Buffalo ’66: allucinazioni di Billy-Vincent ed un inquietante lieto fine

maggio 10th, 2017 | by Brunella D'Andrea
Buffalo ’66: allucinazioni di Billy-Vincent ed un inquietante lieto fine
Birdmen

Il secondo capitolo della trilogia di maggio di Sussuri e Grida sul cinema indipendente americano di fine anni ’90 e inizi anni 2000 presenta la proiezione di Buffalo ’66, un film del 1998, scritto, diretto e interpretato da Vincent Gallo, al suo primo e più importante lungometraggio come regista.

Stati Uniti, provincia newyorkese: Billy Brown è un uomo nevrotico appena uscito di galera (dopo averci passato 5 anni da innocente, a causa della perdita di una scomessa sulla vittoria dei Buffalo Bills e dell’impossiblità di pagare); incontra Layla, la ballerina di una scuola in cui si imbatte, la rapisce e la presenta ai genitori come se fosse la moglie di cui in realtà è privo, che lo ama per l’importante lavoro al governo che in realtà non ha. La donna se ne innamora follemente, iniziando ad accompagnare le avventure assurde di un uomo disturbato, con smanie vendicative omicide e suicide, che soffre crudelmente i traumi passati e la totale mancanza di affetto familiare.

E’ un film allucinato e grottesco, che sin dai primi minuti immette lo spettatore in una realtà assurda, e lo fa senza preliminari avvertenze.
L’effetto è evidente lungo tutta la pellicola, ove la linearità della narrazione, in una maniera quasi disturbante, è interrotta ripetutamente e senza preavviso da split screen improvvisi e sconnessi, o da riprese a rallentatore dalla forte potenza straniante (come il momento in cui Layla è illuminata in una sala da bowling durante una danza impacciata ma ammiccante, che poco ha a che fare col contesto; iconica la scena in cui il padre del protagonista, Jimmy, mentre canta, è posto al centro di uno sfondo rosso che estrapola quell’evento dalla verosimiglianza del contingente; o,  sul finale, il peculiare fermo-immagine rappresentante l’esatto istante di uno sparo, con annessi la  faccia attonita del morto e l’immediato schizzo di sangue).

E’ un film che ruota attorno a Vincent Gallo. Billy Brown (protagonista assoluto della pellicola, interpretato dal regista stesso) ha una personalità nevrotica, bipolare, disturbata, paranoica, allucinata e violenta, che si plasma sul film e lo accompagna nelle sue caratteristiche: in coerenza con l’anima del personaggio, ci sono la scelta delle musiche (fatte di voci sussurrate e di chitarre accarezzate), i colori (cupi e dissonanti) e la continua tensione che accompagna lo spettatore scena per scena: è come se durante la proiezione si srotolasse la psiche del protagonista, più che una vicenda ben definita e lineare, ed è anche per questo che si ha una continua percezione di assurdo. È in questa dimensione personale che trovano motivazione anche le inquadrature sbagliate e le riprese paranoiche che disturbano esteticamente lo spettatore.
E, coerentemente, il protagonista, a momenti di follia crudele, alterna un’ insicurezza che suscita tenera commozione: Billy è affetto da un’ansia malata di piacere ai genitori; è preso da un ossessivo e surreale attaccamento all’unica ragazza di cui si è mai innamorato.

In una pellicola che si dipana interamente sulla figura del protagonista è profondamente giusto che questo sia interpretato da chi di questo film è regista, sceneggiatore e scrittore di musica, come è giusto che sia un film parzialmente autobiografico: più che un film di Vincent Gallo, questo film è Vincent Gallo.

