Catalunya: il giorno della verità

ottobre 3rd, 2017 | by Andrea Moro
Catalunya: il giorno della verità
Attualità

Abbiamo tutti sotto gli occhi quelle vergognose ed incresciose immagini della guardia civil spagnola che trascina e malmena i pacifici cittadini catalani desiderosi di esprimere la propria preferenza riguardo alla questione più dibattuta negli ultimi giorni, quella dell’indipendecia catalana.

Ora posto che, nel 2017, gestire qualsiasi problematica reprimendo nella violenza il dissenso è cosa anacronistica, incivile ma soprattutto che denota una totale incapacità di gestire qualsiasi tipo di situazione, cerchiamo di analizzare un po’ ciò che è successo ieri nella Comunità autonoma di Catalunya, e le conseguenze implicate.

È bene iniziare esaminando la questione partendo dal discorso del premier spagnolo Mariano Rajoy, il quale per la verità è sembrato povero di argomentazioni adeguate a sostenere la posizione inamovibile assunta dal Gobierno Central de Madrid. Il premier ha più volte ribadito l’importanza dello “stato di diritto”, sostenendo, a ragione, la più completa illegalità, da un punto di vista prettamente giuridico, nella quale è stato organizzato e si è svolto questo referendum. Un referendum definito, per usare un eufemismo, “casareccio”, per il quale non son state dichiarate le urne nelle quali si sarebbe tenuta la consultazione; le schede sono state stampate in casa; ma soprattutto non era previsto dalla costituzione spagnola, e per questo nemmeno approvato dal governo di Madrid.

Rajoy ha inoltre sottolineato come questa “irresponsabile presa di posizione” sia una “perdita di diritti per tutto il resto degli spagnoli” che pagano le tasse, contribuiscono al PIL nazionale, ma non si sognano nemmeno lontanamente di montare una simile messa in scena, nonostante probabilmente le motivazioni di malcontento abbondino, specialmente in un paese in difficoltà come la Spagna.

Inoltre, il principale esponente dei popolari, sottolineando, in maniera nemmeno troppo convincente, l’efficacia della democrazia spagnola, si difende dagli attacchi, sostenendo di aver agito solamente in nome della legge. E si apre ad un possibile dialogo futuro, purché nei limiti della legalità.

Nel frattempo, in Plaza de Catalunya, questo discorso veniva accolto ironicamente, con cori e richieste di dimissioni, sostenute peraltro dal leader di Podemos, Iglesias.
Al momento, dopo aver raggiunto un incredibile, ma atteso 90% di SI, il governo della Generalitat, si appresta a portare avanti le procedure per l’indipendenza, regolamentate dalla precedente legge approvata dal parlamento catalano, e dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Un dato importante è che hanno votato più di 3 milioni di persone, su 5 milioni di aventi diritto, quindi nonostante non fosse presente alcun quorum, esso sarebbe comunque stato raggiunto, e credete, anche ai fini della legittimazione, non è un particolare indifferente. Ora il governo autonomo ha 48 ore, fino a mercoledì, per dichiarare l’indipendenza. Intanto oggi a Madrid erano convocate d’urgenza tutte le forze parlamentari, ma ciò nonostante una posizione netta da parte dell’Europa tarda ad arrivare. La UE infatti si trova in mezzo ad una scomoda contesa tra uno dei suoi membri più attivi e storicamente presenti, e una delle aree commercialmente più strategiche e attive.

L’impressione è che tutto questo sia stata una patetica messa in scena, a mostrare il braccio di ferro, poi scappata di mano, che ha causato 800 feriti e un’insanabile frattura tra due parti, già di per sé distanti; che ha mostrato la più totale incapacità da parte della classe politica di gestire quella che alcuni mesi fa sembrava una “tranquilla salita domenicale in collina” in un’ostica “scalata ad un inarrivabile Everest”. Sarebbe, infatti, bastato negoziare, trattare civilmente tra due parti appartenenti ad uno stesso stato, e magari concedere l’uno qualcosa della propria posizione all’altro. Ora invece ci troviamo in quella che sembra un’isterica Brexit 2.0: l’entusiasmo del giorno dopo fortemente coinvolgente, ma dopo un anno nulla di fatto è cambiato, e la situazione ancora ristagna penosamente e senza, oltretutto, margini tangibili di un effettivo cambiamento a breve termine.