«Nessuno è mai veramente pronto per Paranoid Park»

maggio 19th, 2017 | by Chiara Turco
«Nessuno è mai veramente pronto per Paranoid Park»
Birdmen

Vincitore, nel 2007, del premio speciale per il sessantesimo anno del Festival di Cannes, e selezionato come miglior film nello stesso anno dalla prestigiosa rivista di critica cinematografica Cahiers du Cinéma, Paranoid Park, diretto da Gus Van Sant, va a chiudere il ciclo di Maggio del cineforum Sussurri e grida, focalizzato sul cinema indipendente americano: un settore che – come visto in queste settimane – risulta di fatto caratterizzato dal racconto di scorci urbani.

Cineasta indipendente, ma anche ben visto dalle grandi distribuzioni – dopo cinque anni dalla Palma d’oro a Cannes per il fortunato Elephant - il regista volge ancora una volta il suo sguardo al lato oscuro della gioventù americana, che fatica, con i suoi disagi, a rapportarsi con la realtà. Van Sant sceglie, questa volta, di trasporre Paranoid Park, di Blake Nelson, romanzo il cui protagonista è Alex (Gabe Nevins) – un sedicenne tra i sedicenni di Portlandsenza solidi riferimenti (non è un caso che gli adulti appaiano sempre di spalle o fuori fuoco) ma con la passione per lo skateboard, la stessa che lo porta a conoscere Paranoid Park, luogo di ritrovo, (quasi) mitico, per giovani skaters «che si sono fatti da soli »; è qui che accadrà l’impensabile: basterà un attimo, una bravata, e Alex si ritroverà ad aver causato accidentalmente la morte di un uomo. 

La pellicola, definita dallo stesso regista come un «Delitto e castigo ai tempi del liceo », non porta ad una pena in senso stretto: forse il detective ha già compreso la vicenda con un solo sguardo, o forse la polizia non arriverà mai alla verità sul caso, ma ciò non importa realmente, dal momento che non sono le indagini il punto centrale di Paranoid Park, che si mostra invece come l’istantanea delle ansie e dei turbamenti che un trauma di questa portata comporta.

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L’impianto registico è fondamentale e, come Elephant, anche Paranoid Park è caratterizzato infatti da una narrazione non lineare, dove gli eventi sono decostruiti attraverso l’utilizzo di flashback e flashforward mostrati ad hoc nell’ottica di ricreare la percezione soggettiva del protagonista sul tempo; è proprio grazie a questi meccanismi che scopriremo la dinamica dell’accaduto, quando la morte dell’uomo apparirà con orrore davanti ad Alex, completamente inerme in una scena notevolmente dilatata e filtrata dal suo punto di vista, sulle note stranianti di frammenti de L’inno alla gioia di Beethoven.

L’attenzione è tutta catalizzata sul volto di Alex e sulla sua disperazione solitaria che non esplode mai, se non nella scrittura catartica di lettere senza destinatario, ma che si mostra – a ben vedere – più lucida e meno innocente di quello che apparentemente può sembrare. In questo frangente, non si può far altro che apprezzare la scelta di Gus Van Sant di selezionare interpreti non professionisti su  MySpace, conferendo all’opera maggiore autenticità.

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Nonostante siamo di fronte ad una sceneggiatura non originale, il regista e il direttore della fotografia Christopher Doyle (stretto collaboratore di Wong Kar-wai) riescono a dare un taglio personale alla pellicola, dove la contrapposizione – puramente stilistica – tra scene girate in super8 e 35mm si fonde con colori tenui, quasi a dare in alcuni momenti un tono pseudo onirico alle immagini, impreziosite da scelte musicali che vanno dallo statunitense Elliot Smith all’italiano Nino Rota, citando i felliniani Amarcord e Giulietta degli spiriti.

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Mentre il cineforum Sussurri e grida tornerà a giugno con un approfondimento sul nuovo cinema greco, colgo l’opportunità per ricordare che giovedì 25 maggio, come sempre a Radio Aut, sarà la volta dello spazio dedicato alla proiezione scelta dalla nostra redazione, che per l’occasione sarà Lo specchio (Andrej Tarkovskij, 1975).