Cannes, Netflix e la democrazia

maggio 18th, 2017 | by Luca Carotenuto
Cannes, Netflix e la democrazia
Birdmen

 

Nella Atene del V sec. A.C. la polis pagava ai propri cittadini meno abbienti il biglietto al teatro. Chissà cosa direbbero oggi quei cittadini o magari Pericle stesso se sapessero che il cinema, figlio illegittimo del teatro, sta diventando un fenomeno sempre più popolare e, paradossalmente, sempre più privato. Perché se da un lato il cinema è sempre stato una sorta di teatro economicamente più accessibile, dall’altro non si può negare che la continua progressione tecnologica stia trasformando quello che una volta era un rito d’aggregazione, che iniziava con lo spegnimento delle luci e terminava con i titoli di coda, in una seduta estremamente intima e controllabile dal proprio divano. Il mondo cambia e quindi cambia anche il modo in cui ci intratteniamo. Ma se il teatro e quindi il cinema sono un’espressione di una civiltà democratica, è possibile che l’estrema privatizzazione dell’esperienza audiovisiva ci stia trasformando in spettatori sempre più individualisti? In altre parole, Netflix sta uccidendo il cinema tradizionale?

Riassumiamo i fatti finora: il 13 Aprile scorso sono stati annunciati i film in concorso per la 70esima edizione del Festival di Cannes. Tra questi figurano due titoli prodotti da Netflix ovvero Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Che i due titoli vincano o meno la Palma d’Oro nulla potrà impedire a Netflix di renderli disponibili sulla propria piattaforma il prossimo 28 giugno e quindi visionabili dal proprio divano, sul proprio tablet e per i più tecnologicamente perversi anche sui propri smartphone. Nulla di male verrebbe da dire, non fosse che la Federazione Nazionale dei Cinema Francesi (che chiaramente ha tutti gli interessi che le sale non si svuotino) abbia gridato allo scandalo accusando Cannes di essersi venduta alle grandi aziende dello streaming. A poco è valsa la risposta di Netflix che ha annunciato che presto stringerà un accordo con un partner francese per distribuire i propri film anche nelle sale cinematografiche. Molto più eloquente è stata la mossa di Netflix di chiudere i propri uffici parigini. Passando a fatti più recenti, mercoledì 17 maggio, giorno d’inizio del festival, il regista spagnolo Pedro Almodóvar (vincitore di due premi Oscar) si è scagliato contro il colosso Netflix “Sarebbe un paradosso che una palma d’oro o qualsiasi altro premio andasse a un film non destinato alla sala”. Will Smith di risposta, anche lui come Almodóvar un giurato al Festival, ha difeso Netflix affermando che la piattaforma streaming non impedisce ai giovani di andare al cinema. È bene ricordare che a dicembre uscirà su Netflix Bright, pellicola thriller-fantasy di David Ayer con protagonista lo stesso Smith.

Sulla polemica Cannes-Netflix e su chi dei due abbia ragione si potrebbe scrivere all’infinito. Gli unici a uscirne vincitori  – probabilmente – sarebbero gli spettatori; non sarebbe Netflix di certo a fare un passo indietro sulle proprie produzioni e ciò si tradurrebbe in nuovi contenuti di qualità in arrivo. D’altro canto se il cinema vuole continuare a rimanere concorrenziale dovrà migliorare ulteriormente le proprie produzioni proponendo contenuti di massa sempre più innovativi (una volta si sarebbe detto “rischiosi” ma proprio in questo consiste la rivoluzione di Netflix). Più interessante e importante è forse riflettere sulle implicazioni sociali accennate sopra. Se Netflix sfondasse (cosa probabile ma non scontata) nel panorama cinematografico imponendo un nuovo genere di distribuzione di contenuti al quale presto o tardi tutte le case di produzione dovrebbero adattarsi, avrebbe ancora senso parlare di cinema? Quel cinema, aggregatore di individui come lo è il teatro, potrebbe lentamente sparire tranne forse che nei cineforum che sopravvivrebbero solo grazie a contenuti di nicchia. Sarà romanticismo ma indubbiamente la magia della sala che si spegne e l’imponenza del grande schermo sono insostituibili anche con i migliori impianti Home Theater. È anche vero tuttavia che la rivoluzione Netflix ha permesso una diffusione più capillare (e democratica?) di contenuti e programmi innovativi. Oltre ad aver alzato e di parecchio la qualità delle serie TV, (al punto che lo stesso Dustin Hoffman ha riconosciuto che alla crisi del cinema attuale corrisponda un’epoca d’oro per le serie) Netflix ha facilitato la diffusione di contenuti indipendenti e quindi esteticamente più originali.

Grandiosità contro originalità? Tradizione contro innovazione? È caratteristica del progresso quello di fare il bene di alcuni e il male di altri, ma in questo caso si tratta di un cambiamento che, anche se non ce ne rendiamo conto subito, stravolge completamente la nostra natura di consumatori e, perché no, di cittadini. Cosa avrebbero fatto gli ateniesi se un bel giorno una carovana di attori si fosse proposta di offrire loro allo stesso prezzo del biglietto teatrale, gli spettacoli a casa ogni volta che volevano? Si tratta di un esempio ai limiti dell’assurdo ma in effetti non è troppo diverso dalla scelta che siamo chiamati a fare in questo preciso momento storico. E chiaramente sceglieremo in base alla nostra convenienza. Dobbiamo ammetterlo, pagare 100€ circa all’anno per un catalogo di film, serie TV e documentari da vedere come e quando vogliamo è indubbiamente molto invitante. Ma chi se la sentirebbe, all’uscita dell’episodio VIII di Star Wars, di proporre un rilascio globale solo sulle piattaforme streaming? Di nuovo sarà romanticismo ma chiunque abbia visto almeno una volta un film di Star Wars al cinema sa bene che si tratta di un’esperienza che trascende i sensi. E se non vi piace Star Wars (mi spiace per voi) pensate a un qualunque altro film che vi abbia colpito particolarmente. Quello che conta è che la rivoluzione che sta avvenendo in questi anni dirà molto di noi e della nostra natura di cittadini consumatori. Di certo qualcosa di interessante Netflix lo ha già dimostrato: che mediamente i cittadini preferiscono spendere poco piuttosto che niente per un servizio di immediata fruizione.

Se poi questo cambiamento porterà più danni che benefici lo sapremo solo vivendo e guardando, e mentre assistiamo al progresso e alle sue mirabolanti innovazioni, non posso fare a meno di pensare a quel verso de Il Sipario di Simone Cristicchi che fa “Muore un teatro nell’indifferenza dei numeri/nell’ottusità di questi tempi/velocemente immobili/in un mondo ormai in 16:9/e famiglie abbonate a divani/con le mani ormai piene/di telecomandi e visioni in 3D.