Incontro con Fabio Pusterla – la produzione letteraria

marzo 29th, 2017 | by Noemi Nagy
Incontro con Fabio Pusterla – la produzione letteraria
Letteratura

Vorrei parlare della produzione di Fabio Pusterla partendo, insolitamente, dalla sua opera di traduzione. Ha tradotto quasi tutti i libri del francese Philippe Jaccottet, ma ”la traduzione è una cosa complicata”, mi racconta, ”che parte in primo luogo da un atteggiamento di umiltà, l’ha scritta l’altro quella certa poesia che tu traduci, l’altro è l’autore”, e l’umiltà porta con sé il rispetto e la fedeltà al testo.

Chiarito questo solido punto di partenza aggiunge che per lui tradurre è senza dubbio una forma di scrittura, un’altra forma di scrittura, in cui si cerca di ricreare in un’altra lingua quello che si pensa l’autore abbia voluto fare nella sua, non si tratta di limitarsi a tradurre i significati.

Uno dei maggiori teorici moderni della traduzione, Henri Meschonnic, parlando della figura del traduttore come traghettatore, ricordava che bisogna vedere cosa si mette sul traghetto: se ci metti i significati il tuo è un traghetto pieno di morti, mentre se vuoi traghettare figure vive allora non bastano i significati, bisogna tradurre anche ciò che li tiene vivi, cioè la forma. Ma quella non si può tradurre paro paro, devi reinventarla, in un’altra lingua e in un’altra tradizione poetica. È un’operazione di scrittura assoluta, il traduttore è uno scrittore. Questo significa anche che traducendo un testo, poiché non si può ricreare la stessa cosa, bisogna fare delle scelte, bisogna decidere qual è il livello più importante. Il ritmo, gli aspetti retorici, la precisione lessicale? Per esempio, traducendo Jaccottet, ho creduto subito di capire che la cosa più importante mi pareva essere il fluire del pensiero sintattico e il suo rapporto con la struttura metrica, dunque il ritmo, e a quello dunque potevo anche sacrificare qualche altro aspetto a mio giudizio meno importante.

Nonostante si sia dedicato anche alla scrittura saggistica oltre che all’opera di traduzione, la sua produzione più importante resta quella poetica.
Solo pochi mesi fa è uscito In questa parte del mondo, in cui l’artista Selim Abdullah illustra una raccolta di poesie, per la maggior parte già edite (ad eccezione della prima, scritta nel 1976 all’età di 19 anni, e delle ultime tre, recenti), di Pusterla. Il filo tematico che attraversa le parole e i disegni dell’opera è quello dell’idea della terra e del paesaggio, ma va anche oltre.

Tanto a Selim quanto a me, probabilmente sembra oggi che il discorso, la preoccupazione, lo sguardo inquieto che dobbiamo lanciare sulla presenza degli altri nel nostro mondo, cioè sul fenomeno degli sbarchi, delle migrazioni e delle reazioni più terribili che questo provoca un po’ dappertutto, sia così forte che non è possibile che non intervenga anche in qualche modo nella riflessione artistica.

Per la sua produzione poetica Pusterla ha ricevuto, tra i principali riconoscimenti, il Premio Montale (1986), il Premio Schiller (1986, 2000, 2011), il Premio Dessì (2009), il Premio Gottfried Keller (2007), il Premio svizzero di Letteratura (2013) e il Premio Napoli (2013).

Io credo che la poesia sia un tipo di linguaggio artistico che va da individuo a individuo: non c’è un pubblico, ci sono dei singoli lettori. A differenza della musica, che può parlare a molti, la poesia parla a uno per volta. E se ci tocca, la poesia, secondo me, modifica il nostro rapporto con le parole. Le parole sono quelle che usiamo tutti i giorni, ma dentro a quella poesia improvvisamente sono come dislocate e potenziate di significati a cui di solito non badiamo, e poiché a me sembra che il nostro rapporto col mondo e con l’esistenza sia soprattutto costruito attraverso le parole, credo che modificare il nostro rapporto con queste abbia un effetto gigantesco. Uno che abbia letto un libro di poesie, davvero, non è più la stessa persona che era prima. Qualcosa, di piccolo naturalmente, si è modificato. Penso che sia questo il possibile effetto della poesia. Il grande poeta contemporaneo Jaccottet, di cui ho tradotto tutto quello che ho potuto, tanti anni fa aveva scritto che scrivere non è difficile, ma difficile è vivere una vita in cui la scrittura abbia un senso. Molti anni dopo scriveva di dover tutto sommato riconoscere che la pratica della parola e della poesia un po’ aveva orientato la sua vita, spingendolo a seguire quel percorso, a cui non voleva dare nessun significato metafisico o simbolico, che spinge un fiore verso l’alto. Forse ci si può augurare che la poesia abbia in parte questo effetto di orientamento dell’esistenza verso l’alto e non verso il basso. D’altra parte un poeta francese di tanti anni fa, Renè Daumal, aveva scritto che, come per la magia, si può parlare di poesia bianca e di poesia nera, la quale produce effetti devastanti e negativi. Io ho sempre pensato che fosse una formulazione in un’altra lingua di quello che diceva Saba: “quello che resta da fare ai poeti è la poesia onesta”, la poesia bianca, che dovrebbe in qualche modo produrre qualche piccolo effetto benefico.

