Tra incubo e realtà nel Cinema espressionista

novembre 12th, 2017 | by Beatrice Poletti
Tra incubo e realtà nel Cinema espressionista
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Che volto ha “l’uomo nero”? Sì, perché l’uomo nero esiste, ed è sufficiente ritornare negli Anni ’20, nella città di Düsseldorf, per averne conferma. Fu proprio la cronaca nera ad ispirare M – Il Mostro di Düsseldorf (1931) , il primo film sonoro del celebre regista austriaco Fritz Lang, con il quale riuscì a rappresentare il limite massimo della bestialità umana. Un Peter Lorre allucinato incarna l’incubo che perseguita anche i più grandi criminali: un serial killer che sfoga i propri ifullwidth.a8748d37mpulsi ossessivo-compulsivi sulle bambine.

Un fischiettio di un motivo di Grieg, una voce, un’ombra, un riflesso nello specchio, sono le uniche tracce lasciate dal mostro che, per buona parte del film, resta un’inquietante presenza fuori campo. Il dettaglio dell’orologio ritorna con frequenza a ricordare che il tempo passa, l’assassino è in mezzo a noi, e il pericolo potrebbe essere imminente. Si tratta di una temporalità artificiale, sottolineata dalla grande ellissi temporale e spaziale che occulta il momento dell’omicidio. Analizzando l’intera produzione cinematografica di Lang, si può notare come lo scorrere del tempo sia una grande ossessione del registaLa città, attraversata dall’angoscia e dal sospetto, assume un ruolo attivo nell’indagine, e si trasforma in uno spazio geometrizzato, fatto di linee e forme allusive; uno spazio reale trasfigurato dal Male, dalla paura, e mostrato da alcune panoramiche. Questo è il frutto di una costante ricerca di perfezione della messa in scena: ogni inquadratura, ricca di dettagli e particolari, risente della passione per l’arte e degli studi di architettura dell’autore.

Proprio questi tratti stilistici, uniti alla tematica, collocano il film nella corrente dell’Espressionismo, la grande avanguardia tedesca che elegge Das cabinet des Dr. Caligari (1920), di Robert Wiene, a suo manifesto. Un indirizzo cinematografico che si distingue per le scenografie definite da un’illuminazione contrastata: un gioco di luce e ombra che enfatizza la drammaticità degli eventi, e concorre a creare un immaginario non realistico. Sarebbe proprio questo caratteristico chiaro-scuro il maggior contributo espressionista al cinema hollywoodiano, che accolse numerosi cineasti stranieri, fuggiti dall’orrore del Nazismo. Lo stesso destino toccò a Lang, che nel 1933 dovette abbandonare la Germania, in quanto ebreo, e la moglie, Thea von Harbou, sua collaboratrice,  ma simpatizzante del regime hitleriano. Gli U.S.A. gli offrirono una dimora e  la possibilità di continuare la sua carriera cinematografica, da allora caratterizzata da un senso di vendetta e dall’allontanamento dal simbolismo.

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L’iter dell’Avanguardia espressionista, iniziato con la Pittura, proseguito con il Teatro e giunto nella “settima arte”, ha lasciato in ognuna di queste tappe il gusto per l’esasperazione visiva e per le prospettive distorte. In un’ambientazione fortemente simbolica agiscono diversi personaggi, molti dei quali risultano deformati dalle posizioni innaturali del corpo o da un’inquadratura non frontale. Ne troviamo un’esemplificazione nell’opera di Lang in cui gli abitanti di Düsseldorf assumono un aspetto quasi grottesco, rispondendo all’obiettivo del regista di palesare che la mostruosità potrebbe essere in ognuno di loro, in ognuno di noi.  Infatti, accanto al Camera-look (“Lo sguardo in Camera”), che stimola una maggior partecipazione del pubblico, ricorre l’inquadratura plongée (“Dall’alto”), in cui gli interpreti della scena appaiono schiacciati a terra, e quindi caricati di impotenza e debolezza. La narrazione prosegue grazie ad un’attenta operazione di montaggio parallelo e  alternato (per rendere la simultaneità), riservando molto spazio alla riflessione e meno all’azione. A proposito dello stile di Fritz Lang, il grande cineasta François Truffaut  dichiarò: “[…] in una sola parola: inesorabile. Ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni immagine, ogni spostamento d’attore, ogni gesto ha qualcosa di decisivo e di inimitabile.”.

M_lang_3L’importanza della pellicola di M – Il Mostro di Düsseldorf  deriva anche dal fatto di essere uno dei primi film incentrati sul serial killerla figura del malato psichico che ispirerà una vasta produzione di grandissima fortuna. L’assassino seriale è legato al tema del doppio, molto ricorrente nel Cinema tedesco. Infatti, quando l’identità del killer viene svelata, emerge la duplicità di un “uomo” che è contemporaneamente carnefice e vittima: in balia di una patologia psichica, a sua volta terrorizzato da se stesso e da quegli impulsi che lo spingono ad uccidere, e che, una volta sfogati, non gli lasciano memoria delle sue atroci azioni. Una tematica complessa che fa rabbrividire se si pensa che F. Lang la trasse dalla realtà: furono circa trenta gli omicidi imputati a Peter Kürten, il maniaco soprannominato “Il vampiro di Düsseldorf“, che gettò nel panico la città.  

Il regista scelse di riservare la scena finale di M – Il Mostro di Düsseldorf alle vere vittime di questo dramma sociale: tre madri, unite dal dolore per la scomparsa della propria figlia, siedono in tribunale per testimoniare contro il mostro. Questa immagine, densa di tristezza, riporta il nostro pensiero all’incipit dell’opera, quando un gruppo di piccoli amici formava un cerchio intorno ad una bambina, che, con innocenza e spensieratezza, intonava: “Scappa, scappa, monellaccio, sennò viene l’uomo nero, col suo lungo coltellaccio, per tagliare a pezzettini proprio te!”.