Murakami e il vetro: una stazione e un treno #3

novembre 10th, 2017 | by Davide Spinelli
Murakami e il vetro: una stazione e un treno #3
Letteratura

Ogni giorno, i pendolari marciano sulle scalinate della Stazione Centrale di Milano. Negli scaffali della libreria della stazione c’è un libro bianco molto piccolo. Recita a pagina centotrentasette: «Non si conosce l’ora in cui perdiamo/ il momento terribile in cui rintocca/ e assume il suo posto capitale/ tra le certezze. // Un’apparenza stabile anima ancora/ la carta – l’amica – l’occasione -/ lo spettro di cose solide/ la cui sostanza è sabbia» (Centoquattro poesie, Emily Dickinson).

L’istantanea della stazione centrale conserva l’immagine della sabbia: granelli molto vicini, ma soli. E dev’essere questo che affascina L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (2013) – e forse, anche il suo autore Haruki Murakami.

Tsukuru è un ragazzo di Nagoya senza colore, che ha due sole passioni: gli amici e le stazioni, «da quando aveva memoria ne era sempre stato affascinato». Tsukuru non ha colore rispetto agli altri, nel senso che il suo nome non ne esprime alcuna gradazione, a differenza di Aka, Ao,Shiro e Kuro (in giapponese, rispettivamente “rosso”, “blu”, “bianco” e “nero”) – il suo gruppo di amici. Finito il liceo, parte per Tokyo, dove studierà ingegneria all’Università e realizzerà il suo sogno di progettare le future stazioni di tutto il Giappone. Durante le vacanze estive del secondo anno di università, però, succede qualcosa d’imprevisto. Una sera molto calda riceve una chiamata da Ao, il suo amico di sempre: «Scusa ma d’ora in poi sarebbe preferibile che tu non chiamassi più nessuno di noi». Una lama sottile penetra nella schiena di Tsukuru e si conficca chirurgica dentro il suo corpo: contemporaneamente trafigge il suo animo e il suo fisico. E il dolore brucia sotto l’anima e paralizza i suoi muscoli. Così risponde ad Ao: «Se tutti quanti non volete più che vi telefoni, ovviamente non vi telefonerò più». E l’amicizia sbiadisce sotto i colpi di una bugia. Di un tradimento – verificando, forse, quanto racconta Oscar Wilde: «È molto pericoloso conoscere i propri amici» (The Remarkable Rocket, Oscar Wilde).

1 Ma quale altra possibilità c’è allora? In qualche modo, Tsukuru trova la sua possibilità di vita nelle stazioni e in un’amica, Sara. Che conosce a Tokyo e lo fa innamorare. E lo costringe ad affrontare il suo passato, per potere regalare un futuro a se stesso.
Così, il ragazzo senza colore guida il lettore nel suo lungo ricordo. E forse Tsukuru mentre racconta è proprio seduto qui, sopra una della panchine della stazione centrale. E in questo viaggio avrà la forza di scoprire la sua profonda ferita con le stesse mani che anni prima l’avevano protetta e nascosta. Da un giorno all’altro aveva perso ciò a cui teneva più al mondo: dei legami umani che gli impedivano di sentirsi inutile – o senza colore addosso. Ma per poter risalire, Tsukuro va davvero a fondo – come scrive Nietzsche in una sua poesia: «Sono solo pesante – peso parecchie libbre!/ Io cado, cado, cado/ finché non tocco il fondo!» (Le poesie, a cura di Anna Maria Carpi; Friedrich Nietzsche) . E quel fondo è drammaticamente rappresentato da Murakami nelle prime righe del libro: «Dal mese di luglio del suo secondo anno di Università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire. Mettere fine ai suoi giorni gli sembrava la cosa più naturale e coerente».

Per lunghi mesi Tsukuru non avrà sensibilità. La sua capacità di percepire le emozioni e il mondo che lo circonda improvvisamente si azzera e si riduce ad un unico pensiero: che la colpa di quanto gli è accaduto sia sua – «Il nome era stato l’inizio di tutto», continua a ripetergli Murakami in alcune pagine. Ma il ragazzo senza colore diventa fiero della sua fragilità, affrontando persino le paure di Murakami stesso. E riesce in questa impresa sempre grazie alla sue stazioni: fa un programma, disegna un progetto e arriva fino in fondo. Va alla ricerca dei colori che ha perso e sceglie di porre ad ognuno di loro la domanda che avrebbe voluto fare ad Ao anni prima: perché?

Perché Tsukuru ha bisogno di aiutare se stesso, ma non riesce su questa sabbia, che è «tagliata da rasoiate di vento/ ghiaccio… risuonano le scariche di pronto soccorso, / la burrasca ristagna e la luna dibattendosi sbuca dai vortici» (Foglie d’erba, Walt Whitman). E questa tempesta ricorda un viaggio. Il viaggio del ragazzo senza colore, il viaggio dei pendolari sui treni e nelle stazioni.
Tsukuru vorrebbe vivere un lungo viaggio senza fine. Nessuna destinazione e nessuna partenza, ma la costante esigenza di allontanarsi dal dolore. Che è più forte quando si rimane fermi. Per questo: «Un mattino si parte, cervello in fiamme, gonfio/ il cuore di rancori e desideri amari,/ e andiamo, abbandonati al ritmo delle onde,/ cullando il nostro infinito sul finito dei mari» (I fiori del male, Charles Baudelaire).

Partire ha un gusto diverso se c’è qualcuno che saprà aspettarti. E Tsukuro ha solo bisogno di questo. Ma Murakami – come sempre – non concede risposte per il futuro dei suoi personaggi.