quando entrambi prossimi alla morte ci confidammo i nostri più oscuri segreti. Lui mi chiese “Diabolik, chi sei?” e io gli risposi tranquillamente “non so chi sono”.

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Bella risposta evasiva…

Non era una risposta evasiva e io di evasioni me ne intendo. I miei primi ricordi sono legati al duro apprendistato alla sopravvivenza nell’isola sperduta nell’oceano in cui sono cresciuto. Stando a quello che mi raccontava “King” capo di una banda di malavitosi e la cosa più vicina a un padre che abbia mai avuto, io ero l’unico sopravvissuto di un terribile naufragio. King mi trovò in fasce assieme ai miei documenti di bordo e furono questi a quanto pare a convincerlo a tenermi con sé. Sono stato istruito nelle scienze e nelle conoscenze tecnologiche ma anche nella lotta e nella caccia. Abilità che mi sono tornate utili per uccidere lo stesso King, reo di aver assassinato e imbalsamato una pantera che viveva sull’isola alla quale ero molto affezionato. Una pantera di nome Diabolik. Ad ogni modo può sembrare strano detto così ma sono cresciuto in un ambiente multiculturale. Nella banda di King c’erano scienziati, meccanici, ingegneri e chimici. Ancora adesso la chimica è una delle mie grandi passioni. Quella chimica che mi serve per creare le mie maschere infallibili.

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Mi scusi ma com’è possibile che una persona cresciuta in un “ambiente multiculturale”, come lei afferma, abbia scelto la strada del crimine?

Non vedo il controsenso tra le due cose. Le conoscenze, specialmente quelle di tipo tecnico-scientifico che mi sono state impartite non hanno nulla a che fare con la morale. Inoltre non deve dimenticare il contesto nel quale sono cresciuto. Quella di King era una banda di malavitosi che mi ha insegnato solo due cose: come uccidere e non farsi uccidere. Tutto il resto è stato funzionale alla mia sopravvivenza al di fuori dell’isola. Non ho mai conosciuto il giusto e lo sbagliato ma solo il brivido della caccia e il sapore della preda ghermita.

Però ha conosciuto l’amore e anche duraturo. Come descriverebbe il suo rapporto con Eva Kant e in generale con le donne?

Ah Eva… non pensavo mi sarei mai innamorato e in questo modo. Eva non è certo la prima donna della mia vita ma sono piuttosto sicuro che sarà l’ultima. Conobbi Eva quando fui arrestato da Ginko nel lontano ‘63. Allora avevo una relazione con Elizabeth Gay ma quando vidi per la prima volta Eva capii che era la donna che avrebbe plasmato il mio destino. Vuole sapere come descriverei il suo rapporto con lei? Feroce e vitale. Feroce perché c’è una componente di attrazione passionale innegabile che non è mai scemata negli anni, vitale perché senza di lei sarei morto decine di volte ormai. Ognuno è la vita dell’altro. Per quanto riguarda le donne della mia vita potrei citarne diverse, ma certamente le più importanti rimangono le sorelle Angela e Luciana Giussani, le mie creatrici. È bene ricordarlo in un mondo dove gli autori di fumetti sono per lo più maschili come i loro protagonisti, io negli anni ’60 in Italia sono stato la creazione non di una, ma di due donne a riscuotere un successo anche internazionale.

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Aspetti un attimo, ha detto che Ginko l’ha presa? Quindi è possibile prenderla!

Ginko mi ha preso diverse volte ormai. La prima volta avvenne agli inizi della mia carriera in un episodio che ho ricordato molto bene nel 2000. Ginko mi aveva catturato ma non sapeva di averlo fatto perché indossavo una delle mie celebri maschere. Mi aveva sbattuto in gattabuia pensando di aver catturato un trafficante di droga. Il mio vero volto all’epoca non era conosciuto e quindi per scappare, una volta in cella, mi tolsi semplicemente la maschera rivelando il mio vero, sconosciuto volto e simulando un’evasione del trafficante ai miei danni. Fu Ginko stesso a liberarmi. Ironico no? Diciamolo, prendermi non è impossibile. Difficile se vogliamo, azzardato quando non pericoloso ma impossibile direi di no. Sono pur sempre un uomo in calzamaglia, per quanto bravo. Ed è proprio questo che rende eccitante quello che faccio: sapere che un giorno per un errore, per una sciocchezza tutto possa finire. Eppure ogni volta, non raramente con l’aiuto di Eva, sono sfuggito alla cattura e alla ghigliottina.

Ghigliottina? Sta scherzando! La pena di morte posso capire ma la ghigliottina mi sembra un po’ inverosimile anche per lo stato fittizio nel quale lei vive e opera: Clerville.

Lei non ha studiato la storia recente. Se l’avesse fatto, saprebbe ad esempio che la pena di morte in Francia è stata abolita solo nel 1981 e l’ultima esecuzione con la ghigliottina risale al vicino 1977. Clerville si ispira certamente in parte alle micro repubbliche transalpine, ai principati europei e più di ogni altro paese alla Francia. Capisce bene che la ghigliottina ha penduto sulla mia testa per quasi 20 anni.

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Accidenti ha ragione, la morte non era una possibilità così remota dopotutto. E nel caso non si è mai preoccupato di lasciare dietro di sé dei figli o comunque una progenie?

Ma io ho dei figli e parecchi. Ho lasciato dietro di me figli più o meno noti che portano avanti il mio nome e la mia eredità. Per esempio nel 1968 è uscito un film ispirato alle mie gesta diretto da Mario Bava con John Philip Law che mi interpreta (Danger: Diabolik) e nel 2000 è stata prodotta una serie animata della Saban (Diabolik: Track of the Panther). Ma ancora più delle mie trasposizioni dirette è il caso di parlare di quelle indirette: che dire allora di Dorellik, film parodia che ha lanciato il mito di Johnny Dorelli, che di fatto ha sfruttato il mio nome e la mia fama? O forse, ancora meglio, il mio figlio più famoso, Paperinik, che oggi ravvedutosi conoscete come eroe e supereroe (PK) ma nessuno sembra ricordare che egli nacque come “diabolico vendicatore” nel 1969, anch’egli una creazione femminile, figlio di una grande donna, giornalista e sceneggiatrice di nome Elisa Penna.

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Ancora una volta ha ragione. Ultima domanda: a dicembre uscirà la sua storia numero 850. C’è una storia o un qualche colpo di questi suoi 55 anni di vita editoriale al quale è più affezionato di altri?

L’affezione, se così vogliamo chiamarla è solo per Eva. Per quanto riguarda il resto posso solo dirle che il mio colpo preferito è quello che non ho ancora fatto. Oggi per esempio le ho rubato un po’ del suo tempo e di rimando, e con lei complice, ne ho rubato altrettanto a chi adesso ci sta leggendo. E il tempo è il bene più prezioso che si possa prendere e possedere perché semplicemente non si può restituire. Guardi me: non esiste diamante abbastanza prezioso che vorrei scambiare con anche solo uno di questi miei primi 55 anni.