“La durata di un inverno”: Una coinvolgente iperbole di fatti.

giugno 25th, 2017 | by Brunella D'Andrea
“La durata di un inverno”: Una coinvolgente iperbole di fatti.
Attualità

Cosa fa una prostituta quando non lavora?

Tea si lava spesso, scrostando via tutta l’umiliazione che non sa di sentirsi addosso. Conta i numeri pari, le mattonelle, le crepe del muro, i prodotti da bagno; conosce le cifre a memoria. Andrea fa finta di non capire. Prega, chiama le sue bambine su Skype; misura il numero di sforzi che mancano alla realizzazione dei suoi sogni di mamma.

Cosa fanno due prostitute, insieme, quando non lavorano?

Condividono la decadenza reciproca.

La durata di un inverno è uno spettacolo andato in scena per il Milano Off Festival a La Stecca 3.0, realizzato dalla drammaturgia collettiva di Focus_2, con la regia di Giulia Lombezzi e la pregnante presenza attoriale di Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan, duo formatosi a Roma e già fortemente consolidato.

Due donne: una attempata, sdegnata, diffidente, disillusa, cinica e compulsiva, l’altra giovane, madre, ingenua, sensibile e generosa; inquiline di una stanza piccola e gelida, condividono un inverno che sembra non abbandonarle mai. Il distacco tra le due vite sembra assoluto, ma il tempo eliminerà le distanze, accompagnerà la storia evolutiva di un’amicizia toccante.

Lo spettacolo cui ho assistito è la ripresa frontale della vita quotidiana di due donne, vista attraverso scansioni regolari, nell’evoluzione di una convivenza forzata. Il pur lungo arco temporale in cui prende piede la narrazione riesce a non dare affatto una sensazione di pesantezza: la performance è scattante, non addormenta mai l’attenzione dello spettatore, che resta avvolto in un universo di cui non vuole perdere nulla; il cambiamento, nel tempo, della situazione generale si percepisce solo attraverso il graduale aumento della reciproca confidenza delle due protagoniste e i sapienti e leggeri mutamenti nella scenografia: i letti piano piano si avvicinano sempre di più, la stufa di Tea, dapprima reticente e violenta nei confronti della coinquilina, inizia a dirigersi man mano verso Andrea per scaldare anche lei…

«Questo spettacolo non presenta linee di giudizio nette sulla condizione della prostituta, presenta la vita delle due donne a 360 gradi; per mantenere una linea di pensiero priva di pregiudizio nella creazione dello spettacolo ho letto Memorie di una maîtresse americana, libro che contiene tutte le sfaccettature possibili di una vita in cui coesistono violenza, squallore, orrore, ma anche fraternità ed empatia»,

mi racconta la regista Giulia Lombezzi prima dell’inizio dello spettacolo. La performance, infatti, non ha in sé nulla di sentimentalistico nel trattare la penosa condizione della prostituta, ma l’universo piantato sul palco e partorito dalle due attrici riesce comunque a creare un’atmosfera di tagliente angoscia, di assoluta empatia, di completa catarsi: la quotidianità delle protagoniste non si crea problemi a schiaffeggiare il pubblico con violenza e tensione realistica (urla esagerate, corporeità spasmodica, dialoghi tesi); lo spettacolo riproduce magistralmente la trasparenza di una vita schiettamente quotidiana, e lo fa senza alcuna retorica, esiste solo una enorme iperbole di fatti.

Le attrici: due presenze del tutto complementari bastano a creare un universo perfetto che non necessita di nessun abbellimento scenografico. Ania è sensazionale nell’interpretare il ruolo di Tea: spiattella in faccia allo spettatore tutto lo squallore di una vita abituata ad essere violentata. È una donna rozza, ma di una intelligenza e una sagacia disarmanti ed evidenti nell’ironico pragmatismo dei suoi gesti. In ogni suo singolo movimento si legge quasi la sentenza «così è la vita, io ne ho preso atto, prendine atto anche tu e non rompere». Andrea, al contrario, è il ritratto dell’ingenuità più candida, della rassegnazione disperata travestita da limpida speranza. Ma il personaggio non è insignificante e trova la sua forza espressiva nella geniale ingenuità di gesti estremi: la giovane donna organizza nella stanzina una grottesca festa di Natale per la coinquilina, si esibisce regolarmente in un ridicolo balletto davanti alle sue figlie…

La regista ha bene in mente il significato del contrasto comportamentale nella vita delle due prostitute:

Le chiedo: «Come risulta evidente, nello spettacolo, il trauma di chi quotidianamente, nelle relazioni con gli uomini, deve passare da una totale indifferenza reciproca a un momento di estrema intimità?»

Risponde: «Spesso i traumi, anche in base alla psicologia di ciascuno, non si manifestano in maniera netta, ma sono canalizzati in maniera diversa. La più vecchia si sfoga attraverso un’ossessività matematica o il bisogno continuo di lavarsi a fondo; Andrea è una mamma disincantata che si aggrappa a Dio, ma prima o poi saprà sfogare la sua grande…stanchezza. Sono le condizioni di necessità a determinare come qualcuno diventa».

Lo scambio di battute tra le due, l’evoluzione del loro rapporto, non è mai semplice ironia di contrasto, è sempre scambio reciproco, dialogo alla pari, affetto coerente in un universo per due.

«Il tema di questo spettacolo non è la prostituzione, ma l’eredità inevitabile che nasce da un rapporto» (Giulia Lombezzi)