Era Stato la mafia? #2

giugno 15th, 2017 | by Davide Spinelli
Era Stato la mafia? #2
Attualità

La seconda parte di questa storia trae ragion d’essere da due elementi cronologicamente distanti, ma moralmente coevi.

Il primo: lo scorso 23 maggio, alla commemorazione dei 25 anni dalla strage di Capaci, l’aula di palazzo Montecitorio contava 286 deputati assenti; la responsabilità politica per quanto accaduto nel 1992 in Sicilia ha ormai una valenza puramente strumentale e istituzionale.

Il secondo è nelle parole di Paolo Borsellino, intervenuto pubblicamente l’ultima volta il 25 giugno 1992 in un dibattito organizzato dalla rivista Micromega: Giovanni Falcone cominciò a morire la notte del 18 gennaio 1988, allorché il Csm, con una discutibilissima decisione, negò a Falcone il posto che gli spettava, quello di capo dell’Ufficio Istruzioni di Palermo, scegliendo Antonino Meli che successivamente annientò di fatto il pool (antimafia), e i criteri che presiedevano alla sua opera. E, per inciso, va ricordato, come sottolinea Carlo Sarzana di Sant’Ippolito (Presidente onorario della corte di cassazione) nel suo ultimo libro “Giovanni falcone, Paolo Borsellino, le cose non dette e quelle non fatte”, che alcuni di coloro appartenenti alla corrente Magistratura Democratica che avevano al Csm votato contro Falcone e a favore di Meli, dopo la morte di Falcone piansero le classiche lacrime di coccodrillo. 

Ebbene, i due elementi in esame ci permettono, oltre a ricordare ancora una volta la figura di Giovanni Falcone, di individuare distintamente ove risiedano, e di che natura siano, le due principali responsabilità che determinarono, direttamente o meno, ancor prima forse di quelle di stampo mafioso, la stagione stragista nel 1992 in Italia; la prima, è politica e della politica stessa, mentre la seconda è della Magistratura, che, forse, è quella che ne ha più di tutti, come sostenne Borsellino un mese dopo la strage di Capaci nell’incontro sopraddetto.

Ma lasciamo che siano i fatti a dimostrarlo.

Il 28 maggio 1992 il centro Sisde (Servizio per le informazioni e per la sicurezza democratica, ex servizio segreto italiano) di Palermo, invia una nota riservata alla sede di Roma, in cui afferma l’esistenza di un “Progetto di attentato in persona del dottor Paolo Borsellino”. Ma nessuno trasmette l’informazione alla Procura di Palermo, nessuno si muove al Ministero dell’Interno, nessuno, né procuratore, né questore di Palermo ordinano tantomeno di affiggere il cartello “Zona di rimozione forzata” in via Mariano D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino.

Il giorno seguente, il capitano dei Ros Giuseppe De Donno incontra sull’aereo Roma-Palermo Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito Ciancimino, al quale chiede di organizzare un incontro con il padre, cosicché la trattativa stato-mafia abbia inizio, come auspicato da Calogero Mannino. Ciancimino, dopo qualche giorno, accetta di fare da mediatore.

Ma perché questa trattativa? De Donno e Mario Mori, allora vicecomandante dei Ros che presto cominciò a partecipare agli incontri con Ciancimino, riferiscono agli inquirenti versioni divergenti. Mori racconta che “lo stato” propose a Don Vito: “noi offriamo questo: i vari Riina, Provenzano si costituiscono e lo stato tratterà bene le loro famiglie”; De Donno, invece, certifica che “proponemmo a Ciancimino di farsi da tramite di una presa di contatto con gli esponenti di Cosa nostra, al fine di trovare un punto di incontro finalizzato all’immediata cessazione di questa attività stravista nei confronti dello Stato, e Ciancimino, al quarto incontro accettò le nostre condizioni, dicendo: Sono d’accordo, accettano, vogliono sapere cosa volete”. 

Quasi un mese dopo, il 25 giugno 1992 al dibattito per Micromega, Borsellino, oltre a quanto asserito precedentemente, dichiara la sua volontà e disponibilità come teste che attende la convocazione dei colleghi di Caltanisetta sulla strage di Capaci, ma il nuovo procuratore della città siciliana Giovanni Tinebra, non disporrà mai la sua testimonianza, come evidenzia anche Sarzana: “E’ ora opportuno porre in luce che tra le cose che non sono state fatte nell’ambito delle iniziative giudiziarie relative alla strage di Capaci, spicca quella importantissima inerente alla mancata audizione di Borsellino da parte della procura di Caltanissetta, la cui incredibile inazione lo spinse alla fine a pronunciare stoicamente le frasi che lo esponevano definitivamente alla morte”. 