La prima raccolta di poesie di Pusterla, Concessione all’inverno, pubblicata nel 1985, è stata seguita da Bocksten (1989) e da Le cose senza storia (1994).

Prima di scrivere “Le cose senza storia” ero stato invitato a fare una lettura pubblica a Ginevra, ricordo vagamente di aver detto una cosa un po’ per ridere, senza forse aver pensato a quello che seriamente voleva dire per me, e cioè che io credevo di aver scritto il libro del padre, il mio primo libro, il libro del figlio – perché nel secondo libro si parte dalla morte di mio padre, mentre nel mio primo libro ero molto giovane, ero in fondo ancora nella condizione del figlio di qualcuno – e mi sarebbe un giorno piaciuto scrivere quello dello spirito santo. “Le cose senza storia” è in un certo senso il libro dello spirito santo, non perché c’entri nulla la religione, ma perché dietro quel libro sta un’esperienza nuova e importante, quella della nascita di una figlia, che cambia tutto, cambia anche la percezione della realtà. Improvvisamente sei così preso dalla piccola che ne segui lo sguardo, e questo ti insegna a guardare le cose in modo nuovo che tu credevi di non conoscere o avevi dimenticato. E ti aiuta, ti obbliga o condanna – a seconda dei punti di vista – a uscire un po’ da te stesso, a relativizzare l’ingombro del tuo io, perché hai dei figli, adesso, e non sei più così il centro del mondo, lo sono loro. Questo spiega quella dimensione dello sguardo ingenuo e nuovo che in questo libro ogni tanto appare, e che si posa su che cosa? Beh, un bambino cosa guarda? Guarda le cose, gli oggetti della realtà, oggetti veri e propri, situazioni o figure umane. Non ci sono ancora le loro storie. Allo stesso tempo il titolo, almeno per me, voleva dire anche un’altra cosa. Era l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, dopo la caduta del muro di Berlino, in prossimità del crollo dell’Unione sovietica. Il mondo stava cambiando potentemente e io avevo fortemente la sensazione che uno dei punti di riferimento fondamentali su cui in qualche modo, senza che io lo avessi deciso, era avvenuta la mia costruzione di identità, cioè il concetto di storia, fosse minacciato da ciò che stava accadendo, che sempre di più quella prospettiva storica, memoriale, cronologica che a me sembrava di avere dietro le spalle da sempre, stesse appiattendosi in una specie di presente privo di spessore storico. Le cose senza storia, cioè derubate della loro dimensione storica, rimangono allora lì come oggetti, avvenimenti quasi enigmatici. In parte questo è sempre avvenuto nel trascorrere del tempo, nell’avvicendarsi delle generazioni inevitabilmente qualcosa del passato va smaltito, però a me sembrava e continua a sembrare che proprio in quegli anni ci fosse una cosciente volontà politica di oblio. Quando, qualche anno dopo, sarebbe scoppiata la prima Guerra del Golfo, sarebbe stato l’inizio di una serie di avvenimenti bellici e politici molto mediatizzati, con tutte le menzogne che questo comporta. Quella prima Guerra del Golfo è stata accompagnata da un certo dibattito civile in Italia e in Europa, da una certa opposizione, che poi è stata comunque sconfitta. Durante questo primo dibattito, qualcuno, favorevole alla guerra, ha usato una parola – una parola storica, determinata, perché era stata usata per tenere a bada il pacifismo della prima parte del XX secolo – la parola “disfattista”. Usare la parola “disfattista” senza sapere o fingendo di non sapere qual è il suo significato storico è un brutto segnale, significa azzerare questa dimensione storica che dà alla parola “disfattista” un significato ben preciso. Ma forse l’esempio più clamoroso che posso fare è un esempio svizzero, luganese. Proprio in quegli anni la Svizzera fu toccata dall’immigrazione tamil dall’isola di Ceylon, dilaniata dalla guerra civile. Vicino al liceo, dall’altra parte del fiume, c’era un piccolo centro d’accoglienza. Questi tamil, che ancora non avevano uno statuto giuridico, erano “richiedenti d’asilo”, in una specie di limbo aspettando una decisione, e quindi non potevano lavorare e passavano le loro giornate sul muretto lungo il fiume. Una fetta di abitanti della zona, probabilmente benpensanti, era infastidita da questa presenza estranea, e sui giornali apparve una lettera firmata da un centinaio di luganesi che si diceva disturbato da questa presenza e si chiedeva come mai le autorità avessero scelto di costruire un piccolo centro di accoglienza dentro a un quartiere residenziale e non avessero invece pensato di costruire dei ‘lager’ in periferia. C’era scritto così. Allora, le ipotesi sono solo due: o quei cento firmatari erano dei neonazisti sfegatati, e non credo, o non ci han pensato, non hanno badato al fatto che in italiano la parola lager ha un significato.

