Tra Nigeria e Libia: viaggio attraverso l’Inferno

novembre 17th, 2017 | by Antonio Elio Caroli
Tra Nigeria e Libia: viaggio attraverso l’Inferno
Attualità

Sei un ragazzo o ragazza fuori sede e vivi a Pavia, Torino oppure a Milano per frequentare l’università; hai lasciato la tua città natale, che sia a Taranto, Bergamo o da qualche altra parte d’Italia. Le tue giornate iniziano così: alzarsi a fatica la mattina dal letto, fare colazione con latte e biscotti, marcati Lidl (per quelli che di risparmio se ne intendono), andare in bagno sperando non sia occupato dal solito coinquilino, vestirsi velocemente senza troppa accuratezza (lo sappiamo tutti che i fuori sede non stirano), prendere l’ascensore e decidere che è meglio guardare le scarpe e non la propria faccia allo specchio ancora sconvolta dal sonno. Fare il solito tragitto semi addormentato, se si tratta del giovedì mattina, reduce dalle scorribande del mercoledì. Prima di lezione la tappa al bar dell’università è d’obbligo, lì ti aspettano gli amici, il sarcasmo di Mario il barista e una considerevole fila per ordinare il caffè. Questa è una serie di azioni normali, banali, in cui migliaia di studenti ogni giorno possono riconoscersi.

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Ma esistono realtà nelle quali è quasi impossibile immedesimarsi, in alcune parti del mondo, la violenza e il pericolo di morte sono all’ordine del giorno. Noi altri che siamo nati nella parte “giusta” del mondo protetti dalle nostre routine ordinarie a volte ignoriamo quelle migliaia di storie di persone che ogni giorno lottano per la vita.

Matumain è una ragazza di 14 anni nata nello stato di Borno nel nord della Nigeria, e vive nel distretto di Biu. Il suo nome in Swahili significa speranza.  Sua madre e suo padre sono morti in seguito ad un attentato dei Boko-Haram; oggi il Nord Est della Nigeria è scosso dalla guerriglia tra i Boko-Haram e gli eserciti della regione del Lago Ciad (comprende Nigeria, Niger, Camerun e Ciad). Il Borno non è più un posto sicuro per lei e suo fratello minore. Matumain si svegliava la mattina con la paura di non trovare nulla da mangiare,  di non riuscire a bere acqua potabile, di una nuova incursione dei Boko-haram e di essere rapita come era successo a molte sue coetanee.

Nei giorni di tensione, quando suo padre aveva capito che rischiava di non potersi più occupare della sua famiglia, aveva mostrato a Matumain dove si nascondevano tutti i suoi risparmi, circa 400.000 Naira equivalente a 1.500 Dollari. Le mazzette di banconote accartocciate tenute dentro un’incavatura sotto le piastrelle del pavimento, erano i risparmi costati giornate di fatica nelle piantagioni di cotone.

La ragazza acquista quello che trova al mercato, va alla ricerca di cibo, acqua e vestiti setacciando le case e le baracche abbandonate e decide di mettersi in viaggio assieme ad un gruppo di sopravvissuti del villaggio. Amir, suo cugino di 23 anni, gli ha detto che in Europa avrebbe potuto fare una vita diversa.

Il gruppo parte per raggiungere Kano, al confine con il Niger, dopo due settimane di viaggio, Matumain capisce che avrebbe dovuto comportarsi già d’adulta. La paura andava affrontata e doveva prendersi cura anche del fratello. Quando lo vedeva stanco o piangeva per la fame gli cantava una canzone che conosceva a memoria:

Let’s join hands Africa

We have nothing to lose

But a lot to gain

War is not the answer

War has never been the answer.

Alle porte di Kano due uomini attendevano il gruppo, chiesero dei soldi per il viaggio e poi li caricarono in trenta su di un Pick-up. Da lì varcarono il confine con il Niger ma vennero abbandonati ad Agadez, dove iniziò la discesa verso gli inferi. La chiamano “La strada dell’inferno”, quella che da Agadez conduce a Sabah, attraversando il deserto del Sahara. Da lì i trafficanti trasportano a bordo di camion fatiscenti i migranti fino alla Libia. Un uomo iniziò ad estorcere denaro ad un gruppo di ragazzi che sembravano non avere abbastanza soldi, li presero a calci fino a quando non capirono di avergli tolto anche l’ultimo centesimo.

Ormai agli occhi di Matumain questa stava diventando la normalità. Ma dopo 15 giorni estenuanti di viaggio a bordo del camion, con rare soste in casolari abbandonati il gruppo venne lasciato al proprio destino alle volte di Sabah. Si trovavano nei pressi di una discarica, quando degli uomini a bordo di auto li circondarono e li divisero in donne, bambini e uomini. Matumain stringeva forte la mano del fratello mentre viaggiavano a bordo di quel Pick-up. Quando scesero non si resero conto di dove si trovassero, sembrava una sorta di prigione.

La Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati, anche in questo momento nei centri di detenzione illegale, dei veri e propri lager, vengono violati sistematicamente i diritti umani.

Matumain e il fratello si trovano nel centro di detenzione di Surman, una prigione di cemento in mezzo al nulla. Questo lager dista circa dodici chilometri da Zawhia, la terra di nessuno.  Infatti Zawhia appartiene alla Libia solo sulla carta geografica, ma in realtà ha le sue leggi, imposte dalle milizie locali che gestiscono i traffici illegali di droga, armi, prostituzione e anche immigrati. Dista soltanto 50 km da Tripoli, quella parte di paese che dovrebbe essere sotto il governo di Al-Sarraj, eppure percorrere la strada costiera che conduce a Tripoli significa rischiare di essere vittime di checkpoint organizzati dalle tribù locali, come quella dei Warshafana, che rapiscono i migranti per detenerli in prigioni libiche, a volte statali a volte improvvisate,  dove i profughi vengono picchiati, torturati, derubati di ogni centesimo; spesso vengono contattate le loro famiglie alle quali vengono chiesti più soldi. Surman ospitava 250 persone tra donne e bambini. Alcune donne avevano partorito senza ricevere visite mediche, si trovavano isolate in una stanza chiusa da una porta con una serratura a lucchetto, tutti gli altri erano ammassati in una stanza in attesa di partite alla volta dell’Europa. Sui muri si leggevano frasi di speranza: non si torna indietro, non bisogna arrendersi, ma alla fine ci sarà il Mar Mediterraneo a decretare l’ultimo verdetto.

Questa è la storia di una ragazza che non esiste ma potrebbe essere la storia di migliaia di persone che oggi vedono i propri diritti calpestati. La Storia di Matumain/Speranza non è conosciuta da molti, forse perché è proprio la storia che nessuno oggi vorrebbe sentirsi raccontare.

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Dati Statistici Fonte UNCHR

Arrivi via Mare 2017:  100,757

Morti o dispersi 2017: 2992

Ogni mese decine di migliaia di migranti compiono un viaggio spesso mortale attraversando il Mar Mediterraneo.

Conflitti in Africa

Oggi in Africa in 29 stati diversi è in corso un conflitto; ci sono ben 239 faide in corso tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti.

Dati sulla detenzione dei profughi in Libia

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