“Uncut” – Reportage sull’infibulazione in Africa

ottobre 26th, 2017 | by Davide Spinelli
“Uncut” – Reportage sull’infibulazione in Africa
Attualità

“Uncut” è il titolo originale del video-documentario vincitore del premio “Anello debole 2017″ al festival di Capodarco, riconoscimento assegnato ai migliori video e audio cortometraggi, giornalistici e di fiction, che trattano tematiche di forte contenuto sociale e/o ambientale. Il reportage vincitore del bando di quest’anno – realizzato da Emanuela Zuccalà e Simona Ghizzoni – incentra la sua analisi sulla pratica delle mutilazioni genitali femminili in Africa.

L’origine delle mutilazioni femminili trae ragion d’essere dalla cultura dell’antico Egitto, da cui prende il nome la più aberrante fra queste pratiche, ovvero “l’infibulazione faraonica”. Essa, praticata ancora oggi in più di trenta paesi del mondo – non solo africani, ma anche in Yemen, Iraq, India e Indonesia – consiste nell’asportazione della clitoride, delle piccole labbra e nella cucitura della vulva, in cui è aperto un piccolo foro per permettere il flusso mestruale e la fuoriuscita dell’urina. La ratio motrice, ammesso esista, di questa pratica – esclusivamente culturale e generalmente non religiosa, se non in alcune comunità come in quella somala, in cui l’infibulazione non può essere vietata perché precetto del profeta Maometto – è semplice: la donna mutilata sarebbe pura e potrebbe quindi comprendere e svolgere appieno il suo ruolo nella società. Che, scegliendo le parole di Thomas Sankara – primo presidente del Burkina Faso – corrisponde più o meno al seguente status sociale: «L’infibulazione è un tentativo di conferire alle donne uno status di inferiorità, marchiandole con un segno che le svaluta ed è un continuo ricordar loro che sono inferiori agli uomini, che non hanno alcun diritto sui propri corpi o ad una realizzazione fisica della persona».

Tuttavia, come dimostrano le interviste delle due giornaliste italiane, la pratica era (e in molti stati africani è ancora oggi) anzitutto un fatto culturale. E lo si capisce chiaramente ascoltando il racconto di queste due donne della Somalia, “ex tagliatrici”: «Abbiamo iniziato a praticare l’infibulazione nel 1988-1990. Per la cucitura usavamo gli aghi di un arbusto, o del qodax (arbusto selvatico con le spine), senza nessun anestetico. Afferravamo con forza le ragazze affinché non si divincolassero. Di solito ne tagliavamo 7 o 8 alla settimana e circa il doppio durante i periodi di vacanza. Lo facevamo perché non sapevamo: pensavamo di proteggere le ragazze dallo stupro». In Somaliland, il clan Isaq ha sottoposto quasi il 98% delle donne all’infibulazione, mediante la pratica della “gudniinka fircooniga”: i genitali esterni della ragazza sono completamente raschiati via, mentre i tessuti vengono cuciti fino a formare una dura banda scura.

Ciononostante, come sopraddetto, è l’Egitto il paese che, con le sue altissime percentuali di ragazze mutilate – quasi 27,2 milioni in totale -, guida questa macabra classifica, seguito dall’Etiopia. Ed è proprio in questa ex colonia italiana che Emanuela Zaccalà e la collega – intervistando Talaado Adam, una donna etiope di mezza età –  trovano conferme sui metodi e sugli strumenti utilizzati per l’infibulazione: «Si tagliano entrambe le parti della vagina, poi si cuce con degli aghi e del filo di cotone per far aderire le due parti. Dopo alcune settimana si tolgono gli aghi, mentre il cotone si sfilerà da sé. Per cucire si usano prima delle spine selvatiche; fa molto male e per me quello è il dolore più atroce». Tant’è che una delle donne vicine a Talaado commenta così quanto ha sentito: «Ero molto piccola. Mi tagliarono con una lametta e mi cucirono con aghi di qodox. Ricordo tutto. Per giorni non ho potuto andare al bagno. Quel dolore è stato peggiore di quello del parto. Quando ricordo quel dolore, provo tuttora rabbia».

