Il terremoto nella storia della letteratura

agosto 18th, 2017 | by Demetrio Marra
Il terremoto nella storia della letteratura
Cultura

In che modo gli eventi catastrofici, e in particolare quelli sismici, hanno influenzato la letteratura, da sempre espressione incontrollabile – eppure calata in mille forme – dell’inquietudine esistenziale dell’uomo? In che modo il tremore e il rumore dei terremoti è stato tramandato attraverso le generazioni? Parlerò del fenomeno per fils rouge esemplari. In questo articolo – a dire il vero – sarò particolarmente sbrigativo, pur arrogandomi il diritto di riportare ampi spezzoni letterari.

Plinio il Vecchio durante l’eruzione devastante del Vesuvio nel 79 d.C. si trovava a Miseno, a comando della flotta. Plinio il Giovane, suo nipote, scrisse in due lettere a Tacito della morte del Vecchio: «Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. […]». Plinio il Vecchio – mito vuole – morì per la sua grande curiosità proto-scientifica! E suo nipote scrisse pagine bellissime, pur sottolineando l’humanitas dello zio, che si mise in pericolo per salvare vite umane più che per osservare il fenomeno.

Seneca più che scrivere autonomamente del fenomeno, riporta opinioni classiche (com’era in auge fare all’epoca). Vorrei ancora richiamare esperienze classiche, ma la pagina mi costringe ad un balzo temporale quasi incontenibile (quanto ad una prosa torrenziale), fino a Dante Alighieri. L’esule fiorentino traduce l’evento naturale in espediente letterario. Scrive nella Commedia: «Finito questo, la buia campagna/ tremò sì forte, che dello spavento/ la mente di sudore ancor mi bagna./ La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia/ la quale mi vinse ciascun sentimento:/ e caddi come l’uom che ‘l sonno piglia» (Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto III dell’Inferno, Versi 130-136). L’esule fiorentino difatti non riusciva sempre a spiegare i misteri della divinità e dell’oltretomba, e per questo costringeva il proprio personaggio a “svenire”, come un corpo morto (e di certo l’espediente può richiamare diverse tecniche narrative non soltanto moderne). Ma il terremoto è anche espressione della volontà di Dio, è Stazio a spiegarlo a Dante nel Canto XXI del Purgatorio: il “tremoto” è la sirena di conclusione della pena temporale da scontare nel purgatorio.

Per un altro fiorentino, Francesco Petrarca, la scossa tellurica non può che essere l’estrinsecazione di quella indecisione che ha impegnato il corso della sua esistenza. I paesaggi calpestati, le emozioni descritte, le delusioni amorose sono un tremore continuo e costante che mai l’abbandonerà. Come scrive nel Secretum: «Ai terremoti non v’è rimedio alcuno. Se il cielo ci minaccia con le folgori, pure si trova scampo nelle caverne. Ma contro i terremoti non vale la fuga, non giovano nascondigli» (1347/53).

A causa certo della mia parzialissima competenza in materia, è d’obbligo chiamare in causa studiosi del settore: in particolare mi rifaccio qui all’articolo di Silverio Novelli, Terremoto, sisma, sismo, reperibile Online nel sito dell’Enciclopedia Treccani:

Nel Boccaccio rimatore troviamo la forma oggi esclusiva: «Tuttor cascar si vede, con le vette / dell’alte torri sparse alla pianura, / per terremoti o vive folgorette». Mentre un’orchestrazione suggestiva di moti della natura si legge nella Gerusalemme Liberata (canto IX, 22ª ottava): «Fiume ch’arbori insieme a case svella, / folgore che le torri abbatta ed arda, / terremoto che ’l mondo empia d’orrore, / son picciole sembianze al suo furore». Moti della natura, travolgenti e distruttivi, che servono al Tasso per rappresentare la furia bellicosa sprigionata dal Solimano che irrompe nel campo dei cristiani. Una parola carica di forte suggestione sensoriale, che autorizza usi estensivi di tipo metonimico: il terremoto diventa allora suono rimbombante di masse di animali; o, anche, prodotto dell’azione rumorosa degli umani, come si evince dai seguenti due brani, tratti da prose primonovecentesche del piemontese Giovanni Faldella e del romano Cesare Pascarella. Ecco Faldella: «Sollevò urli di entusiasmo e un terremoto di applausi misti ad un nubifragio di lacrime ardenti fra i quattromila astanti». Pascarella: «Il maestro mi lasciò, si pose dinanzi ai dieci indiani, diede il segnale, e giù colpi di grancassa, guaiti di cornetto, rulli di tamburi e terremoti di tromboni… da schiantar l’universo». Gli usi figurati del vocabolo si estendono, transitando dagli effetti delle azioni e degli strumenti umani alle persone stesse. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si comincia a scrivere e parlare di tremoto e poi di terremoto a proposito di «persona assai vivace e irrequieta, che mette tutto sottosopra (si dice per lo più di bambini o persone giovani)» (Vocabolario Treccani), come accade in questo dialogo tratto da una prosa del mantovano Alberto Cantoni: «“Zio, zio, ho bisogno di te”. “Che hai terremoto? Per poco non mi facevi cadere!”». Dopo avere aderito alla caratterizzazione di un certo tipo umano – quasi macchiettistico, a dire il vero, e in definitiva di tipo comico –, la figuratività del terremoto si sposta nuovamente nel regno degli accadimenti. La prima attestazione di terremoto nell’accezione di «mutamento improvviso, inaspettato, che rinnova profondamente una situazione o rovescia un equilibrio» (Vocabolario Treccani), si trova in una lettera di Carducci: «Io anelo un terremoto politico che sfasci tutte le putride fondamenta di questo bordello della vecchia Europa e della vecchia società».

