Perché “Il Gioco dei Troni” è morto e chi l’ha ucciso

settembre 2nd, 2017 | by Samuele Badino
Perché “Il Gioco dei Troni” è morto e chi l’ha ucciso
Birdmen

La settima stagione de Il Trono di Spade si è conclusa lasciando nei cuori degli spettatori da un lato la trepidazione in attesa del lontano ottavo e risolutivo capitolo di questa saga e dall’altro una certa amarezza di fronte all’evidentissimo tracollo di qualità che ha subito la serie.

1Non si sta parlando del valore della regia, altissimo e che anzi è forse cresciuto nel corso degli anni, né del livello della recitazione, solido per la grande maggioranza del cast, nè tantomeno della fotografia, del montaggio o dei dialoghi, quasi sempre ben scritti e convincenti. Il tallone d’Achille di Game of Thrones è diventata la trama. Ed è proprio qui che sorgono i problemi: era infatti la freschezza narrativa della storia vera e propria ad aver catturato i lettori de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco prima e gli spettatori della TV serie poi, consolidandosi come il punto di forza di tutta la costruzione di George R. R. Martin.

«Come lettore imparai molto presto a odiare i libri prevedibili: […] c’è l’eroe e c’è il cattivo, l’eroe se la vedrà brutta per un po’, ma alla fine in qualche modo trionferà. Ci possono essere incidenti che sembrano pericolosi, ma in verità non c’è mai alcun pericolo per l’eroe.
Non mi piacciono i libri così. Mi piacciono quelli che mi sorprendono […]. Voglio che i miei libri siano così per chi li legge. Quando un personaggio è nei guai, rischia la vita, e voglio che il lettore abbia paura. […] Penso che l’unico modo per ottenere ciò sia uccidere qualcuno di importante in maniera inaspettata quanto prima. Così che i lettori sappiano che questo è un libro dove tutto può succedere, e che quando il pericolo incombe i personaggi non sono mai al sicuro.»

111Questo diceva Martin il 24 agosto scorso in un’intervista per la Petersburg Fantasy Assembly, ma pare proprio che gli sviluppi della settima stagione della serie televisiva tradiscano questo intento. Se, a partire dallo scorso luglio, i primi episodi di questo ciclo si limitavano a languire nella mediocrità (le nostre recensioni di DragonstoneStormborn e The Queen’s Justice), riducendo anche incontri dall’altissima aspettativa come quello tra Daenerys e Jon Snow a scambi di penose battute, e se si sperava che questo torpore avesse il preciso intento di gettare le fondamenta per rivolgimenti notevoli, tutte le speranze si sono rivelate vane e la prima impressione, per una volta, ha contato davvero. La mediocrità si è trasformata in banalità e la storyline ha preso una piega non inspettata. La quarta puntata, The Spoils of War (la nostra recensione), aveva osato rinnovando lo schema di battaglia che si era ripetuto per tutta la serie fino a The battle of the bastards, ovvero di saltare gli scontri a piè pari e darne l’esito. Aveva anche messo un po’ di carne al fuocobomb-timer (ovviamente sto parlando delle carni delle truppe dei Lannister) per concludersi con il più classico dei salvataggi all’ultimo minuto da far impallidire i sette secondi (007) che rimanevano al Bond di Sean Connery in Missione Goldfinger (1964); le era seguita Eastwatch (la nostra recensione), che aveva dato qualche speranza. Grandi incontri, grandi ritorni, una scenggiatura solida e dialoghi molto validi, un episodio che concentrava la sua lente sugli uomini e sulle donne di Westeros, presentando le loro ansie, paure, passioni: una puntata insomma pienamente inserita nel contesto della saga. Un presagio di ciò che ci si doveva attendere lo si era avuto con l’assemblarsi della 11111Compagnia del non-morto, che nell’ultima sequenza attraversava la Barriera. “Riusciranno i nostri eroi a sconfiggere il terribile Re della Notte e a riportare la pace nei Sette Regni?” sembrava quasi di sentire echeggiare in lontananza. E poi venne Death is the enemy (la nostra recensione). Come l’Angelo della Morte sul Macellaio della celebre canzone di Branduardi, a uccidere Game of Thrones. Sono bastati due episodi a sopprimere l’essenza de Il Trono di Spade. Come per magia d’un tratto scompaiono la sceneggiatura di ferro, il gioco dei troni declinato in guerre psicologiche e fisiche, il labile confine tra Bene e Male frutto di un mondo in cui ognuno aveva le proprie ragioni e i propri torti, che non aveva un protagonista e un antagonista, ma in cui tutti a modo loro erano sia l’uno che l’altro. E chiunque, in qualunque momento, poteva morire. E lo faceva.

