Kong: Skull Island – Uno scorcio sulla storia del Re

marzo 25th, 2017 | by Samuele Badino
Kong: Skull Island – Uno scorcio sulla storia del Re
Birdmen

King Kong. a0c539ce29b6a71bf1ad33c64fb0e9d2Un gorilla vive in media 30 o 40 anni. Ma il Re, l’ottava meraviglia del mondo, nato dalla penna di Edgar Wallace e dalla macchina da presa di Merian Cooper nel 1933, non sembra affatto aver voglia di invecchiare e di lasciare il grande schermo. Sbarca in questi giorni nelle sale Kong: Skull Island, per la regia di Jordan Vogt-Roberts. Si tratta del secondo tassello che prepara il terreno ad un massiccio King Kong vs Godzilla, andandosi a posizionare nella scia del fortunato ma mediocre Godzilla del 2014 di Gareth Edwards.

All’uscita del trailer si sono scatenate due reazioni opposte: da un lato il malcontento di chi è logorato dalla continua nascita di franchise composti da blockbuster di dubbio valore mischiati ad altri di pessima qualità e a rari casi interessanti (Transformers, Marvel Cinematic Universe, DC Extended Universe, Resident Evil, ma la lista potrebbe continuare), dall’altro l’interesse di chi, nel promo, ha intravisto i timidi germogli di buone e nuove prospettive per il popolarissimo scimmione.

Dalla manciata di secondi che ci concede il trailer si può cogliere una precisa scelta di fotografia, un omaggio in certe inquadrature in controluce a tutta una generazione di film di guerra che fa capo ad un capolavoro quale Apocalypse Now. Questa scelta fa forse presagire un taglio più bellico di questa pellicola rispetto ai suoi predecessori. La saturazione estrema del colore si manifesta poi come un tratto caratterizzante di questo film: le tonalità di rosso, verde o blu distinguono nettamente le varie aree dell’isola come fossero dei veri e propri set teatrali.

Dallo spot si può dedurre come larga parte della pellicola sarà affidata alle performances degli attori del calibro di John Goodman e Samuel L Jackson, si spera dunque supportati da una buona sceneggiatura. Evidente infine la presenza un po’ invasiva dei visual effects, che sono però (bisogna ammetterlo) un segno distintivo del genere.

Ma prima di lanciarsi al botteghino e calcarsi gli occhialini per il 3D sarebbe bene rinfrescarsi la memoria sulla storia del gorilla più grande e famoso di tutta Hollywood.

È il 1933 e il genere Monster Movie/Horror è stato ancora poco sperimentato, essendo nato pochi anni prima con Il Golem, film teutonico del 1915 diretto da Paul Wegener di scarsa notorietà, e Il Golem – come venne al mondo, del 1920 sempre dello stesso Wegener e di più ampio successo. Il kolossal su Kong (King è un’appellativo onorifico) segue le vicende dell’avventuroso regista Robert Armstrong che, nella disperata ricerca di nuovi luoghi da inquadrare, approda sulla misteriosa Isola del Teschio. Quest’isola è retta dal Re Kong, una scimmia dalle evidenti caratteristiche antropomorfe, dalla forza sovrumana e dal pessimo carattere. Rapito dalla bellezza della biondissima protagonista (Fay Wray), la rapisce. È per Kong l’inizio della fine. Viene catturato e portato a New York, dove durante un’esposizione in un teatro di Broadway, si libera e fugge, salendo in cima all’Empire State Building dove rimane ucciso dalle violente scariche di mitragliatrice dell’aviazione.

