AstroSamantha: il coraggio nel XXI secolo

novembre 20th, 2017 | by Ludovica Rossi
AstroSamantha: il coraggio nel XXI secolo
Attualità

Entusiasmo” secondo l’originario etimo greco del termine (“enthusiasmos”) veicolava il significato di “avere un dio dentro”; gli antichi Greci denotavano con tale parola un vero e proprio stato di ispirazione divina, di fusione ed ingresso in una dimensione ultra-terrena e metafisica, attraverso il collegamento con la quale l’individuo trae un forte impulso di gioia, di ammirazione, di desiderio; un sentimento che induce chi lo prova a compiere grandi cose; una forza interiore in grado di muovere ricerca e passione, la quale alberga in una cerchia elitaria di fortunati “prescelti”.

Senza dubbio l’astronauta, aviatrice, ingegnere e, da giovedì 9 novembre 2017, bioingegnere, Samantha Cristoforetti risulta una candidata più che legittimata ad essere annoverata all’interno di questo entourage.

Mediante tale riflessione il rettore dell’ateneo pavese, Fabio Rugge, ha accolto la scienziata italiana e con lei tutti i presenti, riuniti nella maestosa aula Magna dell’Università di Pavia, nei primi momenti della cerimonia a lei dedicata per il conferimento di una laurea honoris causa in bioingegneria, svoltasi durante la mattinata di giovedì 9 novembre. Plurime risultano essere le motivazioni addotte per argomentare la scelta dell’attribuzione di tale onorificenza, la quale oggi, nel solco del XXI secolo, nell’ambito di una dialettica di generi ancora fortemente incentrata su disuguaglianza e disparità e di una difesa del concetto di femminilità che da sempre costituisce un fertile ed incessante terreno di lotta, si rivela permeata di significativi valori simbolici. Il capitano Cristoforetti ha meritato di essere insignita dell’addottoramento honoris causa in quanto, durante i centonovantanove giorni trascorsi a bordo della stazione spaziale internazionale, a circa quattrocento chilometri di distanza dalla Terra, si è dimostrata scienziata affabile, avventurosa e cosmopolita, in grado di svolgere un’attività di studio, di ricerca e di sperimentazione nell’ambito del settore aerospaziale dall’impatto scientifico estremamente ingente, di fornire un rilevante contributo in termini di efficienza nella diffusione dei risultati rilevati dal lato mediatico, palesando grande tenacia e costanza nel condurre e portare a compimento i progetti intrapresi, coniugando alla perfezione il binomio risultante dal compendio di approfondite competenze metodologico-scientifiche e di intense doti umane, attributo indubbiamente irrinunciabile per una piena e autentica incarnazione dell’astronauta scienziato che non scorda di essere parallelamente anche essere umano.

