Logan, il falso cinecomic riuscito a metà

marzo 14th, 2017 | by Carlo Maria Rabai
Logan, il falso cinecomic riuscito a metà
Birdmen

Sin dai suoi primi minuti, si capisce che Logan non sarà il solito cinecomic patinato della Marvel, bensì un concentrato di violenza inaudita, sangue a badilate e disperazione psicologica. Il politically correct è abbandonato in favore di artigli che non si limitano a graffiare, ma spolpano crani, di rabbia non controllata, ma incoraggiata. Sembra che tutto vada a confluire in un fiume di sangue stile Walking Dead, ma non è così. A selvaggi combattimenti corpo a corpo, fanno seguito sequenze di grande pace, di vita quasi familiare. Logan, lo dice bene il titolo, non è più Wolverine, è un’autista di limousine, un uomo in un mondo di uomini.

Old Man Logan, di Millar e McNiven, è il fumetto da cui questa storia è liberamente tratta, e contribuisce a rendere finalmente giustizia cinematografica a questo amatissimo personaggio, finora sfortunato nei precedenti capitoli. Tuttavia, la perfezione sembra non essere possibile, perché se Hugh Jackman sfodera una performance degna di una medaglia, qualcosa nella trama non regge e fa crollare un potenziale capolavoro, trasformandolo in un bel film. Come dicevo, Hugh Jackman, che ha annunciato di aver chiuso con l’epopea di Wolverine, offre la sua interpretazione più riuscita e più sentita. I classici primi piani, solitamente pieni di rabbia, si arricchiscono di dolore, di rughe, di ferite. Sembra quasi che Jackman sappia controllare le vene sul proprio viso. Un ex-supereroe, vecchio e solo, in un mondo colpito da un virus che impedisce le mutazioni, uno sconfitto, un emarginato dalla società. Ma qualcosa ne smuoverà il cuore di pietra, al punto da intraprendere un pericoloso viaggio assieme al fragile maestro di sempre, Charles Xavier, interpretato splendidamente dal toccante Patrick Stewart.

Un cinecomic che è anche dramma padre-figlio e road movie. Forse così lontano dal canone al punto di non farne parte. E forse è proprio questo che non funziona nel film: ci si chiede dove vada a parare tutto ciò. Ci si risponde che probabilmente siamo portati a provare lo stesso spaesamento che prova Logan in un mondo che non è più il suo. Allora forse il film funziona, ma non piace del tutto. Il dubbio resta, ma il regista James Mangold ha il merito di rivedere un genere già stantio e metterlo a disposizione di un pubblico più largo e meno fidelizzato. In effetti Logan potrebbe esistere anche senza l’universo Marvel e senza i precedenti Wolverine, perché è un film di grande sentimento e di grande azione, ben girato anche se a tratti un po’ monotono. Manca un po’ di colonna sonora, ottima solo nelle scene d’azione, tutte belle ma, alla lunga, un po’ uguali a se stesse. Avrebbe fatto piacere anche la presenza di un cattivo all’altezza, un villain del peso di Magneto, ma probabilmente la scelta avrebbe remato contro l’idea-base di Logan: il mondo non è più lo stesso, nemmeno i cattivi sono quelli di una volta, la Terra ha rifiutato i mutanti e la lotta è quella di pochi contro molti, senza primedonne.

All’uscita dal cinema, infine, dopo due ore e un quarto di riflessioni, ci si rende conto che il problema era tutto nelle aspettative: entri a vedere la trasposizione cinematografica di un fumetto ed esci avendo visto un fumetto trasposto in un film di genere differente, un po’ sentimentale, un po’ drammatico, un po’ western e un po’ splatter. Abbiamo visto qualcosa che deve essere ancora codificato, non completamente convincente, ma nuovo, certamente consigliabile.

Con Logan è stata esplorata una nuova via per i cinecomics, sarà il futuro a deciderne il successo o l’abbandono.