Yes, we can #3- Giulia Biffi, un “camice pavese” negli USA per la ricerca sul cancro

ottobre 13th, 2017 | by Claudia Agrestino
Yes, we can #3- Giulia Biffi, un “camice pavese” negli USA per la ricerca sul cancro
Università

Laureata all’Università di Pavia, alla triennale prima, e specialistica poi, in Scienze biologiche e Biologia sperimentale, e ghisleriana doc, Giulia Biffi, lavora in post dottorato al Cold Spring Harbor Laboratory di New York dove si trova da quando nel 2014, dopo aver provato altre esperienze di studio all’estero, ha deciso di dedicarsi alla ricerca pratica sul cancro per rendersi utile e salvare vite. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Di cosa ti stai occupando ora nella tua vita?

Sto svolgendo un’attività di post doc al Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL) vicino a New York nel laboratorio del Professor Tuveson.

Di cosa si occupa il Cold Spring Harbor Laboratory? Qual è il tuo ruolo al suo interno? Con chi collabori?
CSHL come istituzione si basa su tre pilastri di ricerca: Neurobiology, Plant Biology, Cancer Biology. Io mi occupo dello studio del più diffuso e letale tipo di cancro al pancreas, l’adenocarcinoma pancreatico. Tre sono le nostre principali aree di ricerca: diagnostica/biomarkers (trovare nuovi biomarcatori per individuare pazienti in stadio precoce); therapeutics (individuare nuove combinazioni di farmaci); discovery (utilizzando tecniche di genetica e biologia molecolare per scoprire nuovi talloni di Achille di questo cancro al pancreas). In particolare il mio progetto 2013 Cambridge CRUK institutesi impegna a individuare meccanismi pro-tumorali con i quali lo stroma (tutte le componenti cellulari ed extra-cellulari che compongono il tumore, ma che non sono le vere e proprie cellule tumorali) supporta la crescita del tumore. Il lab collabora con il Memorial Sloan Kettering Cancer Center a NY e il John’s Hopkins a Baltimora, due ospedali da cui riceviamo biopsie o resezioni tumorali dai quali generiamo organoidi tumorali (colture cellulari tridimensionali) che utilizziamo per meglio capire la biologia di questo cancro e sulle quali testiamo anche combinazioni di farmaci con l’obiettivo di scoprire nuove terapie più efficaci. Collaboriamo con molti laboratori in vari istituti tra cui Columbia, MIT, University of Cambridge ecc.

Da quanto ti trovi negli USA e come mai? Com’è la tua esperienza lì?
Dal giugno 2014. Ho scelto gli USA perché volevo mettermi alla prova consapevole che qui l’ambiente di ricerca è in certi versi “più tosto” che in Europa. Ho scelto CSHL perché ho scelto Dave Tuveson. Volevo fare ricerca sul cancro più “interdisciplinare” e pratica. Riconosco l’assoluta importanza della ricerca clinica di base, ma come tipo di persona quale sono sentivo, e sento, la necessità di svolgere un tipo di ricerca con un risvolto pratico più immediato. Cercavo un mentor che condividesse la mia visione un po’ idealista (e naïve) del “lavoriamo tutti insieme per sconfiggere il cancro”. Visione che purtroppo non corrisponde (ancora) alla realtà perché la competizione, la battaglia per i fondi e finanziamenti limita ancora molto la condivisione di dati tra laboratori.

Da dove è nato il desiderio di dedicarti a queste problematiche e come lo hai fatto concretamente?
Mi iscrissi alla facoltà di Biologia per diventare un’etologa come Diane Fossey o Gerard Durrell. Ma nel mio secondo anno di università a una mia carissima prof del liceo fu diagnosticato un cancro al colon in stadio avanzato. Quella diagnosi, il progresso della malattia, e l’effetto che “terapie” e dolori hanno avuto su di lei mi hanno fatto riconsiderare la mia scelta di studio e mi hanno fatto decidere di dare un contributo alla ricerca sul cancro.

2014 Cambridge St John's college

Sei stata anche a Cambridge, per quale ragione e quando? Come è stata la tua esperienza? Meglio Cambridge o New York?
Sono stata all’Università di Cambridge dal 2010 al 2014 per il dottorato, che ho svolto nel Cancer Research UK Institute. Ero già stata lì nel 2009, tra il primo e secondo anno di laurea specialistica, grazie a un programma di scambio tra il mio collegio (Ghislieri) e il St John’s College che mi ha permesso di lavorare come summer student per due mesi nel laboratorio dell’allora professor Shankar Balasubramanian. Quell’esperienza di ricerca, Shankar e Cambridge mi piacquero così tanto che decisi di ritornare lì per il dottorato. Cambridge occupa un posto speciale nel mio cuore, è una città unica, simile a Pavia per certi versi, una città universitaria. È architettonicamente bellissima, con i collegi storici e le viuzze da percorrere in bici o a piedi. Questo mi manca a CSH. Qui devo prendere la macchina per andare ovunque, l’architettura lascia molto a desiderare rispetto a quella di Cambridge e gli inverni con le tempeste di neve sono lunghi. Tuttavia New York e Broadway sono vicine e il campus del CSHL è un posto unico e bellissimo. Ma soprattutto il tipo di ricerca che faccio, che è quello che per me conta di più, mi entusiasma e appassiona più di quello che ho fatto a Cambridge.