Ma chi è Vincent Gallo? Nasce l’11 aprile 1961 a Buffalo, un piccolo centro nella provincia di New York da una famiglia di siciliani emigrati in America. Abbandona la casa natia per trasferirsi a New York, tentando la fortuna nel mondo dello spettacolo. Inizialmente crea diverse band musicali e al tempo stesso tasta il terreno in ambito artistico, iniziamente come fotografo, poi come scultore e pittore: il successo è internazionale (una sua mostra viene presentata anche in Giappone).
In ambito cinematografico esordisce nel 1986 con il cortometraggio If you feel froggy, jump, ma accetta anche ruoli televisivi e lavora come fotomodello.
Poco dopo vince il primo premio come miglior colonna sonora al Festival di Berlino per il film di Eric Mitchell The way it is. Da questo momento reciterà in diversi film, quali Arizona dream (di E. Kusturica), La casa degli spiriti (di Bille August) o Palookaville (di A. Taylor), fino ad arrivare alla notorietà con il film del 1996 The funeral, di Abel Ferrara.
Importante ribadire come le immagini e la musica vadano di pari passo nel percorso lavorativo di Vincent Gallo (suoi sono anche molti videoclip musicali quali Going inside, di John Frusciante, o Grounded, dei My Vitriol), e questo rapporto complementare è di fondamentale importanza, e lo si nota anche in questa proiezione.
Il suo ultimo film presentato a Cannes nel 2003, The Brown Bunny, lo rende protagonista di un grande scandalo, per via di scene sessualmente troppo crude ed esplicite. Lo stesso Vincent Gallo ripudierà la produzione subito dopo avere assistito alla prima.

Tornando al suo capolavoro assoluto, se è vero che da una parte la psiche contorta del protagonista rappresenta le fondamenta sulle quali è basata la narrazione di Buffalo ’66, dall’altra, è la caratterizzazione grottesca degli altri personaggi che rende completo il prodotto. Fondamentale il ruolo della madre, Jan Brown (interpretata da Anjelica Huston, celeberrima per il ruolo di Morticia Addams ne La famiglia Addams): tragica e ridicola, totalmente indifferente anche solo nei confronti della presenza fisica del figlio, guarda in loop la partita dei Buffalo che ha rovinato la vita di Billy, maledicendo ogni volta con la stessa sofferenza l’esistenza del figlio e l’errore del giocatore; il padre, Jimmy Brown (interpretato da Ben Gazzara) è brusco e grottesco, anch’egli ignora l’esistenza del figlio e si crogiola nel fallimento; quella che nella mente di Billy era la sua ex fidanzata, Wendy Balsam (interpretata da Rosanna Arquette, famosa per il ruolo di Jody in Pulp fiction), nel rivederlo si fa beffe di lui usandogli una violenza psicologica portata all’inverosimile e all’esasperato.
Ma è proprio qui che il film trova la sua forza, in questa caratterizzazione paradossale dei personaggi, una sorta di uomini-cartoni animati, che risultano estremi nella loro assurda follia fuori contesto: il “mondo altro” creato da Vincent Gallo risulta essere anche il ”mondo altro” creato dall’ossessione euforica del protagonista e dei suoi viaggi mentali, in relazione anche ai suoi rapporti con gli altri; in questa dimensione allucinata non si ha più chiaro cosa effettivamente possa essere successo davvero o cosa semplicemente rimbombi nella mente del protagonista in un certo qual modo, da dove cominci e dove finisca la realtà.

Quello della protagonista femminile, Layla (interpretata da un’ancora diciottenne Christina Ricci - attrice celeberrima per il ruolo di Mercoledì ne La famiglia Addams), è forse il personaggio principale in questo senso: è una totale risposta passiva a quello che succede al protaginista e alla violenza che questo le usa contro; tra tutte è la figura più inverosimile: non se ne conoscono le origini, reagisce al suo rapimento con l’innamoramento assoluto e con l’assecondamento disinteressato, le sue parole sono sempre delicate e innocenti.
Anche nell’aspetto fisico vengono assecondate queste caratteristiche, tramite un volto infantile e un vestiario bambinesco e monocromatico.

Sono le dinamiche tra i due che rendono impossibile per lo spettatore empatizzare con una presunta storia d’amore: viene presentato un rapporto eccessivamente disequilibrato e malsano, la tensione nei loro dialoghi è continua e il personaggio di lui (da sempre reticente nei confronti della ragazza) è bipolare e violento in una maniera disturbante.

L’amore ricambiato tra i protagonisti esploderà in una situazione troppo improvvisa e ambigua rispetto a quello che può significare la linearità di un lieto fine. Le scene finali, nella loro illusoria positività, sembrano quasi l’esasperazione del carattere borderline di un protagonista che non evolve, ma cerca di attraversare il suo intenso disagio nella stramba euforia dei suoi nuovi castelli di carta.