Era stato la mafia? #3

luglio 19th, 2017 | by Davide Spinelli
Era stato la mafia? #3
Attualità

L’ultimo giorno di un condannato a morte è uno dei racconti più famosi di Victor Hugo; una delle critiche più audaci alla pena di morte nella Francia ottocentesca. Nelle prima righe del testo il protagonista urla: il mio corpo è in catene in una cella; la mia anima è prigioniera di un’idea! 

Paolo Borsellino seppe di essere condannato a morte per 56 giorni. Il corpo libero, ma le sue possibilità in catene; e la sua volontà prigioniera dello Stato: mi ucciderà la mafia, ma solo quando altri glielo consentiranno, la frase di Borsellino rivolta alla moglie Agnese il 18 luglio 1992

L’ultimo di questi giorni è domenica; domenica 19 luglio 1992. Oggi, 25 anni fa.

Borsellino è al mare con la famiglia, a Villagrazia di Carini. Si sveglia verso le cinque di mattina e riceve una telefonata dalla figlia Fiammetta in vacanza in Indonesia. Verso ora di pranzo si reca dal suo vecchio amico Peppe Tricoli, consigliere comunale del Msi. Poi alle 16.40 saluti tutti e parte per via Mariano D’Amelio. Il convoglio giunge a destinazione dopo circa venti minuti. La via è piena di macchine da entrambi i lati: nonostante i ripetuti allarmi e i reiterati solleciti della scorta, né il procuratore Giammanco, né la prefettura né la questura hanno mai vietato il parcheggio in quel tratto di strada.

Il giudice scende dalla croma al centro delle tre auto blindate e sotto il portico del condomino della madre suona il citofono.

Alle 16.58 una fiat 126 rubata qualche giorno prima ed imbottita di 90 chilogrammi di tritolo uccide il giudice Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, sesto agente della scorta, si salva miracolosamente. E con lui rimane intatta anche la borsa del giudice e l’agenda rossa al suo interno.

Le ultime istantanee la fotografano in mano ad un carabiniere, il maggiore Arcangeli, ma l’agenda dentro la valigetta del giudice scompare per sempre.

Marco Travaglio nel suo E’ stato la mafia sentenzia: chi l’ha rubata è certamente un uomo dello Stato, visto che i mafiosi non possono certo accedere all’area transennata della strage. Evidentemente chi l’ha rubata per conto dello stato sa tutto della trattativa, compreso il fatto che Borsellino se ne stava occupando e aveva annotato le sue scoperte. […] E’ assolutamente coerente che Cosa nostra si sia occupata dell’esecuzione dell’eccidio, mentre gli uomini delle istituzioni che trattavano abbiano provveduto a cancellare le tracce delle sue indagini. 

I fatti raccontano che la borsa è ritrovata abbandonata sulla poltrona del Capo della Mobile, Arnaldo La Barbera. E nell’articolo La borsa di Borsellino fu trovata sulla poltrona di La berbera nel blog della Sicilia di Matilde Geraci, troviamo le frasi del magistrato Fausto Cardella riguardo la questione della borsa del giudice nella stanza di La Barbera: “il capo della Mobile disse che se l’era ritrovata lì e non sapeva come fosse arrivata. All’interno c’era sicuramente un’agenda marrone, di quelle appartenenti ai carabinieri. C’era poi un’agenda con alcuni numeri di telefono, ma l’agenda rossa, di cui aveva parlato il maresciallo Canale, non c’era. Venne quindi avviata un’attività investigativa per verificare chi fosse presente in via D’Amelio nei momenti successivi alla strage. Cercammo di ricostruire come la borsa fosse arrivata proprio nell’ufficio di La Barbera […], ma non ricordo assolutamente fotografie o fotogrammi di agenti con in mano la borsa. Io me ne andai da Caltanissetta nel dicembre 1993 e queste cose emersero anni dopo.

Negli ultimi giorni Borsellino ripeteva una frase: “Devo correre, devo correre, perché ho poco tempo”. E insieme a Carlo Sarzana di Sant’Ippolito ci si chiede: Ma cosa aveva saputo e da chi? Certo aveva capito che non avrebbe più fornito la sua testimonianza data la macroscopica apparente indifferenza dei colleghi di Caltanissetta e per questo scriveva furiosamente nella sua agenda, come ha riferito il maresciallo Carmelo Canale. Ma quale indagine pericolosissima stava svolgendo in realtà? 

D’accordo con Sarzana, per potere isolare qualche frammento di verità, troviamo in una circostanza poco considerata dagli inquirenti un dettaglio ragguardevole.

Il giornalista De Cori ha dichiarato come, in uno dei due incontri che ha avuto con Giovanni Falcone dopo la morte di un altro giornalista, Mauro Rostagno, impegnato nella raccolta di informazioni riguardo l’assassinio di Ciaccio Montalto, il giudice gli abbia rivelato un particolare tutt’altro che irrilevante: Falcone, di quanto gli aveva raccontato Rostagno sull’omocidio Montalto e sul traffico di armi in Sicilia, ne aveva a sua volta discusso con Borsellino. E che quindi, da quel momento in poi, entrambi hanno coordinato delle ulteriori indagini per accertare dei legami contingenti tra i servizi segreti italiani, la Cia e la mafia.

Se tale circostanza fosse vera, si potrebbe pertanto ipotizzare per quale ragione siano scomparsi sia i diari di Falcone che l’agenda rossa di Borsellino. Ma ragionevolmente Sarzana insiste: Quali erano i fatti importanti relativi all’uccisione di Falcone che Borsellino conosceva al punto di voler testimoniare al riguardo? Si trattava di traffici relativi ad armi e droga nei quali notoriamente erano coinvolti i servizi nazionale e internazionali, la massoneria, Cosa Nostra, uomini politici di vertice, fabbriche di armi, traffico di materiale nucleare? 

Questo circolo di domande senza risposta è indubbiamente uno dei tratti caratterizzanti della vicenda che qui si prova a tratteggiare. Una vicenda in continuo e perenne mutamente, basti pensare alla recente sentenza della Cassazione che commutato la pena di Bruno Contrada perché ineseguibile ed improduttiva di effetti penali.

Certo è che, al di là delle risposte, Borsellino, come raccontano la moglie ed i colleghi più vicini, aveva paura, e quindi sapeva cosa avrebbero comportato le indagini, che comunque portò avanti fino al suo ultimo giorno, trascurando persino la famiglia.

Il 19 luglio vuole ricordare un uomo, la sua famiglia, i suoi figli e le persone che non lo abbandonarono. Ma ricordare la figura del giudice Borsellino (e non solo) in questo giorno è si doveroso, ma troppo, troppo facile: la memoria ripetitiva, quella annualmente celebrata con i medesimi riti e cerimonie non raggiungerà mai la potenza e il discernimento proprio di una memoria collettiva, le cui radici traggono linfa vitale dalla prima delle istituzione pubbliche: la scuola.

Questo il motivo che ci ha spinto a continuare questa rubrica, cercando di raccontare la paura di due uomini e di chi gli era accanto. Ma dev’essere sempre un ricordo in un giorno a caso, perché oggi, 19 luglio 2017, è un giorno sfuocato, corrotto. E non ci stiamo.