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La cerimonia, bipartita in seguito nei due tradizionali momenti della “laudatio” e della “lectio”, ha visto rispettivamente l’intervento del professor Giovanni Magenes, operante nella facoltà di Ingegneria e nel Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell’Informatica di Pavia, e, a seguire, della protagonista stessa. Dopo un’iniziale e chiarificatrice introduzione inerente l’entità ed il significato della bioingegneria (settore, spesso noto anche come “ingegneria biomedica”, che si configura come un’integrazione organica di branche propriamente scientifiche con altre invece di matrice tecnologica, in vista dello sviluppo di strumenti e dell’approfondimento di studi prevalentemente fisiologici, ma con apporti anche al mondo dello sport, dell’economia e, in generale, ai più svariati ambiti della vita comune) il professor Magenes ripercorre brevemente il percorso “spaziale” affrontato da Samantha, illustrando sinteticamente i sette esperimenti italiani da lei condotti a bordo. Si tratta di sperimentazioni scientifiche concernenti l’analisi e lo studio di determinati fenomeni, quali patologie cerebrali, meccanismi fisiologici connessi alla qualità del sonno, influssi esercitati dalla forza di gravità sull’attività cellulare, debilitazione ossea e osteoporosi; “Non posso parlare di tutti gli esperimenti sostenuti nello spazio, alcuni dei quali anche giapponesi o di altri Paesi europei: noi siamo al servizio dell’intera comunità internazionale e non solo dell’Italia”, spiega il Capitano, inaugurando la sua brillante e personalissima “lectio”, intitolata “Ricerca biomedica sulla stazione spaziale internazionale”. Sotto forma quasi di un racconto effettivamente svoltosi in un mondo percepito come surreale ed in una dimensione quasi fantastica, dinnanzi agli sguardi ammutoliti e stupiti degli spettatori, Samantha ha enunciato quelli che, nella concretezza e realtà effettiva dell’esperienza astronautica, si pongono quali precipui ostacoli tra la vasta gamma di difficoltà riscontrabili. Innanzitutto una prima problematica, derivante come immediata conseguenza dall’assenza di peso nello spazio, consiste nella “bone mass loss” (“perdita di massa ossea”): l’osso, in quanto tessuto vivo, necessita di riscontrare il corretto equilibrio tra la massa ossea già esistente e quella nuova che verrà prodotta; pertanto, chiarisce la scienziata, attualmente si stanno sviluppando studi e strumenti fisici molto efficaci atti a rendere possibile un allenamento muscolare quando a bordo: una vera e propria palestra “extra-terrestre”, in cui svolgere un “sollevamento pesi in assenza di peso”. In aggiunta si sta lavorando al brevetto di un sistema semplice e non invasivo (addirittura più elementare di un’analisi sanguinea) che permetta il rilevamento di eventuali perdite di massa ossea tramite banali prelievi di saliva, effettuati prima, durante e dopo il lasso di tempo trascorso nello spazio; sperimentazione ulteriormente equipaggiata di una campionatura salivare, prelevata alla cieca da astronauti contemporanei e ora conservata a Huston, la quale potrà rappresentare in futuro, per gli scopritori dello spazio di un’altra epoca, un importante centro di consultazione e confronto.

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Il deterioramento visivo e la perdita di acuità nella vista, forse dovuta a modifiche del globo oculare o forse legata ad un aumento della pressione intra-cranica, rappresenta un ulteriore scoglio che, riguardando circa il 43% degli astronauti, si pone oggi all’attenzione di studiosi ed esperti. Per quanto concerne la sua esperienza personale, Samantha non è risultata vittima di tale inconveniente visivo, ma periodicamente si è sottoposta ad esami tramite oftalmoscopio ed ecografie (spesso effettuate da lei stessa su sé medesima, con l’ausilio di specialisti dalla Terra).

Passione, dedizione, competenza, costanza, sacrificio e una forte speranza e desiderio di fornire un contributo visibile per scoperte e progressi futuri sono emersi dalle parole toccanti e coinvolgenti del Capitano nel corso di un cerimoniale emozionante e suggestivo, conclusosi tra gli applausi grati dei presenti, le voci cordiali e festose del conservatorio musicale dispiegatesi nel consueto “Gaudeamus Igitur” finale e il ringraziamento conclusivo del Rettore, il quale sottolinea sensibilmente come il gesto di rendersi disponibili al compimento di una simile avventura, ponendo la propria stessa attrezzatura fisica (ossa, muscoli, occhi, ecc) in una dimensione ancora per molti aspetti sconosciuta e avversa, accettando rischi estremi e difficilmente immaginabili da noi comuni terrestri, scegliendo di disporre i propri doni al servizio della collettività umana, significhi davvero fare della propria vita un’autentica, pura ed intensa testimonianza di coraggio e di generosità, esempio e modello per tutti noi.

Istoriando la sua spiegazione attraverso la proiezione di slides, Samantha sceglie, a titolo di commiato e saluto dagli ascoltatori, un’immagine per lei particolarmente significativa: si tratta della Terra, puntino minuscolo ed insignificante immerso nell’infinità spazio-temporale dell’universo; è stata Samantha stessa a scattarla nel corso del suo viaggio stellare: “ho fatto una fotografia a tutti voi, spero che quel giorno abbiate sorriso”.

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