Il silenzioso massacro dei Rohingya

ottobre 26th, 2017 | by Francesca Porcheddu
Il silenzioso massacro dei Rohingya
Attualità

Avviene sempre così. Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità. È un gran torto non essere conosciuti. Vuol dire rimanere isolati, chiusi nel proprio dolore, senza possibilità di aiuti, di conforto. Per un popolo, per una razza, significa il lento dissolvimento, l’annientarsi progressivo di ogni vincolo internazionale, l’abbandono a se stessi, inermi e miseri di fronte a chi non ha altra ragione che la spada.

Così scriveva Antonio Gramsci su Il Grido del popolo l’11 marzo 1916 in merito al genocidio armeno del 1915. Pur essendo state scritte un secolo fa queste parole oggi sono più attuali che mai.

Il mese scorso l’esercito della Birmania (Tatmadaw) ha annunciato di aver ucciso 370 Rohingya e quasi 50000 hanno lasciato i loro villaggi. Questa notizia non ha occupato le prime pagine dei giornali, non è stata al centro del dibattito pubblico e il silenzio che ha coperto questa tragedia sta diventando assordante.

I Rohingya sono una minoranza etnica musulmana che vive nello stato occidentale, a maggioranza buddhista, del Rakhine, in Birmania. Secondo le Nazioni Unite sono tra le minoranze più perseguitate al mondo e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) ha affermato che negli ultimi cinque anni 160000 Rohingya hanno lasciato la Birmania per raggiungere altri paesi: Bangladesh, Malesia, Thailandia e Indonesia.

Anche se vivono in Birmania da generazioni, nel 1982 vennero privati della cittadinanza perché accusati di essere arrivati dopo il 1823, quando lo Stato perse l’indipendenza e divenne una colonia britannica. Senza la cittadinanza non possono accedere all’istruzione, molti di loro ricevono soltanto un’educazione di tipo fondamentalista e non hanno diritto di voto.

La situazione è precipitata negli ultimi mesi e alcuni funzionari dell’ONU hanno accusato la Birmania di pulizia etnica e crimini contro l’umanità: tanti morti, molte donne violentate, case bruciate e persone arrestate arbitrariamente. Si parla di un vero e proprio genocidio.

Dietro questa persecuzione si nascondono anche ragioni economiche. Molti terreni che prima erano occupati dai Rohingya sono rimasti liberi. Dato che il valore della terra sta crescendo in tutto il Sudest asiatico, non è da escludere che, in un contesto così corrotto, questi terreni vengano confiscati per farne piantagioni. Il Governo del Paese ha attirato investimenti stranieri con le risorse minerarie e agricole di cui il Paese è ricco. Ci sono quindi potenti economie che beneficiano dei nuovi territori liberati in Birmania, in primo luogo Cina e India. 

Un gruppo di importanti politici e di alcuni premi Nobel si sono rivolti ad Aung San Suu Kyi: ministro degli Esteri, leader della Lega Nazionale per la Democrazia e premio Nobel per la pace nel 1991.

Aung San Suu Kyi si era opposta alla dittatura militare in Birmania e aveva guidato il Paese verso un sistema democratico, ma non ha mai difeso o denunciato la situazione dei Rohingya; secondo alcuni, per non perdere i voti di chi aveva un’opinione negativa della minoranza musulmana. Infatti c’è una generale diffidenza da parte di tutta la popolazione nei loro confronti perché l’Islam viene considerato un pericolo.

La speranza è che Suu Kyi, che ha lottato tanto per i diritti civili del popolo birmano, possa prendere le difese dei Rohingya, limitando il potere dell’esercito.

A giornalisti e organizzazioni umanitarie è vietato l’accesso in Birmania quindi è difficile avere un’idea precisa di quello che sta succedendo.

Il nostro mondo occidentale, improntato all’etica del profitto, come molto spesso accade, dimentica gli ultimi, i miseri e gli emarginati. Nella riscoperta delle comuni radici cristiane l’Europa e gli altri paesi sviluppati non devono dimenticare il senso di solidarietà umana che prima di tutto è condivisione.

Proprio per questo è importante parlare di questa tragedia, scrivere, riflettere, conoscere e non censurare la realtà, anche la più crudele, per far sì che non si cada nell’oblio, che non trionfi l’ingiustizia ed evitare soprattutto che, come scriveva Kant, nessuna offesa alla vita di un essere umano passi senza eco.