Apologia di un neorealista

novembre 3rd, 2017 | by Sofia Montanari
Apologia di un neorealista
Attualità

Irriverente, complicato, pungente. Artista bohémien fuori dal suo tempo, una vita tra gli ultimi e per gli ultimi, costellata di ombre, di sfumature nere, quasi macabre, come la sua morte violenta, quella notte tra l’1 ed il 2 novembre 1975.
Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista maledetto, scomodo.

Protagonista del movimento neorealista italiano, non si sottrae al compito di restituire dignità a tutti coloro che vivevano nelle borgate romane, nelle periferie createsi con quel boom economico senza precedenti che ha vissuto l’Italia nel secondo dopoguerra. E nell’aggirarsi fra le ombre della società, ne indaga gli aspetti più scabrosi, mettendo in luce quanto la disgregazione dell’Io, frutto di un’epoca storica così problematica, avesse fatto propria la miseria della povera gente. E Pasolini stesso non esita ad identificarsi con questi ultimi, con coloro che la società ha volontariamente dimenticato, per non dover affrontare le problematiche che ponevano.

E così nel 1955 pubblica il primo romanzo di successo, “Ragazzi di vita”, incentrato sulla prostituzione giovanile omosessuale, diffusa fra i ragazzi delle borgate romane.
E l’omosessualità, orientamento sessuale dell’autore stesso, sarà proprio la sua condanna: estromesso dagli ambienti borghesi intellettuali di Roma, trascorrerà la sua vita borderline, tra picchi di disperazione e di passione che lo trascineranno in un’intensa produzione anche poetica, senza mai dimenticare l’attenzione per gli esclusi, tra cui rientrava anche lui stesso, e la battaglia per i diritti civili che stava conducendo.
“I diritti civili sono, in sostanza, i diritti degli altri” scrive l’autore, e non omette neppure di portare alla luce l’ipocrisia che poteva celarsi dietro episodi del movimento sessantottino, come nel componimento “Il PCI ai giovani”

 

“Quando ieri a Vpaoslini 2alle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti, 

io simpatizzavo coi poliziotti. 

Perché i poliziotti sono figli di poveri. 

Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.”

 

 

Problematicamente sempre dalla parte degli ultimi quindi.

Pasolini ha raccontato la realtà scomoda con occhio attento, lucido, impietoso come le descrizioni del degrado delle borgate in “Una vita violenta” (1959) o come le immagini rimandate sullo schermo de “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), produzione cinematografica antidogmatica, blasfema, problematica, come la sua intera esistenza.

“Amo ferocemente, disperatamente la mia vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione, mi porteranno alla fine.”
Alla fine violenta, di una vita violenta.
Ammazzato a sprangate ed investito con la sua stessa macchina sulla spiaggia di Ostia, da un ragazzo con cui l’autore si era accompagnato quella sera.
Ed un manoscritto, “Petrolio”, per anni rimasto inedito.
Una vita ormai tracotantemente scomoda.
“Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.”  Scriveva, certo prima di sapere che quelle sue indagini sul caso Mattei, su quelle connivenze tra poteri e mafia, lo avrebbero condotto alla morte. Una vita che è stata uno scoppiettante falò, bruciata nella sua passione, nella sua lotta contro l’ambiente circostante e soffocata quando si stava espandendo troppo, quando le sue fiamme stavano diventando troppo minacciose. Ma che ancora, a distanza di 42 anni, continua a fumare e rendere l’aria pungente.