Le strade degli uomini e le vie della pace

maggio 16th, 2017 | by Antonio Elio Caroli
Le strade degli uomini e le vie della pace
Attualità

“L’identità dell’immigrato dipende dalla qualità della nazione ospitante. L’ immigrato impara e assorbe dalla società, dalle istituzioni e da qualsiasi cosa entri in contatto con lui. Quello che sono loro dipende all’80% da quello che siamo noi qui”.

 

Queste le parole con cui il professor Giovanni Vaggi conclude il secondo appuntamento sul ciclo di conferenze organizzato da Emergency, all’interno di un intervento tenutosi lo scorso 10 maggio intitolato “Le Strade degli Uomini e le Vie della Pace” riguardo i temi dell’immigrazione, delle guerre e dello sviluppo. Le sue sono parole semplici ma d’impatto, dirette, arrivano forti e chiare all’ascoltatore. Giovanni Vaggi, ex professore di Storia delle Dottrine Economiche è attualmente dirigente del CICOPS, acronimo di: Centro Interfacoltà per la Cooperazione con i paesi in via di sviluppo, dell’Università di Pavia. L’ospite della serata, appena raggiunto il collegio Cairoli dove si è tenuta la conferenza, ha subito espresso il desiderio di visitare la sua stanza da studente collegiale. Dopo aver rispolverato i ricordi della gioventù ha raggiunto il microfono e iniziato a parlare…

 

Il mondo in movimento

 

Esiste una forte correlazione tra la durata dei conflitti sparsi per il mondo e il flusso di migrazione di massa. I rifugiati sono circa 3,88 milioni, la maggior parte provenienti dalla Siria, ma molti anche da Afghanistan, Iraq e paesi africani, a volte più conosciuti, a volte dimenticati. Erano 51,2 milioni nel 2013 e 37,5 milioni dieci anni fa. L’incremento del fenomeno dell’immigrazione, coincide con l’aumento delle guerre nel mondo, ad oggi 67. Inoltre esistono migranti di serie A e serie B, come ricorda Vaggi:  l’86% delle persone sotto protezione umanitaria trova rifugio nei paesi del terzo mondo, soltanto il 14% arriva nei paesi più sviluppati.

Uomini alla disperata ricerca di un futuro, che raggiungono la Libia per salpare verso le coste Italiane lungo la rotta mediterranea, oppure dal medio oriente “tagliano” per la Russia fino a raggiungere l’Austria percorrendo la rotta Balcanica. Viaggi senza garanzia di arrivo per molti, in balia dei “Caronte” della situazione. Insieme agli uomini viaggia anche il denaro: le rimesse (il denaro inviato da un extracomunitario ad un altro individuo, di solito la famiglia, residente nella sua nazione di origine) dei migranti che lavorano in Italia in 10 anni hanno raggiunto €64,5 miliardi. Anche trasferire il denaro alle proprie famiglie non è però un’operazione priva di difficoltà, perché non sempre i migranti riescono a fronteggiare il costo delle spedizioni.

I paesi sviluppati, come le nazioni europee dal canto loro, cercano di scaricarsi l’un l’altra la responsabilità delle vite dei profughi, venendo meno a trattati di valenza internazionale (come il trattato di Ginevra, che determina lo status di rifugiato e l’obbligo per la nazione di accogliere la richiesta d’asilo), ponendo il profugo in una posizione svantaggiata. Siamo di fronte a una grande barriera, a volte soltanto immaginaria, ma alcune volte fisica, come nel caso dei 45 muri eretti ai confini nazionali per dividere noi da gli altri, ricchi dai poveri, il popolo da “temuti invasori”.

 

Responsabilità storica

 

Tuttavia l’Occidente non può considerarsi del tutto innocente di fronte a questo fenomeno di dimensioni epocali. Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, nel 1916 venne firmato il controverso accordo di Sykes-Picot, con il quale il Medio Oriente venne spartito e relegato all’amministrazione degli Inglesi e Francesi. Alle popolazioni indigene vennero imposti il rispetto delle tradizioni, gli usi e i costumi occidentali. Di conseguenza oggi esistono stati i quali confini sono stati tracciati dall’occidente come l’Iraq, abitato da Shiti, Sunniti e Curdi, etnie differenti che si contendono il territorio. Popolazioni diverse costrette a una convivenza forzata, che genera conflitti e di conseguenza la migrazione verso nazioni dove la pace non è un’utopia.

 

Le vie della pace

 

I mercati, l’economia e il buon governo sono fondamentali per garantire ai cittadini uno stile di vita dignitoso. Ma costruire le vie della pace è difficoltoso per le differenze abissali presenti nel mondo. Se durante l’illuminismo dagli intellettuali del tempo vennero diffusi ideali e principi come il cosmopolitismo, ( l’abbattimento di barriere e differenze tra diverse etnie), ancora nel 2017, non tutti gli stati sono pronti ad accettare l’interculturalità e il pluralismo tra nazioni. Ritornano alla ribalta nazionalismi e muri: anche se nel 1981 con la caduta del muro di Berlino si pensava che l’era della divisione del mondo fosse terminata, oggi le differenze sono più evidenti che mai.

 

Un occhio sulla realtà universitaria pavese

 

L’ateneo Pavese è uno dei migliori esempi di interculturalità in Italia, con studenti provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo. Deve puntare molto sugli scambi internazionali e sfruttare la vicinanza con Milano. Pavia è una città universitaria e va promossa per questo, l’università è una risorsa fondamentale ed i ragazzi possono con facilità destreggiarsi in attività extrauniversitarie e creare una comunità forte e attiva, che non fa delle differenze tra studenti un’ostacolo, ma un trampolino di lancio.

 

“Mi trovavo a Damasco, quando facevo parte di una commissione per l’assegnazione di borse di studio. In quell’occasione una giovane ragazza universitaria ci faceva da guida per la città. Una  frase detta da lei mi colpì molto: mi sono sentita musulmana per la prima volta quando mi è stato detto di esserlo. L’identità è qualcosa di mutevole, io ero solo un marito ma sono diventato padre, il dottore era uno studente, il maestro allievo. Ma il mutamento dell’identità in rapporto al contesto è ricchezza, esperienza che si accumula venendo a contatto con il diverso. La mia generazione e quelle precedenti non sono riuscite a costruire ponti tra le varie etnie e culture presenti nel mondo, ma hanno costruito muri. Rimane viva la speranza che voi… mi riferisco a quelli senza i capelli bianchi, i ragazzi che  avranno in mano il mondo, sappiano fare meglio. “