Di galli parlanti ed elefanti nani. Ovvero: come ridere della post-verità

giugno 10th, 2017 | by Luca Carotenuto
Di galli parlanti ed elefanti nani. Ovvero: come ridere della post-verità
Birdmen

Si fa un gran parlare di post-verità e dei pericoli che essa comporta. Parlarne è diventato un raffinato escamotage per distinguersi da una non meglio specificata massa di poveri creduloni ignoranti. Ma non vi è nulla di nuovo in palle che resistano alla prova dei fatti, né tantomeno la storia del mondo è priva di pagine che documentino i dannosi effetti delle non-verità assunte come vangelo. Ciò che cambia, al massimo, è quanto velocemente esse si diffondano e come ne parliamo; e se ne parla, più o meno regolarmente, anche e soprattutto nel consumo audiovisivo di massa. Verrebbe da pensare che i Simpson prima e i Griffin poi (e tutta una scuola di animazione susseguente) siano i baluardi dell’intrattenimento che hanno fatto dello sbeffeggiamento delle fallacie democratiche il loro cavallo di battaglia. Ma come spesso accade nella storia dei grandi nomi, vi sono anche dei poco conosciuti predecessori contraddistinti da una originalità e da una elegante sintesi che nemmeno la sesta stagione dei Simpson (o la terza dei Griffin) può sperare di eguagliare: parliamo di Walt Disney e Chuck Jones. Va bene, definire questi due signori “poco conosciuti predecessori” non è un errore. È un crimine. Ma due dei loro cortometraggi in questione sono indubbiamente semi-sconosciuti al grande pubblico e meritano un’attenzione e una rivisitazione oggi più che mai d’obbligo.

Partiamo con Chicken Little del 1943 (in Italia noto come “Questione di Psicologia”) diretto dall’italoamericano Clito “Clyde” Enrico Geronimi. La vicenda in sé è semplice e, a dirla tutta, neanche interamente farina del sacco Disney (sembra infatti sia largamente ispirata a una tipica fiaba popolare anglosassone, Henny Penny): in un pollaio, allegoria della tipica cittadina statunitense, una volpe, intenzionata a consumare un lauto pasto, trasforma con l’inganno un piccolo e ingenuo pulcino, Chicken Little appunto, in un diffamatore e latore di panico. Prima vittima delle macchinazioni del vorace mammifero è il gallo/sindaco della comunità la cui reputazione viene martoriata da un’infondata ma efficace catena diffamatoria. Un evento costruito ad hoc dalla volpe, poi, catalizza la diffusione del panico attraverso la voce stridula del piccolo e impressionabile protagonista pennuto. Nessun lieto fine per gli abitanti del pollaio che, guidati – sempre con l’inganno – dentro una caverna, finiscono divorati dalla volpe. Si conceda un applauso alla scelta di chiudere il corto con una panoramica sulle ossa degli sventurati polli disposti a mo’ di cimitero. Prima di procedere oltre è bene contestualizzare l’opera nello spazio e nel tempo: parliamo di un anno, il 1943, di pieno conflitto mondiale e, benché si fosse lontani dall’informazione capillare (e in tempo reale) della guerra in Vietnam, le notizie del conflitto arrivavano regolarmente attraverso radio, giornali e cinegiornali. Non deve stupire quindi il tono pedagogico che caratterizza tutto il cartone. Bisognava istruire il pubblico a un certo tipo di senso critico, senso che durante la guerra rischiava concretamente di venire obnubilato dal più classico dei catastrofismi. Il corto rientra senza dubbio nelle produzioni propagandistiche dei Walt Disney Animation Studios ma, a differenza di altri lavori, come Commando Duck, di stampo satirico o Education for Death, raro capolavoro di realismo animato, Chicken Little è forse quello che possiede un’originalità e un tema che trascendono tranquillamente lo spazio e il tempo d’origine per adattarsi a qualsiasi pubblico, non solo geografico, ma anagrafico. Si soprassieda ad alcuni innocenti indugi nei pregiudizi del tempo, e in particolare al poco caritatevole ritratto che il cartone dà della psicologia, qui descritta come strumento dei malfattori per soggiogare le masse (non ce ne vogliano gli psicologi).

Non sono invece solo i dieci anni successivi a separare Punch Trunk (in Italia, Un elefante in città) da Chicken Little ma anche una stilistica agli antipodi rispetto a quella dei Walt Disney Studios. Alla Warner Bros del resto non si cercava mai di imitare il lavoro di Disney e soci ma, al peggio, di parodiarlo e canzonarlo, al meglio, di sviluppare una comicità demenziale e sfacciatamente godibile. Punch Trunk sembrerebbe in apparenza una risposta contraria al moralismo bellico di Chicken Little. La vicenda è la seguente: un bizzarro elefante nano giunge in una metropoli americana seminando il panico con la sua sola presenza. Di fatto il piccolo animale non fa nulla di strano, ma basta un suo barrito per scatenare un isterismo generalizzato (e l’ilarità degli spettatori). Complici sicuramente il tratto inconfondibile di Chuck Jones, spigoloso e isterico, i siparietti surreali e schizofrenici e la narrazione innaturalmente moderata e composta (ancora più di quanto non sia in Chicken Little), la storia di Micheal Maltese sul piccolo pachiderma è un gustosissimo spaccato sulla capacità tutta umana di ingigantire fatti piccoli e potenzialmente irrilevanti e di trasformarli in vere e proprie catastrofi mediatiche. Non si parla quindi della genesi del panico ma della natura sfuggente dello stesso, che non è un passaggio di stato emotivo innescato da una causa esogena, ma una condizione latente pronta a manifestarsi in maniera imprevedibile.

Se quindi nel primo corto della Walt Disney la morale allegorica, come nella più classica delle favole, è imponente e onnipresente, nel corto Warner Bros non c’è alcun messaggio o metafora ma solo una storia, onestamente fine a sé stessa, che schernisce i vizi di forma della mente umana. Diversi e complementari, le due storie sono due piccoli gioiellini che non hanno anticipato chissà come i tempi attuali della post-verità, ma hanno narrato fenomeni sociali naturali ai quali contribuiamo tutti. Con o senza social network. Ma se proprio si volesse trovare una morale a conclusione di questa trattazione, allora si rifletta su questo: non potrebbe il mondo diventare un luogo meglio respirabile se solo si guardassero più cartoni animati?