La narrazione in How To Get Away With Murder

aprile 18th, 2017 | by Demetrio Marra
La narrazione in How To Get Away With Murder
Birdmen
Ho a lungo cercato la formula che più mi convincesse nel complesso sistema narrativo della serialità televisiva. Ho ritenuto per tempo che l’intreccio di voci di Game of thrones potesse essere d’eccellenza, fino alla totale disfatta delle ultime stagioni, governate non da un sadico senso dell’humor (che alcuni hanno issato come stendardo), ma da una (in)completa prevedibilità degli eventi, ormai non sufficiente. Ho pensato alla temporalità cinematografica di Breaking bad, quella lentezza fastidiosa ed ipnotica che ha spesso operato una sofisticata selezione naturale degli spettatori; eppure, nonostante il sapore permanente sulle labbra, non mi ha convinto. Ho conosciuto serie di una linearità piacevole e semplicissima, quando la complessità ha smesso d’affascinare, quando l’enigma non solo diegetico ma anche tecnico aveva stancato. A quel punto ho riesumato un consiglio dimenticato. Suggeriva, durante l’inverno di Gotham e True detective 2, la visione di How to get away with murder – Le regole del delitto perfetto, che dall’oscena traduzione italiana si prestava a interferenze semantiche tra un C.S.I. da una parte e Criminal mind dall’altra, con le quali nulla ha a che fare.
Viola Davis interpreta Annalise Keating: un’avvocatessa di successo, nonché professoressa (di diritto penale: il corso si chiama, appunto, “How to get away with murder”) della Middleton University di Philadelfia. Ogni anno sceglie un gruppo di studenti, i quali avranno la fortuna di assistere ai casi della professoressa, acquistando esperienza che altrimenti sarebbe rimandata al post-laurea. La serie venne ideata da Peter Nowalk e prodotta da Shonda Rhimes per ABC Studios; esordì a settembre 2014 in America, a gennaio 2015 in Italia.
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Parlavamo di linearità narrativa (in senso lato): l’espediente elegantissimo di How to get away with murder lo definirei tanto concentrico quanto giocato sul pregiudizio. Le tre stagioni sono composte parimenti di 15 episodi, tutti su una doppia spirale che punta il centro sul settimo-ottavo episodio. Le prime sette puntate distribuiscono i 43 minuti medi fra (1) preannunci o flash-forward dell’evento centrale, temporalmente in minoranza, di circa ¼ sul totale; e (2) presente narrativo, dunque le apparentemente autarchiche vicende giudiziarie dello studio di Annalise Keating e dei cinque ragazzi prescelti. La seconda parte della stagione fa ugualmente un’indigestione di (1) flash-back spesso personalissimi, perché le due puntate centrali non hanno potuto raccontare tutto l’avvenimento fondamentale; e ancora (2) il sempre presente narrativo, che dal primo piano delle puntate iniziali degenera in rumore di fondo, insignificante, talvolta disperso.
L’anticipazione scatena pregiudizio (un complesso di impressioni sconfessate o fortificate, un insieme di incomprensioni ancora non sciolte), scatena aspettativa, è concentrato di suspence, somministrato per stillicidio, con l’ironico omoteleuto che accomuna la parola ad omicidio.
È una serialità distribuita con consapevolezza architettonica, una narrazione che poco lascia al caso, e più all’errore umano. Se volessi trovare un difetto, parlerei dell’eccessiva emotività di alcuni personaggi e di alcune (forse) pessime interpretazioni: ho apprezzato poco Jack Falahee in Connor Walsh e la vacuità oculare di Liza Weil in Bonnie Winterbottom. Del resto, avrei dato l’alloro per le migliori caratterizzazioni ad altre serie televisive (certo Breaking bad), ma parlavamo di temporalità, di espedienti narrativi… e quest’è tutto.