Folla sommersa è il titolo di una raccolta poetica di Pusterla pubblicata nel 2004, mi racconta come questo titolo debba molto a un evento raccontatogli da un suo caro amico, il poeta Francesco Scarabicchi.

Lui, essendo nato e cresciuto ad Ancona, ovviamente sa nuotare molto bene e ha un’abitudine con il mare superiore alla nostra, ma una volta gli è capitato un fatto a partire dal quale non è più riuscito a nuotare se non dove si tocca. Stava nuotando a largo di Ancona e improvvisamente gli è venuto come il pensiero ossessivo che lì sotto, in fondo al mare, ci fossero i soldati morti della Prima guerra mondiale come schierati con le baionette che guardavano in su, come se stessero aspettando lui. È andato in panico e, a stento, è tornato a riva. Di nuovo si lega alla percezione della voragine del tempo che ci sta dietro. Il suo racconto mi ha colpito molto, e se è nata quest’immagine della folla sommersa, prima di tutto dipende da lui. Ma poi naturalmente “sommersa” è una parola che non possiamo usare senza pensare a “I sommersi e i salvati” di Primo Levi. In questo libro c’è di nuovo questa sensazione di una storia alle nostre spalle che sta venendo progressivamente dimenticata.

Mentre scrivevo avevo letto un saggio di uno storico che si è occupato di studiare i meccanismi della memoria nelle comunità umane ed era arrivato alla conclusione che, tanto nelle comunità umane antiche quanto in quelle moderne, la memoria sociale, collettiva, che gli storici chiamano “memoria viva”, dura ottant’anni, poi scompare. E la cosa è abbastanza affascinante e abbastanza terribile, perché vuol dire che una serie di cose che a me sembrano qui dietro la mia schiena, perché le ho conosciute non dai libri ma attraverso i racconti di mio padre, per esempio, che ha fatto la Seconda guerra mondiale, per i miei figli o per i miei nipoti sono roba da libro di storia, come per noi le campagne napoleoniche. Ecco qui credo che il sentimento dominante sia questo: da un lato l’importanza della dimensione del tempo e della storia, dall’altro anche la coscienza del suo venir meno, del suo estinguersi, oppure depositarsi giù in fondo al mare, come nell’incubo del mio amico.

 

LUCE INVERNALE

Poi finalmente si è fatto vivo il vento

da giorni e giorni in agguato dietro ai boschi:

era, prima di giungere, una luce

dura scartavetrata dentro l’aria

immobile. Ogni cosa pungeva, e da ogni margine

salivano immagini estreme, alberi visti

come da un ultimo sguardo, tagli obliqui

di polvere accecante, solitudini.

Tutto sembrava un addio: costoni alti

scissi in triangoli gialli, lame d’acqua

metalliche e lanuggini

inerti, forse di nebbie in dissolvenza,

forse di fumi lontani.

Gli occhi si socchiudevano irritati,

per colmo di bellezza o d’ozono diffuso

ovunque in quel bagliore d’inquietudine.

Ma il vento ha portato l’incendio che covava

attizzando braci invisibili, fuochi nascosti

tra i faggi, ha detto la verità, accavallato le onde

e alzato in volo gli stormi di folaghe.

Il soffio d’arsura è sceso dalle coste,

a volo per le strettoie si è gonfiato sul lago

entrando attraverso fessure, spifferi, pori

fino all’intrico dei nervi e fino ai cuori.

Si è preso tutto, il vento, dolori e nostalgia,

sogni e speranze, quiete. Ci ha lasciato

bottiglie sopra i prati, sparsi giorni

increduli, stremati. È andato via.

Fabio Pusterla, inedito 2017