Silence – Scorsese, la fede e l’umano

marzo 25th, 2017 | by Samuele Badino
Silence – Scorsese, la fede e l’umano
Birdmen

Parlare di un film di Martin Scorsese è sempre difficile. Perché, trattandosi di uno dei registi più prolifici e apprezzati degli ultimi cinquanta anni, avvicinarsi alla visione di un suo film è ogni volta un’esperienza intensa che si rinnova.

Non è la prima volta che Martin affronta la tematica religiosa. Nel 1988 infatti la Mostra del cinema di Venezia venne scossa e sconvolta da L’ultima tentazione di Cristo. Tratto dall’omonimo romanzo del 1960 di Nikos Kazantzakis, questo film ebbe una gestazione molto lunga, vista la problematicità del tema, e andò in porto solo grazie alla perseveranza di Scorsese, che fin dall’infanzia voleva dirigere una pellicola sulla vita del Cristo. Le polemiche furono così aspre che un certo numero di cinema si rifiutò di proiettare il film e al rilascio della pellicola su VHS molti negozi di video, tra cui Blockbuster, non distribuirono il titolo. Inoltre, Campus crusade for Christ voleva comprare il negativo dallo Studio Universal Pictures in modo da distruggerlo per sempre e un altro gruppo religioso si era proposto di acquistare tutte le stampe per 10 milioni di dollari. Alcuni cattolici fondamentalisti francesi incendiarono un paio di sale cinematografiche alla prima (a Parigi e a Besançon, con un morto e diversi feriti gravi tra il pubblico). Censurato in Argentina, Cile, Messico e Turchia e altri Paesi, è tutt’ora vietato a Singapore, nelle Filippine e in Bulgaria.

Se The last temptation of Christ parlava di religione, Silence parla di fede. Di fede, umanità e incontro tra culture, Paesi, continenti.

L’ambientazione è quella del 1600 giapponese. Il governo ha bandito il cristianesimo, ne vieta la diffusione, il culto e il pensiero; e perseguita i cristiani, forzandoli ad abiurare calpestando le incisioni sacre cattoliche.

Il film si apre nel nero. Nel silenzio. E chiude allo stesso modo. Due silenzi a schermo buio con in sottofondo i grilli nipponici (dalla “voce” caratteristica). La totale assenza di colonna sonora è straniante e struggente: un lungo silenzio di solitudine nella scelta tra la fede e la vita, di contemplazione, di preghiera, di Dio, del nulla.

La regia e la fotografia sono strabilianti. Nessun frame è sprecato e ciascuno è necessario per il compimento del film (oltre che bello quanto un quadro). Non siamo più di fronte allo Scorsese giovane ed esuberante di Quei bravi ragazzi, Fuori orario o Toro scatenato, che sbalordiva lanciandosi in azzardi tecnici sempre azzeccati. I suoi virtuosismi sono ora una punteggiatura, una firma qui e là, tra le carrellate verso i protagonisti, qualche rotazione all’estremo e le molte inquadrature “incorniciate” dall’architettura o dalle semplici sbarre lignee delle celle. Plauso al merito a Rodrigo Prieto, direttore della fotografia che avevamo già conosciuto con 21 grammi, Biutiful e Il lupo di Wall Street, capace di un paio di inquadrature spettacolari dall’alto (la discesa lungo la scala marmorea e la nave). Le luci, specie negli esterni, caratterizzano e sottolinenano ogni momento: fanno risaltare il verde cupo delle foreste giapponesi e la foschia che mistifica quella terra sconosciuta e inafferrabile, donano un’aura reverenziale (il padre gesuita nel tempio buddista) o descrivono la miseria dei contadini con colori spenti e freddi. I colori stessi sono sempre simbolici e in una composizione molto accurata; a campione si prenda la scena del colloquio con l’inquisitore e la sapiente disposizione delle vesti nel biancore generale della sabbia nipponica.

La cura con cui la macchina scorre sui volti sofferenti è toccante, capace di non abbandonarsi mai alla retorica. Il primo piano è in genere evitato e anzi viene sottolineato l’aspetto corale della sofferenza e della fede. Solo su Garfield si sofferma, sul suo volto che muta nel dolore di fronte al travaglio dei fedeli, fino ad assomigliare sempre più all’icona di Gesù, col quale confonde il proprio viso in un momento di debolezza e superbia. Notevole l’attenzione che Scorsese riserva alla gestualità scandita e marcata. Si rivela nella ritualità sacrale, nei semplici gesti di affetto o devozione e perfino nel momento in cui sono costretti a calpestare le figure sacre, a sottolineare una fede espressa non dalla forza d’animo, ma da azioni sincere, umane, reali.

Andrew Garfield, Liam Neeson, Adam Driver, Yosuke Kubozuka perfetti. Senza retorica, patetismo ed esasperazione riescono a regalare interpretazioni di fronte a cui rimanere attoniti. Il doppiaggio rende loro giustizia.

Nell’impossibilità di analizzare l’intera pellicola (di quasi tre ore) mi soffermerò su alcuni passaggi.

Yosuke Kubozuka interpreta Kichijiro, colui che introduce di frodo i due padri gesuiti nell’arcipelago giapponese. L’apostolo di padre Rodrigues, il suo Giuda e il suo Pietro. Assume le vesti dell’iscariota nel tradire il gesuita portando alla sua incarcerazione. Compensato con 300 denari, riceve la sentanza ironica ma amareggiata di Garfield: “A Giuda ne furono dati appena 30”. Kichijiro è il primo giapponese che si incontra, un pescatore allo stesso modo di Simon Pietro. Come l’apostolo poi il meschino giapponese abiurerà tre volte. Ma dopo ogni abiura e ogni peccato si confessa, nel ritorno insistito di una scena in cui è impossibile distinguere se la sua sia effettivamente una fede di comodo per l’assoluzione e il Paradiso o una fede sentita e piena di vergogna per la propria codardia. Morirà infine per il possesso di un’icona cristiana, il ciondolo di un santo dalla barba bianca (Pietro forse?).

La crocifissione in mare è senza dubbio una delle scene più d’impatto di tutta la pellicola. Dal punto di vista simbolico è semplicemente grandiosa. Infatti nella dottrina cristiana delle origini la morte in martirio è chiamata “battesimo nel sangue”, una purificazione totale dell’anima dagli effetti simili a quelli del battesimo in acqua. E qui è l’acqua del mare, acqua di morte e acqua benedetta, l’acqua di quel Giappone che hanno ripudiato per accogliere una fede forestiera.

Il silenzio regna. È rotto dai dialoghi, dal rumore della natura e dalle voci del narratore esterno. Sublime la scena in cui una voce, che sia Dio o la sua coscienza non è dato sapere, consiglia Padre Rodrigues affinchè abiuri in un climax di dolore fisico e spirituale. Il protagonista, come i contadini e i pescatori, si domanda perchè Dio non risponda alla loro sofferenza, così come non rispose a suo figlio nel Getsemani. Dio è silenzio. L’estrema contraddizione del cristianesimo, religione rivelata per eccellenza. Il silenzio in cui Dio abbandona i suoi fedeli li porta a interrogarsi sulla sua esistenza. Viene proposto con tatto il profondo contrasto culturale tra la religiosità immanente della filosofia buddhista e quella trascendente dell’Occidente. Due religioni che professano in comunione amore, comprensione e purezza si dimostrano inconciliabili.

Silence è un film sull’umano, un estremo e sublime inno di sofferenza che, come già The last temptation of Christ si interroga su come e quanto la fede possa conciliarsi con la contingenza del vivere.