Manchester by the sea – Sicuri sia un capolavoro?

febbraio 28th, 2017 | by Gabriele Citro
Manchester by the sea – Sicuri sia un capolavoro?
Birdmen

Mi sento “come d’autunno sugli alberi le foglie”; è la prima cosa che mi viene in mente guardando il nuovo lungometraggio di Kenneth Lonergan: Manchester by the sea. Sicuramente è un film da primavera, per altri aspetti d’autunno, ma ciò, in sé, determina una netta distinzione, poiché, al di là delle magistrali interpretazioni di Casey Affleck e Michelle Williams, e la seguente produzione ad alto budget, il tutto a mio modesto parere risulta fermarsi ad un mero lavoro, eseguito a regola d’arte; insomma, non fraintendetemi, sarà forse che mi piace veder storie che finiscono male, sarà che è ora di svincolare l’arte da certi luoghi comuni… la solita mimata danza della pioggia attorno ad un fuoco fatto di solite storie e vecchie morali. Io comprendo e condivido il fatto che per raccontare certe “morali” v’è la necessità di ricamarci storie sempre più complesse, e per questo, per esser onesti, si tratta di un filmetto interpretato da ottimi attori, diretti da un buon regista: è un ottimo filmetto. Per uno come me, un po’ radical chic e un po’ anarchico, tutta questa vecchia zuppa a tratti annoia. È un film che si può definire viscerale: c’è l’intento esplicito di toccare l’“anima”, il chiaro fine di provocare emozioni forti attraverso un tema molto definito, e di certo non facilmente adattabile a commediole melense di cui potrei fare una lista infinita. Si tratta di un dramma, che affronta il tema più tragico di tutti, cercando per una volta di dargli un senso, trovargli un lieto fine, così essenziale per una società fatta di ipocrisia e violenza. Ma non si va oltre, non rappresenta nulla di nuovo, e, a tratti, ad alcuni potrebbe sembrare anche fuori luogo e inappropriato, visto come il personaggio, pur essendo stato parte e concausa della tragedia, si trovi a cambiar vita, così, perché è morto il fratello, e il nipote vuole comprare un motore per la barca. La base della vicenda affonda quindi su di un fatto tragico, il più tragico di tutti, ed è attraverso questo trauma che tutto il film, i personaggi, si sviluppano per giungere al ricongiungimento e al perdono. Questa storia è vecchia, ma riconosco l’effettiva continua portata e forza di questo meraviglioso tema. Ho apprezzato molto la maestria di Lonergan (comprendo che a qualcuno potrebbe venir in mente di dire: “Ma chi è questo?!”) che, seppur poco conosciuto, aveva anche partecipato alla creazioni di film come Terapia e pallottole, Un boss sotto stress e Gangs of New York. È riuscito a rendere intrigante la storia, svelandoci solo verso la metà la chiave di volta per la comprensione: il trauma, e quindi il motivo dell’isolamento totale del protagonista. La figura di questo personaggio è quasi meravigliosa, poiché il suo isolarsi suscita pace, non angoscia, almeno per la prima parte del film; lo si vede che si muove metodico da un punto all’altro, in una catena di montaggio, fatta di lavoro, di vita e di relazioni, dove al concludersi lo aspetta un tavolo con due sedie in un monolocale grigio. A descriverlo pare più brutto di ciò che è, poiché, non sapendo quale fosse il trauma, fondamenta della trama, suscita un senso di quiete e per questo rimane di grande dignità l’immagine dell’uomo, che ci si rende conto esser “morto” – in un certo senso – un uomo che con distacco totale vive i suoi giorni, uno dopo l’altro, senza mai mostrar dolore. In ciò ci vedo maestria e di conseguenza apprezzo talmente tanto l’interpretazione di Affleck da considerare più che meritato l’Oscar appena ottenuto. Un protagonista scisso in due diversi individui frutto di spinte emozionali opposte, ponendo come conseguenza della rottura narrativa la rappresentazione del trauma e il necessario cambiamento da ciò che era a ciò che sarà. Il punto di cambiamento però, nella storia, non coincide col trauma, ma – in un certo senso – alla nascita, seppur frutto di una morte (il funerale del Fratello di Lee Chandler, Kyle Chandler, padre del coprotagonista Lucas Hedges), di un rinnovato rapporto tra zio e nipote. La trama ci dice che il personaggio cambia dall’incontro con il nipote, dal fatto che è morto il padre del ragazzo, suo fratello, ma il regista ci colloca il tutto alla scoperta del trauma, come se fosse lì il momento di aprire il vaso e di caricare il film – in un’ora rimanente – di emozioni molto forti, in crescendo tra loro, fino a raggiungere una quiete, un fine caldo su di una strada piena di buchi con in fronte il sole del mattino.

È di certo uno dei migliori film prodotti nel 2016 in USA (perlomeno fra quelli candidati agli Oscar), diciamo che meglio forse è Moonlight, ma comunque rimane un film che è da vedere, tenendo presente che non siamo al cospetto di un capolavoro, che nei film di nuova produzione – per quanto ben fatti, dove vi sono budget enormi, poi riconosciuti alla kermesse del Dolby Theatre, spesso vi sono ormai storie ritrite, forti di facili emozioni ma poco audaci nel cercar qualcosa di nuovo.