Ora, interrogate dall’UNICEF – secondo cui quasi 200 milioni di donne in tutto il mondo hanno subito l’infibulazione – alcune comunità africane hanno difeso la pratica della mutilazione genitale come espressione di un’importante norma sociale. Il taglio rappresenterebbe il sigillo della sua verginità – servirebbe, quindi, a tutelare l’anima della ragazza da una possibile corruzione sia fisica che mentale. Inoltre, come raccontano altre due donne etiopi alle giornaliste italiane, l’infibulazione può garantire la fedeltà della donna al proprio marito: «Secondo la tradizione quando il marito lascia la casa per un po’ di tempo, la donna deve essere ricucita in sua presenza. Il marito conta il numero dei punti e quando torna controlla che il numero non sia cambiato. Il che vuol dire che la donna è rimasta pulita e fedele». Altresì, nei villaggi più remoti del continente africano, “il taglio” è oggetto di miti e leggende: in Sierra Leone – uno dei paesi più poveri al mondo – la mutilazione genitale fa parte del rito di iniziazione a una setta segreta – detta “Bondo”. Le ragazze vengono portate nella foresta, istruite sui lori doveri e poi iniziate.

A oggi, i paesi africani che hanno ufficialmente decretato come “fuori legge” la pratica delle mutilazione genitali femminili, sono l’Eritrea – in cui è considerata reato dal 2007 – e il Burkina Faso, in cui è perseguita dal 1985. Tutti gli altri paesi africani – esclusi Camerun, Somalia, Sierra Leone, Gambia e Libera – hanno comunque legiferato sulla questione; il primo paese a farlo fu la Guinea nel 1965, e l’ultimo la Nigeria, proprio nel maggio 2017. Tuttavia, come ripete Edna Adan Ismail – pioniera dell’attivismo contro le pratiche delle mutilazioni genitali (ma non solo, anche per altre violenze sule donne come “lo stiramento del seno”) –  «Non sarà una legge a fermare le donne dei villaggi dal tagliare le bambine. La legge ci vuole naturalmente, ma prima dobbiamo preparare le persone a partire dalle scuole». E per comprendere quanto l’istituzione scolastica possa incidere e influenzare la vita delle future ragazze africane (e non solo), basta ascoltare quanto racconta Sharon, una ragazza del Keyna di quattordici anni: «Volevano farmi sposare un uomo di sessanta anni. Ho rifiutato la mutilazione genitale perché andavo a scuola».

Un provvedimento fondamentale – a livello internazionale – per la battaglia di queste donne contro le violenze subite, è arrivato con il Protocollo di Maputo, la carta fondamentale dei diritti delle donne africane, adottato dall’Unione africana l’11 luglio 2003, in cui, all’articolo 5, “condanna tutte le pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica e psichica delle donne”. Ma donne come Habiba, nativa della Somalia, gridano a gran voce come questi provvedimenti debbano essere accompagnati da una costante e continua rivoluzione culturale in questi paesi: «La prima notte di nozze mi hanno tagliata con una lametta. La mia vagina sanguinava e ho dovuto avere rapporti con lui. È stato molto doloroso, ho pianto e sono corsa via. Mio marito mi ha detto: “Ti devi abituare”». Oppure quelle di Theresa Cheupution, una donna keniota, che ha salvato tante ragazze dall’infibulazione accogliendole nella sua comunità: «Le mutilazioni genitali sono un problema da cui siamo passate tutte e comportano grandi problemi. Ci sono emorragie e qualche ragazza riporta problemi psicologici, persino la fistola. È una grande sofferenza. Ti tagliano con un coltello, ti cuciono; e quando devi dormire con un uomo, lui non può entrare e quindi usa di nuovo il coltello e taglia di nuovo».

«Ma perché è contro questa pratica?» chiede Emunuelà Zuccala a Edna Adan Ismail alla fine del reportage. «Perché è orribile, perché è dannosa, perché è dolorosa. Perché uccide, perché danneggia. Ecco perché sto conducendo la mia battaglia. Non è come tirare le mie orecchie o il mio collo o le mie labbra. È vita o morte per la madre o per il bambino oppure per entrambi. Ecco che cos’è la mutilazione genitale femminile».