Murakami e il vetro #1

settembre 19th, 2017 | by Davide Spinelli
Murakami e il vetro #1
Letteratura

Murakami racconta che per essere uno scrittore di un certo valore bisogna essere egoisti e presuntuosi.

«Se in un racconto compare una pistola, serve che prima o poi spari», diceva Cechov. Murakami, quando vuole, spara e rompe il vetro. E il vetro è in un sacco di cose. In uno specchio, in una finestra, in un bicchiere, in un anello. E’ come se prima di scrivere si sedesse davanti alla propria scrivania, armasse il palmo della mano sinistra con un sfera di vetro e la frantumasse a terra. Cauto, sporge il busto dalla sedia di legno e osserva i cocci sul pavimento. Scrivendo prova a ricostruire la sfera, nella maniera più eterogenea possibile.

Quindi più che recensire i libri di Murakami, provo a raccontare quali e quante figure compaiono su questi pezzi di vetro. Si tratta di vivere i libri.

Di Kafka sulla spiaggia (2002).

Ho letto la maggior parte della storia seduto nella biblioteca della mia città. E quando, dopo pochi capitoli, ho scoperto che al centro della narrazione c’era proprio un luogo del genere, ho sentito un forte abbraccio.

Lo finii un mercoledì mattina. Poi presi un caffè al bar. Poco dopo due ragazze occuparono il tavolo di fronte al mio. La più lontana accese una sigaretta tra le labbra. L’altra aveva un libro in borsa. Fra la copertina e la prima pagina s’inseriva un cono di luce e riuscii a intravedere una calligrafia. Così pensai: cosa potrei scrivere di Kafka sulla spiaggia?

Senza pensare, scelsi queste parole: Tamura Kafka è nella biblioteca Kōmura. E se fosse la stessa in cui ho letto? Malinconia e verità, di un mondo nuovo. «Se ti ricordassi di me non m’importerebbe nulla anche se tutti gli altri mi dimenticassero». A margine, immaginai di indicare la data e l’ora.

– In questo bar non l’ho mai letto – pensai. E subito me ne penti: l’atmosfera era così particolare. Allora, provai a ricordare tutti i luoghi in cui ho letto di Kafka. Perché questo è un punto fondamentale: aiuta a rivivere le emozioni nei punti più di diversi della narrazione, del viaggio che si è appena terminato. E che forse qualcuno vuole continuare.

La storia termina, e hai perfettamente il controllo su di essa, fino all’ultima parola. Le briglie del mondo di Murakami scivolano dalle tue mani qualche minuto dopo aver ripiegato la copertina e allontanato il libro. In questo preciso momento ti scopri impreparato. E stupito. Capisci appieno il senso profondo della vocazione narrativa di Murakami. «Un pomeriggio di aprile del 1978, stavo guardando una partita di baseball al Jingū Stadium, non lontano da casa mia. Era l’inizio della stagione della Central Leaugue, gli Yakult Swallows contro gli Hiroshima Carp. All’epoca gli Swallows erano delle schiappe, di conseguenza, com’è ovvio, a fare il tifo per loro eravamo in quattro gatti. […] Il cielo era di un azzurro terso, la birra ben fredda, e contro il verde dell’erba la palla bianca si stagliava nettamente. Il primo battitore degli Swallows era Dave Hilton, un americano magro che nessuno conosceva. Nella seconda parte del primo inning, Hilton spedì la prima palla del battitore sulla sinistra, e catturò la seconda base. Ci furono degli applausi. Fu in quel momento che pensai: – Sì, anche io posso scrivere un romanzo! -» (Da Romanzi nati sul tavolo della cucina. Introduzione a due brevi romanzi. Murakami, Vento e Flipper, Einaudi).

Una vocazione caduta dal cielo quindi. Esattamente come pesci e sanguisughe piovono dal cielo nella città di Nakata. Colui che divide il palcoscenico della storia con Tamura.

E’stata l’atmosfera della biblioteca, sia nella dimensione narrativa che in quella mia personale, a concedermi una nuova dimensione temporale, che fino ad ora rimaneva spesso offuscata, per bravura o volontà dell’autore stesso.

Tamura Kafka, quindici anni, non riesce a vivere nel futuro, tormentato dalle vicende passate, che hanno temibili effetti sul presente. Nakata, invece, che compie un percorso quasi parallelo a quello di Kafka, vive esclusivamente il presente. Murakami recide Nakata dai ricordi. E Nakata colma questo vuoto con la sua immaginazione. Respinge gli uomini vuoti di Eliot, che fanno tanta paura. L’abito del passato è meticolosamente abbinato alla figura della signora Saeki, il cui mistero non è solvibile se non nel mondo di Murakami. Una donna immortale alle pagine di un libro.

E la dimensione del futuro?

– Possiamo chiarire ora? – disse la ragazza senza sigaretta. – Puoi perdonarmi? -. La situazione si fece confusa ed evanescente. Le figure di Tamura e della signora Saeki comparvero al tavolo. Erano lì, a pochi centimetri. Stavo perdendo il controllo.

- Puoi perdonarmi Tamura?

- Ho il potere di farlo?

3942645_251436Capii. Murakami conserva per sé la dimensione del futuro. Ed è egoista. Non è  interessato a rispondere a domande come questa nel nostro mondo. Perché comprende ed accetta sia impossibile. A questo si lega la capacità di Nakata, e del suo amico Hoshino, di parlare con i gatti. «Noi siamo al confine del mondo e stiamo parlando una lingua comune», sarà l’ultima frase pronunciata da un gatto ad Hoshino. «Una lingua comune ai confini del mondo».

Tamura si chiede quale potere abbia la sua lingua e della signora Saeki di determinare un perdono. Di determinare l’amore, il sesso, l’ossessione. Ad ogni pagina cerca di ricomporre la sfera di vetro che Murakami ha gettato sul pavimento, ma ogni volta succede qualcosa di inaspettato: gli stessi pezzi che componevano la sfera danno vita a nuovi oggetti e nuove forme. E nessuna di queste è una soluzione. Perché non ci sono problemi, ma mondi diversi.

«Io non capisco cosa significhi vivere», continua a ripetersi Tamura. Murakami risponde con il Brave new world della Tempesta. Ma va anche oltre. Rassicura Kafka: non importa sia nuovo solo per te. Questo è abbastanza. E’ abbastanza per chiedere e scrivere: «non capisco come amare qualcuno profondamente voglia dire ferire quella persona in modo tanto crudele». «Noi non buttiamo nulla, lo assorbiamo» . «Il niente può aumentare?». In questo vortice, una cosa sola va ricordata: «la felicità è una sola, l’infelicità ha mille sfumature» (Tolstoj).

Murakami gioca coi pezzi di vetro. Spiagge, marciapiedi, stazioni, persone, donne. Tiene questi pezzi in tasca, e non credo ne senta il peso. Fra loro c’è passione. Come nelle sue visioni, come in sogno; Kafka sulla spiaggia.Parole come magneti; personaggi come sale e miele sulle ferite. La signora Saeki il sale, Kafka il miele. Ci sono forze d’attrazione: tra me e lui, tra lui e queste due ragazze. Murakami intreccia il suo mondo al nostro. Il nodo è stretto. Il nodo è elastico. Non c’è poesia che in questo.

La ragazza più lontana spegne la sigaretta nel portacenere. Il pacchetto è solo all’inizio.

«Tutto è metafora» (Goethe).