Perché la scelta di lasciare l’Italia? A distanza di tempo, credi sia stata la scelta giusta?
Sì, ritengo sia stata la scelta migliore per me. Non consiglio a tutti di andare e restare all’estero, ma di trascorrerci almeno un periodo di studi, che sia un Erasmus, un dottorato o un post doc. Ero curiosa di cambiare ambiente e mettermi alla prova e ho trovato un ambiente stimolante con scienziati da molti paesi diversi che mi hanno arricchito dal punto di vista scientifico e culturale.

La tua esperienza universitaria:


Cos’hai studiato e per quanto tempo?
Ho studiato Scienze Biologiche in triennale dal 2005 al 2008 e Biologia Sperimentale e Applicata in Specialistica dal 2008 al 2010.

2015 CSHL

Come ti sei trovata all’Università di Pavia?
Alcuni professori mi hanno insegnato molto e traspariva la passione per la loro materia, ma ciò che ho apprezzato di più è stata l’esperienza di laboratorio. Grazie al fatto che nel curriculum universitario sono previste tante ore di laboratorio ritengo che l’università italiana (o almeno pavese) dia un’ottima preparazione, più di quella inglese ad esempio, che non prevede molto lavoro al bancone prima del dottorato. Questo mi ha permesso di imparare tecniche di laboratorio che mi sono state utili.

Qualche esperienza vissuta negli anni dell’università che ti è rimasta nel cuore?
L’esperienza collegiale occupa sicuramente il primo posto: il collegio è stato per me un luogo di formazione come studente e come persona dove ho stretto amicizie solidissime che durano a distanza di anni e di chilometri. Un’esperienza speciale che consiglio a tutti. In particolare la possibilità di vivere e crescere con studenti di altre facoltà mi ha arricchito umanamente.

Molti degli episodi che ricordo dell’università sono generalmente legati a faccia a faccia con professori. Ricordo un esame con un temutissimo, serissimo (e scorbutico) professore che mi fece una domanda non in programma, ma che mi ero preparata perché avevo immaginato la potesse chiedere conoscendo la sua fama. Prima ancora che me la chiedesse, quando lui iniziò a dire “e allora ora mi dica…”, ricordo che in un impeto di adrenalina gli puntai il dito in faccia e dissi la domanda che stava per chiedermi. E quello sorpreso (e compiaciuto) si mise a ridere: penso che far ridere quel prof sia stata una vera soddisfazione.

Quanto e come hanno influito il tuo percorso di studi e l’esperienza universitaria nella tua vita e nella tua carriera?

Pavia Ghislieri 2011

Il Collegio è stato per me trampolino di lancio per l’estero grazie allo scambio col St John’s College che mi ha dato la possibilità di andare a Cambridge per un periodo di studi. L’università mi ha dato nozioni e skills che mi hanno aiutato molto durante il dottorato.

Progetti per il futuro?
Personalmente se potessi continuerei a far ricerca al bancone a vita. Ho scelto questo percorso di studi essenzialmente per fare qualcosa di utile, e penso di essere più utile in laboratorio con un camice piuttosto che dietro una scrivania in giacca. Ma nel mio campo non ci sono molti paradisi del genere, o diventi un professore o esci dal campo accademico, dove invece vorrei restare. Quindi al momento non saprei, tento di posporre la scelta e intanto lavoro al massimo. Dopotutto se il mio lavoro di postdoc si rivelerà utile magari inizierò a dedicarmi ad altro. Il mio obiettivo è rimanere senza lavoro, e così dovrebbe essere la mentalità dei miei colleghi che si occupano di questa e altre malattie. Lavorare per trovare una soluzione definitiva a queste piaghe di modo che i pazienti non abbiano più paura di una diagnosi e non abbiano più bisogno dei nostri servigi.

Un consiglio per gli studenti che spesso davanti a difficoltà e ostacoli vorrebbero mollare tutto

Trovate un lavoro, un progetto a lungo termine, un obiettivo che vi appassioni terribilmente. Solo questo vi permetterà di affrontare le frustrazioni che senza dubbio si presenteranno e dare il vostro meglio in quel che farete, a beneficio di tutti. Ma consiglio anche di non rimanere fissati su un’unica idea: si può cambiare lungo il percorso. L‘importante è trovare qualcosa per cui siate disposti a fare sacrifici. Chi mi conosce sa che lavoro “un po’ troppo”, ma a me piace molto il mio lavoro e lo faccio per il risultato finale che spero di raggiungere più prima che poi. Non a tutti è data la possibilità di “vivere per lavorare” e fare del proprio lavoro una parte importante della propria vita, una parte che dia soddisfazioni personali e che sia utile agli altri; molti devono “lavorare per vivere”, ma se siete all’università siete di fronte alla prima possibilità di scelta e non dovreste permettere ad altri o a voi stessi di sprecarla.