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Ora non più. I beniamini sebbene si spingano in missioni suicide sopravvivono e i cattivi, o gli ignoti, vengono sopraffatti. Oltre la Barriera muoiono solo Bruti che non erano stati nemmeno inquadrati in volto, che non sappiamo chi siano, eccezion fatta per Thoros. Dopo il comico attacco dell’orso-zombie. in cui muore uno (chi? boh uno) i nostri eroi scoprono che1111 uccidendo l’Estraneo che li comanda tutti i non-morti si accasciano al suolo come burattini senza fili. Tutti tranne uno, proprio quel che serviva. E da qui si inaugura la fiera dell’ovvio. Gendry che corre più veloce di Forrest Gump, i corvi che volano come missili terra-terra, i nostri cinque eroi che tengono testa a migliaia di non-morti che si fanno incontro uno alla volta proprio per farsi tener testa, Daeny coi suoi tre draghi che arriva al momento opportuno, sospinta da questo innamoramento per Jon Snow che ha scoperto solo quando vi ha accennato Tyrion. Da qui oltre all’ovvio ci si avvia verso il comico e il demenziale: il fuoco dei draghi (il cui calore è leggendario) non scioglie per nulla il ghiaccio che si è formato sul lago nel giro di una sola notte; Daenerys non si preoccupa minimamente del gruppetto di Estranei a cavallo, evidentemente in posizione di comando, a poco più di un centinaio di metri da dove si sta consumando l’azione; Jon Snow, senza alcuna ragione apparente, si allontana da Drogon per combattere altri zombie mentre poteva benissimo attendere il suo turno in coda per fare il suo giro sulle giostre mentre i draghi si occupavano del resto molto meglio di quanto non potesse fare lui. jon sno shan yuTutti fuggono dopo che il Re della Notte (con le lance che aveva lì provvidenzialmente) fa centro al primo colpo e poi cilecca al secondo, mentre Jon Snow affonda nel lago ghiacciato ma, siccome è Jon Snow, si salva e ne esce come Shan Yu dalla neve in Mulan. Ma non sono finite le sequenze in cui rimanere inermi di fronte allo scempio: al momento giusto ecco arrivare zio Benjen, mentre Daenerys si prepara al suo siparietto languido con il nuovo amato, quasi non fosse turbata dalla morte di suo figlio. Tra sguardi ammiccanti ed inquadrature insistite sulle mani intrecciate, Jon, senza alcun motivo evidente, dice che si inginocchierebbe volentieri davanti a lei e anche lei pensa che si inginocchierebbe volentieri davanti a lui, ma non può dirlo perché la HBO non è ancora Brazzers. Il festival del banale continua a tenere aperti i battenti e con delle enormi, spessissime e lunghissime catene mai viste prima il drago viene estratto dal lago e risvegliato, noncuranti del fatto che fino a tre minuti prima ai non-morti era completamente proibito avvicinarsi all’acqua. Da qui la trama dell’episodio successivo (la nostra recensione) è fin troppo scontata. Tutti i buoni sono buoni e non possono morire, Jamie adesso ci sta simpatico e lascia la sorella cattiva inutilmente (non sa più combattere, non ha un esercito e nemmeno Bronn), Peter Baelish è cattivo e muore. Di nuovo sguardi languidi, porte che si chiudono e i due personaggi preferiti dal pubblico che amoreggiano; naturalmente il Re della Notte a cavallo di Viserion distrugge la Barriera.

Ma dunque chi ha ucciso Game of Thrones? Noi, il pubblico. Perché, purtroppo, il pubblico sta decidendo la serie. Il pubblico voleva la love story e l’ha avuta, il pubblico vuole che i meschini periscano e i suoi beniamini sopravvivano, il pubblico vuole vedere uno scontro epocale tra Bene e Male e lo vedrà, perchè la HBO non vuole perdere ascolti ed è disposta ad accontentare il popolo, arrivando a tradire uno degli show televisivi più riusciti di sempre.

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