Graficamente, con gli effetti speciali di Willis O’Brien, King Kong stupisce e incanta generazioni di spettatori, ispirando larga parte del Cinema Hollywoodiano. Roger Ebert spiega come Kong abbia «indicato la strada verso l’era moderna per gli effetti speciali, la fantascienza, la distruzione catastrofica, e gli shock-stop.». Dal primo momento è evidente che ha visto la luce un capolavoro immortale.king-kong-vs-godzilla

La pellicola diretta da Merian Cooper e dal suo aiutoregista Ernest Schoedsack è un campione di incassi. Il suo successo è tale che otto mesi dopo, sempre nel 1933, esce il sequel per la regia del solo Schoedsack, chiamato Il figlio di Kong. La morte del protagonista rappresentava un problema non indifferente, abilmente risolto con una nuova spedizione registica sull’Isola del Teschio da parte del fuggitivo Armstrong. Ivi entra in contatto con un gorilla albino che chiamerà Piccolo Kong. Di nuovo tutto si trasformerà in una terribile caccia alla bestia e in un fallimento per il regista.

Il figlio di Kong non ha il successo del padre. È stato scritto e girato frettolosamente, la regia non è accurata, ma soprattutto non ha lo stesso impatto emotivo del primo Kong. Il franchise sembra morto con questa deludente prole, ma sulle coste nipponiche dell’Oceano si è risvegliato nel secondo dopoguerra l’interesse per i mostri ed è nato Godzilla.

Nel 1962 i giapponesi si rendono conto che (come in Civil War o Dawn of Justice) l’antagonista perfetto per il rettile nucleare è il gorilla gigante. Nasce così Kingu Kongu tai Gojira (Il trionfo di King Kong), sotto i migliori auspici. Il risultato è però agghiacciante. Sia Godzilla che Kong sono interpretati da attori in costume (plasticoso e molliccio), degno di una parata di carnevale in un paesotto di provincia (mentre nel primo film Kong era un modello ripreso in stop-motion), il che rende credibili loro e il loro epico scontro quanto potrebbe esserlo una scazzottata tra Muppets e Teletubbies. A completare questo teatrino delle marionette, il doppio finale. Il film venne infatti distribuito nei Paesi occidentali con la vittoria di Kong, in Giappone con quella di Godzilla.

Il Cinema nipponico però, nonostante la sconfitta plateale, possiede ancora i diritti acquistati qualche anno prima dall’RKO. Nel 1967 fa il suo debutto nelle sale del globo Kingu Kongu no gyakushū (King Kong – il gigante della foresta) che sembra più il malriuscito remake del primo King Kong che non un sequel de Il trionfo di King Kong. Si insinua qui un tema tanto caro alle trame Kaiju, quello del dopplegänger robotico, e torna lo scontro sulla cima di un grattacielo, la Tokyo Tower.kong 2

Come la Divina Provvidenza giunge Dino De Laurentiis, che avvia la produzione di un remake del King Kong originale, un valido trampolino per il rilancio del personaggio alla sua uscita nel 1976. La trama più moderna (è un paleontologo al seguito di una spedizione di esplorazione petrolifera ad avventurarsi nell’Isola), l’interpretazione di Jeff Bridges, ma soprattutto i rivoluzionari effetti speciali animatronici di Carlo Rimbaldi (valsigli l’Oscar) fanno del film di John Guillermin un titolo godibile. Un titolo godibile che darà luogo ad un altro pessimo sequel, King Kong 2, del 1986. Da dimenticare.

Una svolta inaspettata si prospetta nel 1998, con il musical The Mighty King Kong, che però, distribuito solo negli States, viene presto dimenticato.

Nel nuovo secolo, sull’onda del successo de Il Signore degli Anelli, viene affidata la direzione di un nuovo remake al regista neozelandese Peter Jackson. È un vero omaggio all’originale, ampliato e approfondito. Il Re ha finalmente l’avventura epica che merita. Torna l’ambientazione degli anni ’30, il regista pazzo (Jack Black), l’Empire State Building, il tutto arricchito da una buona dose di effetti speciali e dall’interpretazione dello scimmione in Motion Capture firmata Andy Serkis. Ed ora cosa aspetta King Kong? L’ennesimo risvolto trash o una pellicola nuova e apprezzabile? Vedremo.

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