Roy Andersson e il cinema come poesia lieve

maggio 23rd, 2017 | by Valentina Avanzini
Roy Andersson e il cinema come poesia lieve
Birdmen

Si chiama Trilogia sull’essere un essere umano il progetto quasi quindicennale del regista svedese che gli è valso, fra i tanti premi, un Leone d’Oro per il miglior film a Venezia e il premio della giuria a Cannes. Cominciato nel 2000 con Canti dal secondo piano, prosegue nel 2007 con You, the Living e si corona nel 2014 con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.

Tre film, nessuna continuità, nessuna trama: decine di attori non professionisti si alternano in lunghissimi e statici piani sequenza senza apparenti legami logici. Le scene di Andersson sono spettacoli teatrali dall’ironia disincantata e lieve. Fanno da palco interni scoloriti e freddi, strade bizzarramente popolate, mezzi di trasporto affollati, uffici illuminati a neon in cui i personaggi raccontano una quotidianità delicatamente straniata con lo sguardo fisso verso l’obiettivo.

O ancora: le scene di Andersson sono spettacoli di burattini tristi, di maschere malinconiche coperte di biacca, un po’ goffe e così curiosamente innaturali nel recitare la banalità dei loro microcosmi cesellati, studiatissimi fino a incredibili profondità di campo. Così che lo spettatore si perda in ogni singola inquadratura, con lo stupore del visitatore di un museo che si sofferma per ore sullo stesso quadro.

Non a caso la vita inquieta delle storie di Andersson paga il tributo alle atmosfere cariche e silenti di Hopper, al brulicare frenetico di certi pittori fiamminghi. Così che quel voler parlare di “essere un essere umano” non si limita ad un’esposizione di azioni e sentimenti banalissimi eppure chirurgicamente isolati, ma si estende all’insieme della produzione umana tutta. Dalla pittura, alla musica invadente e quasi protagonista antropomorfa delle scene corali, alla poesia recitata come incantesimo o ritornello nei versi del peruviano Cesar Vallejo, a cui è dedicato il primo film.

Le inquadrature fisse, spoglie, concentrate su una coppia che mangia o su un singolo che suona il trombone, si fanno così quasi esempi universali, disegni sbiaditi di un qualche vecchio libro di scuola, diorami che si lasciano osservare con fredda spietatezza, senza mai cambiare, nella purezza allucinata che ha il gesto se viene compiuto al di fuori del suo contesto. E se è il sogno romantico di una ragazzina sotto la lente, allora sarà tenero e struggente nell’autarchia della sua ingenuità tanto quanto sarà assente e vuoto il sesso di una coppia sposata da tempo.

L’umanità sfila in tutta la sua pochezza, senza enormi picchi, senza enormi abissi. La banalità dell’esistenza è imprigionata come in cristallizzazioni calcaree, mai pienamente intellegibili. Come se Roy Andersson sfogliasse un album di fotografie assemblate senza troppo criterio, di cui è impossibile non sentirsi parte, in cui è impossibile sentirsi totalmente coinvolti.

Una trilogia dedicata all’umanità intera, quella non eroica, quella spesso meschina, quella affranta, quella sola, quella che sogna, quella che finisce sempre per venir meno ai propri propositi. Nella loro apparente semplicità, i suoi personaggi slavati vogliono essere quasi un museo del vivibile. E ci riescono, straordinariamente ci riescono, con tutta quella malinconia, senza chissà quale coerenza, senza chissà quali lunghi discorsi. O direi ancora: non solo ci riescono, ma lasciano nello spettatore uno stato di sospesa speranza. Come se non fosse tutto irrimediabilmente perduto, come se il suonatore di trombone e l’impiegato licenziato e la barista tedesca e il mago fallito e il venditore di crocefissi e l’infermiera in crisi matrimoniale e il barbone che parla coi topi meritassero, tutti quanti, almeno un po’ d’indulgenza.