tmr_corriere_sera2Sappiamo delle parole di Salvatore Quasimodo ne La terra impareggiabile (1955-58): «Dove sull’acque viola/ era Messina, tra fili spezzati/ e macerie tu vai lungo binari/ e scambi col tuo/ berretto di gallo/ isolano. Il terremoto ribolle/ da due giorni, è dicembre d’uragani/ e mare avvelenato». In Al padre il terremoto è l’incipit dell’avventura lavorativa del padre, che lo trascina distante dal poeta, in una leggera e piacevole sofferenza.

Dalla Messina appena citata, Alexandre Dumas giunse a Reggio. Per proseguire il suo viaggio dovette attraversare la Calabria da sponda a sponda, da Scilla fino a Cosenza:

Verso la metà della notte fummo svegliati dal grido: Terremoto! terremoto! C’era stata a quanto sembrava una scossa terribile che noi non avevamo sentito: saltammo fuori dai letti che erano andati a finire in mezzo alla stanza e corremmo alla finestra. Una parte della popolazione vagava nelle vie lanciando urli terribili. Tutti coloro che, come noi, erano rimasti nelle case si precipitavano fuori nell’abbigliamento pittoresco nel quale l’evento li aveva sorpresi. La folla si spostò verso le baracche e a poco a poco la calma ritornò; restammo circa mezz’ora alla finestra e visto che non ci furono nuove scosse la città ricadde poco a poco nel silenzio. Quanto a noi richiudemmo le finestre, rimettemmo le coperte, riportammo i nostri letti accanto ai muri e ci ricoricammo. Il giorno dopo, quando suonammo, fu il nostro stesso ospite che venne da noi. La scossa della notte era stata così forte che aveva creduto che quella volta il suo albergo sarebbe crollato; era allora uscito dalla sua baracca ed era accorso temendo che ci fosse successo qualcosa, ma ci aveva visto alla finestra e ciò l’aveva rassicurato. Altre tre case avevano ceduto ed erano completamente crollate; fortunatamente, essendo le più pericolanti, erano deserte e non c’erano state vittime. Col giorno ritornò la calma; per un fatto singolare le scosse si ripetevano regolarmente sempre di notte. Ciò che aumentava il terrore. All’alba, d’altronde, avevamo sentito suonare le campane. Era domenica e nel convento dei cappuccini c’erano la messa solenne e la predica. Benché ci fossimo preparati in anticipo, avvertiti dal nostro ospite che la chiesa sarebbe stata troppo piccola per contenere tutti i fedeli, arrivammo troppo tardi. La folla straripava nella via e solo con difficoltà riuscimmo a fenderla per entrare nella chiesa. Infine riuscimmo ad arrivarci e ci mettemmo vicino al pulpito per non perdere neanche una parola del sermone.

A conclusione della corsa letteraria, impegno la scorciatoia di una storia letteraria particolare, calabrese: penso a Corrado Alvaro (San Luca 1895 – Roma 1956), il quale scrisse un bellissimo racconto Terremoto, al quale rimando, e pure un altro che più volte sente il richiamo del sisma, A piedi nudi: «Fu una piccola scossa di terremoto, che si sentì in un solo paese, un paese povero e quindi trascurabile. I giornali ne parlarono in tre righe, e non riferiscono che Procopio aveva perduto sotto le rovine della sua casa lo stipo che era il solo mobile da lui posseduto fin dal giorno delle nozze»); penso ad autori recenti come Augusto Placanica (L’Iliade funesta, Storia del terremoto calabro-messinese del 1783), eppure sempre per ragioni di spazio mi trovo a eligere: vorrei soffermarmi su un racconto di Leonida Rèpaci, Quando fu il giorno della Calabria – una voluta genesi biblica riletta della terra natia. Rèpaci conclude il percorso di assimilazione del fenomeno naturale in una delle terre più devastate: il terremoto s’associa alle malattie, alla ‘ndrangheta, alla povertà, diventa non fatto esclusivo, ma componente fondamentale e inscindibile della terra:

Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Awaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi. Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio, Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna, a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta, a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole. A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India, a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia. Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose, i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati, i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali, le bestie amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione. Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio. E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, poté abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta, Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: – Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juornu c’a notti è fatta -. Una notte che già contiene l’albore del giorno.