Il sogno e l’incubo di Sclavi: ancora un tentativo cinematografico per Dylan Dog?

maggio 9th, 2017 | by Demetrio Marra
Il sogno e l’incubo di Sclavi: ancora un tentativo cinematografico per Dylan Dog?
Birdmen

Dylan Dog, incubo del suo creatore. 
Era così bello aver paura… sentire l’inchiostro lasciare piacevoli tracce sulle dita, canticchiare quei versi vergati in calce alla morte (chi è colui così gagliardo e forte, che possa vivere senza poi morire? E da colei che è tutto – Madonna Morte – l’anima sua possa far fuggire?), spegnersi fra le carezze d’un incubo, ridere setacciando i baffi e compiacersi delle altrui conquiste in materia d’amore!

Come scrisse Roland Barthes nel Grado zero della scrittura – parafraso – lo scandalo del linguaggio è la mortalità dell’uomo. Aggiungo che il congedo volontario può a conti fatti non scandalizzare, ma, alla decrescita, non lasciar rimedio alcuno: da quando Tiziano Sclavi ha volontariamente lasciato la sua creatura, tutto è sembrato spegnersi; e il lettore si è chiesto certamente quanto il deus (mortalis) ex machina avrebbe potuto fare. Risponderei forse nulla, ma sarebbe opportuno chiedere al diretto interessato: i fortunati potrebbero aver trovato le risposte nel film di Giancarlo Soldi, Nessuno Siamo Perfetti, documentario del 2016, proprio su Sclavi.

Certo qualcuno dibatterà che Roberto Recchioni (indicato personalmente dall’autore lombardo alla Bonelli come suo sostituto) abbia ridato freschezza e vigore al fumetto, rinnovandone la materia e aggiornandone l’immersione, il contenitore: in primis, sottolineo (ed uso la prima persona affinché nessuno possa cambiare quest’opinione con una verità di carattere assoluto) d’essere convinto della buona riuscita della cosiddetta “rinascita”, per via della circolazione e vendita dei numeri, per via del riconoscimento dei lettori e della passione degli artisti (meritevole, tra l’altro, il coinvolgimento dello stesso Sclavi dopo un lungo silenzio), ai quali va tutto il riconoscimento di vecchi e nuovi appassionati per aver tenacemente tenuto in vita un fumetto sull’estremo limes della vita; in secondo luogo, però, è chiaro non si tratti più di Dylan Dog, ma della romantica continuazione d’un gruppo di capaci epigoni, i quali hanno introdotto le loro verità (avrebbero potuto altrimenti? Simulando una costrizione estranea?), discolorando difatti la malinconia e immobilità sclaviana: il peccato primordiale, ne sono ancora convinto, permane il non aver ricorso all’eutanasia, forse unico siero al crepuscolo.

dylan-dog (1)Eppure, volito vivus per ora virum
(diceva Ennio), volerò [frequentativo] vivo attraverso la bocca degli uomini. L’universo sclaviano ancora a lungo vivrà nella mente di ogni appassionato lettore di fumetti, sarà modello di intere generazioni, servirà da soggetto per parodie e remake, non solo fumettistici. Già nel pieno della sua fama, la creatura d’incubo aveva subito (saprà il lettore-spettatore essere il termine giusto) un pessimo adattamento cinematografico: nel 2011 Kevin Munroe sul filo della scadenza dei diritti ha probabilmente deciso di spender male il suo denaro, lasciando che i due sceneggiatori Thomas Dean Donnelly e Joshua Oppenheimer non basassero il film sulla trama di uno o più fumetti, ma ne scrivessero una ex novo. La catastrofe dovette abbattersi nonostante l’impiego di un buon (forse mediocre) Brandon Routh nel ruolo di Dylan Dog anche a causa della mancata presenza di Groucho, sostituito da un pallido e malaticcio Marcus, del quale si sa assolutamente nulla (i diritti dei fratelli Marx proibivano l’utilizzo dell’immagine). Sullo sfondo di una buona fotografia, gli effetti speciali sarebbero candidati agli oscar, se vivessimo all’interno di un mondo con la qualità grafica dei Fantagenitori: per Frank Scheck dell’Hollywood Reporter «le emozioni genuine scarseggiano […] e i mostri sembrano affittati dal più vicino negozio di Halloween». Insomma, un fallimento totale.

Nel 2012  compaiono su Youtube oltre due ore di fanmovie, scritto e diretto da Denis Frison, col titolo La morte puttana. Si tratta in toto di un film amatoriale: dalle buonissime intenzioni, le quali attestano una maggiore fedeltà al soggetto, si passa alla costatazione di una regia insufficiente (non felice inoltre la scelta del doppiaggio, più che amatoriale) e di una trama non del tutto soddisfacente: nonostante, lo si ammette con serenità, non tutti i mensili di DyD siano eccellenti, da una trasposizione episodica e eventuale purtroppo è auspicabile almeno un’andatura al di sopra del sei in pagella.

