Mente Captus: racconti dall’ex manicomio di Voghera

settembre 16th, 2017 | by Luca Carotenuto
Mente Captus: racconti dall’ex manicomio di Voghera
Cultura

Un lavoro di immagini ma anche di suoni per raccontare una realtà apparentemente lontana come quella dei manicomi, ma di fatto incredibilmente vicina e ancora tangibile. L’autunno anticipato ci coglie un po’ impreparati in questa serata di metà settembre. Volendo fare il romantico mi sforzo di trovare l’atmosfera adatta al tipo di evento al quale sto per assistere. Marcella Milani, fotografa freelance classe 1974, ci introduce alla sua ultima fatica: un reportage fotografico dell’ex manicomio di Voghera. Un lavoro durato più di due anni per un totale di 9000 foto scattate e circa 60 quelle esposte.

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Il manicomio, inaugurato nel 1876, fu progettato dall’allora docente universitario di psichiatria di Pavia Cesare Lombroso. Su una superficie di 13.000 mq circa, la struttura ospitava epilettici, agitati, sudici e nello stabile semicircolare esterno i furiosi. La struttura conobbe il suo apice nel 1883 quando ospitò il IV Congresso della società freniatrica italiana e per l’occasione venne ritinteggiato a fasce bicrome. Le foto di Marcella Milani, rigorosamente in bianco e nero, ci raccontano una storia di degrado, abbandono e prigionia. Una prigionia che è prima di tutto interiore e mentale, come del resto vuole mettere subito in chiaro il titolo della mostra stessa “prigioniero della mente”.

IMG_7067La mostra è divisa in tre sale: nella prima, nella quale ci accoglie la fotografa, sono esposte le fotografie storiche della struttura quand’era ancora funzionante. In esse sono ritratte donne e uomini (ma principalmente le prime tra pazienti e assistenti) occupate in attività ricreative e lavorative. Nella seconda sala, la più grande, inizia la mostra vera e propria. La Milani immortala stanze, porte, corridoi, strumenti di cura ma anche giochi, buoni pasto e vestiti tutti accomunati dall’abbandono e dall’oblio. Saranno forse le scale di grigi delle foto o il tocco professionale dell’artista a provocarmi un vorticoso senso di abisso e voragine.

Personalmente rimango colpito da un soggetto ricorrente della Milani: le sedie vuote. Siano esse di pazienti, infermieri o dottori, le sedie vuote raccontano più di ogni altra cosa una storia tangibile di presenze abbandonate, di corpi e persone senza identità in un mondo che stava compiendo i primi maldestri ma fondamentali passi nella psichiatria.IMG_7115

Poi improvvisamente nella terza sala ecco spuntare a sorpresa il colore. Sono qui esposti infatti i “lavoretti” di alcuni ospiti della struttura. Questi curiosi pezzi d’arte regalano un po’ di sollievo mostrandoci un altro aspetto della realtà del manicomio nella quale la malattia mentale poteva trovare uno sfogo produttivo. Tra bagnanti in spiaggia e bambine danzanti, rimango colpito da un “uomo crocifisso per i suoi vizi”.

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Oltre a foto e disegni la mostra espone anche dei crani per lo studio e degli strumenti da lavoro del personale medico. Dicevo all’inizio che si tratta di una mostra di immagini ma anche di suoni e infatti a completare il tutto c’è anche un’installazione sonora gestita da un tecnico del suono per diffondere nella mostra suoni strani e disturbanti quasi come per entrare ancora più in sintonia con la disarmonia dei soggetti e della realtà in questione.IMG_7055

Marcella Milani mi ha infine concesso qualche minuto del suo tempo per una chiaccherata e ci racconta un aneddoto divertente:” un giorno stavo scattando nella struttura quando all’improvvsio dall’altro lato del corridoio scorgo un uomo che gira per le varie stanze. Ci siamo visti e siamo scappati entrambi pensanso chissà che cosa l’uno dell’altro. Un quarto d’ora dopo ci siamo riincontrati fuori dal manicomio; era un fotografo olandese anch’egli al lavoro e da allora siamo diventati molto amici.”

La mostra è visitabile fino all’undici ottobre al Broletto di Pavia. Prendetevi un paio d’ore della vostra giornata per un viaggio nel tempo, nei luoghi e nella mente della provincia di Pavia.