The angry men – Non toccate questa casa: una sovversione narrativa?

agosto 4th, 2017 | by Demetrio Marra
The angry men – Non toccate questa casa: una sovversione narrativa?
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Pure nella sua brevità, il cortometraggio (forse per il suo carattere incerto) ha spesso assunto postura avanguardistica, una sorta di “anti-cinema”, come lo definisce Godard:«un anticorpo che forza i registi a dimostrare il proprio valore», contro quel sistema di ricorrenze che è la norma cinematografica o l’estetica reciproca di autore (autori) e pubblico. Spesso è il privato banco di prova di registi liberi, vetrina privilegiata di piccole produzioni o singoli cineasti: è esemplare la Ram Film, che ha così spesso dato alla luce cortometraggi, documentari, fino al riconosciuto mediometraggio Gramsci 44The angry men – Non toccate questa casa è l’ultima opera. Si legge direttamente la sinossi nel sito ufficiale:

È il giorno della partita Italia-Uruguay dei Mondiali di Calcio 2014. La famiglia Parini, barricata dietro una serie di bombole a gas, protesta contro le banche e lo Stato per il sequestro della propria casa, minacciando di farsi saltare in aria. Intanto Filippo, Il figlio di 12 anni, ha un’idea: per pagare i debiti dei genitori venderà l’album delle figurine del glorioso mondiale España ‘82, conservato dal padre per decenni.  In quell’album manca però la figurina di un grande calciatore: Gaetano Scirea.

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È quindi senza dubbio una storia di rabbia, di populismo, di accanimento, tutta pervasa da una comprensibile e attuale disperazione. Un racconto politico, scomodo, certo, ma anche qualcosa di completamente diverso: non personaggi ma persone si rifiutano – pur nell’amara consapevolezza della probabile non riuscita – di aderire passivamente ad una realtà compromessa dall’ingiustizia sociale. Dall’apparizione del “talismano” (intendo l’album di calciatori citato in sinossi), un’apparizione tutt’altro che profetica, neppure diafana, direi ottica, che insiste dunque sull’esperienza visiva del riconoscimento e da lì con un capitombolo furioso e inespresso fino al ricordo, da quell’apparizione tutto il racconto (e il suo palcoscenico, gli attori…) sembra imbottigliarsi fino al tamponamento extradiegetico. Interverrà per segni, meglio: per suoni (la sirena di un’ambulanza…), senza più essere in proprio riproposto nel conteggio finale dei minuti. Parallelamente a questo scivolamento, da apparizione fugace dentro il grottesco universo degli adulti (che diventa la trappola, la morsa appunto, in cui l’uomo contemporaneo è costretto a sopravvivere), Filippo (interpretato da Marco Marra) eroicamente indossa gli stracci del protagonista e cerca, pur nella sua estraneità (incoscienza politica), una soluzione, rappresentata proprio da quel talismano che già aveva distolto la camera dalla lite furiosa tra i funzionari statali (l’ufficiale giudiziario Francesco Bonomo) e la famiglia proprietaria (non più) della casa (che è niente una casa, nel pieno stile non epidermico meridionale, il non-finito che mostra i suoi nudi mattoni rosa che chiamano in controcanto l’arsura delle rocce): il tragico e il grottesco partecipano al contempo della voce (quella di Maria Milasi, in Claudia, la madre di famiglia) del costume, con Giorgio Colangeli nel nonno che tiene stretto un fucile giocattolo in segno di difesa, della sceneggiatura, calibrata non solo su vivaci battibecchi, ma anche su lunghi monologhi, come se l’inquadratura tradisse soltanto un pubblico polifemico. È il caso di Americo Melchionda (il regista) che interpreta Giuseppe, l’angry man, il padre rancoroso verso lo stato, quello che minaccia di farsi saltare in aria, e che perdura la minaccia per quasi l’intera narrazione.

Ho nientedimeno voluto vedere nel rapporto parentale di Filippo e Angela (la sorella, Alessia Marra), un rapporto di colori (pelle chiara e scura), di altezza, di elocuzione: dominanti silenzi si oppongono alla reazione eccentrica dei loro alter ego adulti (il padre e la madre). La distanza generazionale si traduce in movimento, è anche fuga tra i paesaggi frequentatissimi della loro gioventù (ritratti dalla fotografia di Rocco Marra). Insomma il rapporto genetico delle montagne e del mare calabresi: a Saline Joniche il mare bacia una pianura che si piega immediatamente in collina e poi montagna, uno strapiombo bellissimo che riproduce specularmente tutta la costa jonica.

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Il cortometraggio  è stato proiettato in prima Italiana assoluta il 29 Luglio scorso al Festival Internazionale del Cinema di Frontiera e fin ora, selezionato in concorso in prestigiosi festival, ha ricevuto diversi premi: Award of Excellence Best Actor (Americo Melchionda as Giuseppe) e Award of Merit – Special Mention Short Film all ‘Accolade Global Film CompetitionBest Fiction Short Film al  Portoviejo International Film Festival; Best Director al Largo Film AwardSpecial Jury Prize al Certamen International de Cortometrajes “Ciudad de la Linea”.  Tra l’altro, a breve verrà proiettato in concorso al New Renaissance Film Festival (Londra), al Fingal Film Festival (Dublino), al Golden Dragonfly Film Festival (Santo Domingo) nonché in numerosi altri festival in tutto il mondo e pure in Italia, certamente (per un panorama completo visitare il sito della Ram Film).

Abbiamo parlato dunque di sperimentalismo: si tratta di una pacata sovversione della dimensione narrativa, una rottura che punta il dito retrospettivamente sulle precedenti realizzazioni. Americo Melchionda dimentica la tragedia sociale per la microstoria di Filippo, solo in superficie. Ho prima sottolineato il ruolo fondamentale del “talismano”, l’album dei calciatori del 1982, l’oggetto che permette il citato scivolamento della storia (di per sé una micro storia) nella ulteriore sotto storia di Filippo. È l’oggetto che tralascia il presente per il passato, lo rievoca nostalgicamente contro le insoddisfazioni del presente (la casa perduta, la partita con l’Uruguay… ). Un cortometraggio che ha al centro, in somma, una pensata afasia, tradita in conclusione dalla realtà: la sirena dell’ambulanza è significazione concreta di un solo finale possibile. Filippo lo sa: in trionfo distoglie lo sguardo ad un suono sordo, verso un veicolo non inquadrato, neppure degno di una piccolo passo di regia.