Era Stato la mafia? #1

maggio 23rd, 2017 | by Davide Spinelli
Era Stato la mafia? #1
Attualità

Nel 1998 la procura di Firenze aprì un’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, seguitando alle rivelazioni dei pentiti Giovanni Brusca, Salvatore Cancemini e Vito Ciancimino. L’indagine, poi, passò alle procure di Caltanissetta e Palermo.

Quanto muove l’indagine è la domanda: “Era mafia lo Stato?”

Quanto emerge dagli atti dell’indagine è il substrato della storia che chi scrive prova a raccontare; sempre per  provare a dimenticare meno in fretta.

Giulio Andreotti è stato ventisette volte Ministro delle Repubblica e sette volte Presidente del Consiglio, e la sua controversia giudiziaria rappresenta uno dei più importanti capitoli della storia politico-giudiziaria italiana.

Riassumendo l’iter processuale: in primo grado, con sentenza del 23 ottobre 1999, Andreotti è assolto per insufficienza di prove. Il 2 maggio 2003, i giudici della Corte d’Appello in parte prescrivono e in parte assolvono l’ex premier, asserendo la prescrizione per il reato di associazione a delinquere (il reato di associazione mafiosa, 416 bis, non era ancora normato) “commesso fino alla primavera del 1980”. Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d’appello lo assolve sempre per insufficienza di prove. La sentenza n.49691/2004 depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2004 della II sezione penale della Corte di Cassazione, conferma la sentenza d’appello.

Dunque, la Corte d’appello dichiara che Andreotti, “con la sua condotta ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale”. Per la stessa Corte è altresì “ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese”. E le motivazioni che la sentenza adduce sono inequivocabili: “intrattiene con i massimi esponenti dell’associazione relazioni amichevoli, rafforzandone l’influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio; indica ai mafiosi le strade da seguire e discute con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; omette di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità”.

Andreotti, pertanto, fino alla primavera della 1980 è stato un organico collaboratore di Cosa Nostra.

 

Così, nel 1979, come raccontano i magistrati di Palermo, il sette volte Presidente del Consiglio è convocato a Catania da Stefano Bontate, allora capo di Cosa Nostra. Il Boss lo chiama per “lamentarsi”: Piersanti Mattarella, democristiano all’epoca Presidente della regione Sicilia, sta disturbando i cugini Salvo e “o cambia, o finisce male”. Nella sentenza si legge che Andreotti “era certamente e nettamente contrario” all’omicidio Mattarella, ma cerca di risolvere la questione patteggiando con i mafiosi, senza rivolgersi alle autorità giudiziarie competenti.

Il giorno dell’epifania del 1980 Matteralla è ucciso dalla mafia. E Andreotti torna in Sicilia per chiedere spiegazioni, ma come raccontano i magistrati: “Andreotti […] è sceso in Sicilia per chiedere conto a Bontate della scelta di sopprimere il presidente della Regione. Anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e non può che leggersi come espressione dell’intento di verificare la possibilità di recuperare il controllo sulla azione dei mafiosi […]”.

Ora un passo in avanti. Dodici anni dopo, nel 1992, Giovanni Falcone, giudice istruttore di Palermo, lavora come funzionario al ministero della Giustizia nel Governo Andreotti, e alcuni giorni prima del 30 Gennaio dello stesso anno, consiglia al Ministro di Grazie e Giustizia Martelli di ruotare i giudici della Corte di Cassazione, sicché Carnevale, il giudice “ammazza sentenze”, è sostituto dal giudice Valente.

Poi, il 30 Gennaio 1992 la Corte di Cassazione pronuncia la sentenza per i quasi cinquecento imputanti del “Maxiprocesso” istruito dai giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. L’epilogo è senza precedenti: la mafia, per la prima volta, non resta impunita; e la responsabilità è dei politici, rei d’aver disatteso le promesse d’assoluzione ai mafiosi.

Dacché la mafia stila un elenco dei politici “traditori”, quelli da eliminare. Il primo della lista è Salvatore Lima, politico siciliano di lungo corso, afferente alla corrente democristiana, e nominato per la prima volta ai piani alti del governo da Giulio Andreotti, di cui ne è stretto collaboratore dal 1974; anno in cui Paolo Sylos Labini, uno dei più importanti economisti italiani, decise di dimettersi da membro del comitato tecnico scientifico del Ministero del Bilancio, presieduto da Andreotti, proprio quando quest’ultimo affidò l’incarico di sottosegretario a Salvatore Lima, già all’ora comparso svariate volte nelle relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia. Ma Andreotti liquidò Labini in breve tempo. Lo stato scelse Lima, non Labini.

E la mafia, dopo la sentenza del Maxiprocesso, sceglie per l’assassinio di Lima il 12 Marzo 1992, a Mondello, frazione turistica in provincia di Palermo.

Poi il via libera delle commissioni provinciali e regionali della mafia, presiedute da Riina, decisero per la strage del 23 Maggio 1992, in cui morì il giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Oggi, 23 maggio 2017, si ricordano i venticinque anni dalla strage.

Tredici bidoni caricati con circa 400 kg di miscela esplosiva posti in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada A29 in prossimità dello svincolo di Capaci. La prima blindata del corteo, la Croma marrone, investita in pieno dall’esplosione finì in un giardino di olivi distante cento metri dal luogo dell’esplosione, mutilando e uccidendo i tre agenti della scorta; la Croma bianca si schiantò contro il muro di cemento e i detriti, proiettando Falcone e la moglie contro il parabrezza dell’auto. Nella Croma azzurra, i quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato rimasero gravemente feriti.

E il Wolrd Magazine del 12 Luglio 2009 ricorda come alcuna verità, nemmeno in sede processuale, fu acquisita “sull’identità della fonte che comunicò alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo all’aeroporto di Punta Raisi”.

Il 25 Maggio, due giorni dopo la strage di Capaci, è eletto il nono presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro; il favorito, Giulio Andreotti, dopo l’attentato, ha deciso di farsi da parte.

Ebbene, è fra l’agguato a Lima e la morte di Falcone che secondo i magistrati di Palermo ha inizio una trattativa tra uomini dello stato, politici e uomini d’onore, come Vito Ciancimino, Bernando Provenzano e Salvatore Riina.

Per i Pubblici ministeri palermitani, colui che si attiva per avviare la trattativa risponde al nome di Calogero Antonio Mannino, anche lui ministro nel governo Andreotti. Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno.