Frank Gehry: il creatore di sogni

ottobre 8th, 2017 | by Valentina Avanzini
Frank Gehry: il creatore di sogni
Birdmen

   – “A quel tempo il lavoro era tutto un mordi e fuggi, ero sempre sull’orlo del baratro, e tu lo sai.”

• “Anche a me sembrava di fare il regista solo per finta.”

A conversare sono due uomini che hanno segnato il volto, la storia, la narrazione e l’autonarrazione del secondo Novecento. Sul divano, seduto con la confidenza di un vecchio amico, telecamera alla mano è Sidney Pollack, fra le firme più significative della Nuova Hollywood, regista di Non si uccidono così anche i cavalli, La mia Africa e Tootsie. Conversa con lui, in T-Shirt nera, al centro del proprio salotto, Frank Gehry, padre e sposo di un’architettura rivoluzionaria.

È la prima volta che Pollack abbandona il lugometraggio tradizionale per produrre un documentario (che nel 2006 viene comunque presentato fuori concorso al festival di Cannes), e lo fa per l’architetto che ha stravolto l’estetica della forma e la distinzione fra materiali di costruzione; lo fa per il figlio di ebrei emigrati polacchi che ha conquistato Los Angeles; lo fa soprattutto per Frank, artista stimato e amico di una vita. È così che, ambiguamente, gli 83 minuti di riprese prendono le mosse dal film documentario e diventano un omaggio appassionato e sincero, un diario animato scritto con le linee febbrili della penna di Gehry.

Perché se analisi psicologiche, considerazioni e critiche sono espresse da una costellazione di artisti, curatori, scrittori e psichiatri vicini all’architetto, i punti nodali, gli avvenimenti cruciali, sono sempre raccontati da Gehry. Gehry nel suo salotto, Gehry nel suo studio mentre trasforma i disegni isterici su carta in modellini sempre più precisi eppure sempre più simili a una nave spaziale o al sogno di un bambino che a un edificio reale. Eppure il cartoncino e il plexiglas, tenuti insieme da due pezzi di nastro adesivo, sono diventati l’edificio simbolo di tantissime città non solo americane ma anche europee.

La Casa danzante di Praga

La Casa Danzante di Praga, l’imponente museo Guggenheim di Bilbao: sono opere fondamentali nella storia dell’architettura perché nuovamente, con la forza di una cattedrale gotica o di una residenza rinascimentale, gridano “io sono qui” “io esisto”. Non come contenitore, come scatola funzionale e invisibile di un contenuto qualsiasi, ma come vera e propria forma d’arte che dialoga con lo spazio e con lo spettatore, minuscolo e sbalordito.

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Guggenheim Museum Bilbao

Circondato dai suoi modelli che soltanto alludono alle enormi forme di titanio di cui sono l’embrione, Gehry dice del Guggenheim di Bilbao: “appena l’ho visto mi sono chiesto perché mai mi avessero permesso di realizzarlo”. L’edificio immenso ha davvero la solidità elegante di una cattedrale, sembra delimitare un luogo sospeso, patria di un mondo altro. Il visitatore, come il fedele davanti a Notre Dame, è disorientato e minuscolo. L’architettura di Gehry è talmente anomala da sembrare incredibile anche a lui, prende vita con la collaborazione di un’equipe di assistenti, dalla pragmaticità solida dei modellini di cartone e bicchierini da caffè accartocciati.

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Lou Ruvo Brain Institute

Unico elemento costante: la presenza demiurgica di Frank Gehry, a cui Pollack dà la possibilità di plasmare la propria storia con lo stesso spirito ricercatamente noncurante con cui presenta la sua opera: l’inizio come ceramista, la conversione all’architettura e perfino quel professore che gli consigliò di lasciar perdere, fino ad arrivare alla prima grande commissione, il Santa Monica Mall a Los Angeles, quando capì che non avrebbe mai più lavorato unicamente “per vivere”.

Con Sketches of Frank Gehry, Pollack nasconde dietro la forma del documentario non solo un omaggio, ma anche la possibilità di auto-raccontarsi e auto-costruirsi, di disegnare con tratti sconnessi ma nitidi e precisi l’immagine simbolo dell’architetto che ha riscattato l’architettura. L’opera di Pollack illumina quella di Gehry e, come in un gioco di specchi, ne è illuminata: i due colossi della cultura occidentale contemporanea si lasciano guardare come edifici semisacri, cristallizzati nell’immagine vincente che di loro ha consegnato la storia, eppure così tranquilli da ridere delle proprie insicurezze giovanili stravaccati sul divano.

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