maxresdefaultIl 2 Novembre 2014, dopo una lunga attesa alimentata dal Crowdfunding su Indiegogo, esordisce su Youtube il progetto che, ad oggi, risulta senz’ombra di dubbio il più ambizioso: Claudio Di Biagio e Luca Vecchi, in collaborazione con i The Jackal, presentano Dylan Dog – Vittima degli eventi. Il mediometraggio conta un buon cast, con Milena Vukotic in Madame Trelkowski e Alessandro Haber nell’ispettore Bloch. Il giovane Valerio Di Benedeto nel difficilissimo ruolo di Dylan Dog mostra purtroppo, invece, qualche difficoltà. Certo, non avendo modelli cinematografici adeguati, ha dovuto inventare un tono, riportare una gestualità, tentare una trasposizione: il personaggio è forse quello con più crepe, pur spalleggiato a modo da Luca Vecchi, ottimo in Groucho Marx, fuori luogo come da copione e complessivamente raccapricciante (in definitiva: promosso con ottimi voti). Due appunti poco superficiali: il connubio regia-fotografia (Claudio Di Biagio – Matteo Bruno) ha convinto. La mobilità della camera s’arroga prerogative fumettistiche, gioca sull’ambiente, ignora l’impossibilità materiale, ricorda tra l’altro numerosi episodi, in città rovinose, in abitazioni senza pareti (piacciono i giochi geometrici, l’accordo fra spigolosità architettonica e incessante richiamo alle linee della carta stampata). Scenografia, sul solco, direi molto fedele, nell’atmosfera tenebrosa che contemporaneamente ha dovuto battersi contro l’a-colori del reale e contro l’utile ubiquità del luogo: vista la necessità produttiva di riprendere a Roma e non a Londra, lo spettatore converrà nella mia piacevole impressione di osservare due luoghi sovrapposti. I micro-ambienti tradizionalissimi del fumetto (Safarà, Craven Road …) cozzano con l’architettura romana, suggerendo la possibilità di una notevole coesistenza e compresenza delle due metropoli. Andiamo al punto secondo, la sceneggiatura. Luca Vecchi ha certamente dato il meglio di sé nella parte da affidarsi: il registro è adeguatissimo. Eppure, alcune cose convincono poco: perché la scena da rubacuori iniziale? Tutte le donne avrebbero voluto essere amate da Dylan Dog, ma non da questo. L’indagatore dell’incubo s’è sempre innamorato, sempre, non avrebbe mai tradito. Inoltre, la spavalderia, il registro linguistico coltissimo, i monologhi estenuanti non corrispondono all’idea secolare del giovane (perennemente) inesperto (seppur molto colto, senza darlo a vedere), alle volte sulla soglia della depressione, immobile, spesso silenzioso (sarà per questo che Sclavi gli ha voluto regalare il rumore personificato?) prigioniero nel tempo e nel luogo, certo vittima di eventi, che sappiamo di centinaia d’anni prima (La vera storia di Dylan Dog, n. 100). Le problematiche evidenziate, oltretutto, vanno a disperdere la trama: poco sembra il tempo dedicato all’indagine vera e propria, in fondo affidata al caso (una droga?) e alla sempre azione risolutiva del vecchio Bloch. Comunque, complessiva promozione anche per la sceneggiatura, più per la organica caratterizzazione che per la particolare. Vergo sul pagellino un otto meno, sperando in un tentativo di più ampio respiro: il format ha tutto della serialità televisiva, tanto che alcuni hanno suggerito la collaborazione con Netflix, vedremo quale sarà lo sviluppo. Personalmente suggerirei una riduzione del minutaggio (fino anche alla mezz’ora, ricordiamo l’autodefinizione mediometraggio data dai produttori tutti), perché si possa riproporre il denso susseguirsi degli avvenimenti e affinché il dialogo recuperi la sua velocità.

dylanmorganaDylan Dog, se ne accorgerà il lettore, suscita agli appassionati un continuo bisogno di storia universale: intendo che ad ogni uscita, ad ogni novità, tutta la mole del già fatto, della tradizione, si sedimenta e minaccia parimenti la nuova esperienza. Cionondimeno la scintilla dell’articolo è stato l’annuncio di un nuovo tentativo: Kevin Kopacka produce, dirige e scrive (con Alex Bakshaev) Dylan – Dream of the living dead, episodio pilota di una planned serie, ispirata, cito «by Tiziano Sclavi’s cult Italian horror comic “Dylan Dog”». Dylan vede un Ford Everett alquanto sfottente nel ruolo dell’indagatore, la meravigliosa Denise Ankel in Morgana Stano (come già dal nome, ammirevoli i continui rimandi al fumetto), Harry Baer nell’ispettore Mahlow e Bang Viet Pham in Bang, che secondo loro sarebbe Groucho. Spero di non aver compreso bene, perché m’è sembrato di vedere una Madame Trelkowski transessuale e pure un Groucho asiatico. C’è da dire, però, che anche qui il tentativo sembra ammirevole. Nonostante la percepita inferiore qualità rispetto alla produzione nostrana, gli austriaci mostrano una inquietante passione e adeguati mezzi a perseguirla. Essendo un pilot, la serie può solo migliorare (ed è anche alla disperata ricerca di fondi) magari cercando di dimenticare le trashate e proseguendo sul solco unico e difficilissimo dell’incubo. Staremo a vedere.

Chiudo col bellissimo final cut di Vittima degli eventi, e ricado in Golconda!, senza dir nulla più, che ho già detto abbastanza.

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