Qualche giorno dal 25 giugno e il governo di Giuliano Amato prende forma: quasi tutti i ministri del governo precedente sono confermati, fuorché il binomio ministro della Giustizia – ministro dell’Interno, Scotti e Martelli, autori nel giugno del 92 del decreto che perfeziona il 41-bis per isolare al carcere duro i boss mafiosi (decreto che sarà convertito in legge solo dopo la strage di Via D’Amelio, il 7 agosto 1992), che non sono certi della riconferma. Sicché Martelli riuscirà a permanere ministro della Giustizia, mentre Scotti sarà sostituito al Viminale da Nicola Mancino, il quale sarà poi rinviato a giudizio per falsa testimonianza, poiché negherà di aver avuto un colloquio con Martelli in cui egli si lamentava del comportamento dei Ros con Ciancimino.

Negli stessi giorni, Liliana Ferraro, direttrice degli Affari penali al ministero della Giustizia al posto di Falcone, incontra Borsellino in una sala dell’aeroporto di Fiumicino e lo informa dei colloqui tra i vertici dei Ros e Ciancimino, come qualche giorno prima le aveva chiesto di fare lo stesso capitano dei Ros De Donno. Il giudice, tuttavia, non ebbe alcuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso, dicendo che se ne sarebbe occupato lui, racconta la Ferraro. Borsellino, quindi, era già a conoscenza della trattativa? E se si, ne era stato informato da Mori e De Donno nel loro incontro alla caserma Carini a Palermo a metà giugno?

Nella sala dell’aeroporto, arriva anche il ministro della Difesa del governo Amato, Salvo Andò, il quale riferisce a Borsellino un nota dei Ros appena giunta sul tavolo del procuratore capo di Palermo: l’informativa dei carabinieri rivela che Borsellino stesso assieme ad Andò e al magistrato Antonio di Pietro, sono le prossime vittime dei futuri attentati, e il tritolo è già arrivato a Palermo. La moglie di Borsellino, Agnese Piraino, racconta come in quel momento Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una della mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore Gianmanco, che non lo aveva informato di quanto Andò gli aveva appena detto.

Qualche giorno dopo, Il 1 luglio 1992, Borsellino è a Roma, nella sede della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) per interrogare un nuovo pentito che dopo la strage di Capaci ha deciso di collaborare con la giustizia: Gaspare Mutolo. Egli indica al giudice i nomi di Bruno Contrada e del giudice Domenico Signorino come esponenti delle istituzione che hanno rapporti organici con la mafia.

Durante l’interrogatorio Borsellino sarà costretto ad assentarsi e recarsi al Viminale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo ministro dell’Interno Mancino; ad accoglierlo è proprio Contrada, il quale, nell’anticamera del ministro, fa una battuta sul pentimento di Mutolo che al momento era ancora segreto. Contrada, poi, sarà condannato in via definitiva dalla Cassazione il 10 maggio 2007 a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Del colloquio tra Mancino e Borsellino non è dato sapere quanto si siano detti, ma la logica suggerisce che il giudice palermitano abbia manifestato il suo fermo dissenso per la trattativa in corso.

Tuttavia Mancino, per oltre quindici anni continuerà a negare di aver mai visto Borsellino quel giorno: non sapevo nemmeno che faccia avesse, non l’avrei proprio riconosciuto, annota Marco Travaglio in merito alla testimonianza di Mancino davanti ai giudici nel suo libro “E’ Stato la mafia”.

E il 10 luglio 1992 Riina manifesta a Brusca, il suo uomo di fiducia nonché mano armata delle stragi, il suo disappunto per la situazione di stallo della trattativa, dicendo che bisogna dare un altro colpetto per convincere chi di competenza a trattare, ovvero ad accettare le condizioni che il 29 giugno il “papello” redatto da Riina e consegnato dapprima a Antonia Cinà, poi a Massimo Ciancimino per arrivare infine allo stato, prevede: abrogare il carcere duro, i benefici per i pentiti, l’ergastolo e il sequestro dei beni ai mafiosi; introdurre nuove norme per estendere ai mafiosi i benefici dissociati previsti a suo tempo per le brigate rosse e per consentire la revisione del “maxiprocesso” (E’ Stato la mafia, M. Travaglio).

Quale altro colpetto dare? Chi è l’ostacolo da eliminare? La risposta è semplice: Paolo Borsellino. Ma ancora, chi ha avverto Riina che Borsellino si è opposto fermamente alla trattativa? Il giudice ne ha parlato esclusivamente con qualche collega, con funzionari ministeriali, con due politici e altrettanti ufficiali dell’Arma.

Ma Borsellino lo sapeva: a fine giugno, davanti a due giovani pm, Massimo Russo e Alessandra Camassa, piange perché “un mio amico mi ha tradito”.