Proposte di Lettura: il radicamento e lo spaesamento in poche poesie di Giorgio Caproni.

febbraio 24th, 2017 | by Demetrio Marra
Proposte di Lettura: il radicamento e lo spaesamento in poche poesie di Giorgio Caproni.
Letteratura

La domanda principe – s’intende alla base – di una simile titolatura potrebbe essere: perché l’uomo oscilla tra l’immissione di radici e l’estirpazione? E in che modo il poeta (forse portavoce dell’uomo) comunica tale oscillazione? Parlo nei dintorni di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 22 gennaio 1990):

Bisogno di guida

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. «Non sono,»
mi rispose, «del luogo.»
 

Affermo personalmente che la sua poesia può esser concepita per interrogativi, non mancanti quelli retorici, e risposte talmente aperte da pesare niente se non per la loro mancanza. Talvolta la mancanza si amplifica assieme al tacito sottintendere della domanda:

Risposta del cambiavalute

Sono monete preziose,
certo. Ma non hanno più corso.
Provi in un Museo. Non vedo
– mi spiace – altro soccorso.

2090009691Una sentenza del genere (la poesia per interrogativi, suddetta) prescinde erroneamente da una volontà, dimostratasi con certezza, evolutiva: non può il lettore ignorare la lettura continua, quella architettata dal poeta. Da profano mi permetto l’amore (e il lusso) di estrapolare i componimenti dal contesto, talmente sono questi significativi e autarchici, come nel medesimo tratto dipendenti e inscindibili dalla serie. Non è questo un procedimento caratterizzante, ripeto, ma un percorso personalissimo, che avrebbe da dire troppo e dice niente: invoglia piuttosto a farne di altri, personalissimi percorsi, magari di voi lettori, ma questo si vedrà.

Estrapolare. Espressione di quella lettura saltuaria che è, di fatto, la modalità più diffusa. Non sarà perciò un articolo accademico, ma semplicemente una proposta occasionale, insomma l’io che fra le mani sfoglia il pesante volume di tutte le poesie di Giorgio Caproni, coi relativi segnalibri (post-it strappati o fogli dispersi).

L’esigenza che mi ha spinto a scrivere muove (ma non smette di deragliare) dal sentimento meno ufficiale e più spontaneo dell’uomo: la dicotomia radicamento/spaesamento.

Partecipe della dicotomia, la precedente rilevanza degli interrogativi. Segue una serie di poesie:

Tre interrogativi senza data

1.

Già ho toccato la meta?
Son già anch’io, sul pianeta,
soltanto uno dei suoi tanti
– smarriti – disabitanti?

2.

Quando non sarò più in nessun dove
e in nessun quando, dove
sarò, e in che quando?

3

Sfondata ogni porta,
abbattute le mura,
è il cosiddetto infinito
la nostra vera clausura?…

Sembra evidente come non siano dei semplici interrogativi: indagano l’esistenza stessa, il senso della vita, la materialità. Di più: s’associano concetti e materia: mi piace pensare che il muro della terra possa essere proprio l’ostacolo al passo decisivo nei limiti della ragione (poetica).

Anch’io

Ho provato anch’io.
È stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.

Con ciò, la parola stessa diviene strumento, mezzo di analisi, e pure oggetto d’analisi. La rima “facile” è alleggerire, i versi piacevoli e facili («Io non voglio che le poesie siano musicali, le poesie devono essere musica, non musicali.») un tentativo di risignificare pure quelle parole e quelle frasi ridotte ormai a pura comunicazione, funzionalità. Ma Caproni non è solo rima facile (non può esserlo né è lecito pensarlo un solo momento):

[…] la tecnica della mia poesia, a quali principi si riferisce. Infatti vedete spezzature di verso, pause, <spazi> bianchi, punti fermi dove magari basterebbe la virgola, ma io voglio la pausa forte, appunto perché la parola spicchi. Che è diversa dall’operazione, secondo me, che faceva Ungaretti; è su un altro piano. Io cerco proprio, vorrei essere rude e non gentile, ecco, in poche parole.

La sensazione è che ci sia qualcosa in più. La lingua poetica coesiste con la lingua della comunicazione, interferisce, si confonde. Diciamo meglio: la distinzione che più volte ha detto con chiarezza di operare il poeta, tra comunicazione e linguaggio poetico, verte sul significato puramente funzionale o ulteriore, nella fisica e nella musica. Riporto un esempio, che lo scrittore ha recitato in una conferenza il 16 febbraio del 1982 al Teatro Flaiano di Roma. Il suo intervento è registrato nel volume a cura di Roberto Mosena “Sulla poesia” di Giorgio Caproni, per Italosvevo (Roma, 2016) [intervento dal quale anche le precedenti citazioni]:

Anzi, addirittura un esempio molto grossolano. In caserma, quando ero soldato io, i soldati si avvertivano con una tromba – oggi non lo so, credo che vi siano gli altoparlanti –, si chiamavano trombetta. Era l’ora del rancio e il tenente d’ispezione e il sergente di giornata diceva alla tromba: suona il rancio. La tromba emetteva un segnale secondo un codice stabilito, un ritornello, il soldato lo conosceva e si metteva in fila per prendere il rancio, con la gavetta in mano. Supponiamo che il sergente di giornata un po’ estroso invece di far suonare quel segnale della solita cornetta lo facesse suonare dal flauto, magari suonato da Gazzelloni, è vero sì che il soldato percepirebbe il comunicato diciamo pratico, però rimarrebbe anche interdetto, rimarrebbe forse a bocca aperta con la gavetta in mano. Cioè percepirebbe un altro significato, che è il significato musicale. Questa per me è la differenza fondamentale appunto tra il linguaggio di normale comunicazione e il linguaggio poetico. […] Ora, generare emozioni, capaci di tradursi in sentimenti e in idee, magari diversi da quelli del senso letterale, mi sembra appunto la funzione precipua della parola nel linguaggio poetico.

giorgio-caproni
Ovviamente Caproni non vuole ridurre il “potere” della poesia alla sola musica, ma risulta facile ed esemplificativo il passo al fine della comprensione di ciò che abbiamo appena detto. Il poeta avanza da un’intenzione tutt’altro che puramente esteriore, estetica o biografica. Tenta un inabissamento, alla ricerca di quei «nodi di luce», le verità comuni, le tante o una sola delle verità possibili «di tutta la tribù». Più a fondo è possibile indagare, più il poeta riscontra l’abbandono dell’io a favore del noi, contro il solipsismo per la una – possiamo dire – funzione universale (forse è dir troppo)? Civile, comunitaria? Insomma io credo che Caproni sia esistenziale, come per un impulso alla ricerca di una radice comune, contro quello spaesamento endemico che persiste in ogni individuo, ma spesso rimane in superficie.
Ho davvero esagerato: mi sia concesso un ultimo punto, sulla rotaia già impegnata, sul linguaggio.

La confusione, meglio la coesistenza, fra linguaggi diversi nonché significati diversi, mi è parsa tale da permettere una sola deriva: lo spaesamento del linguaggio stesso, la disintegrazione e, come già anticipato, la lingua diventa oggetto di indagine e per questo viene assunta in funzione esistenzialistica:

Sassate

Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.

Concessione

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

L’essenza si scontra con la presenza, coi sensi, con la materialità. Ritorniamo a quello scavare per le radici proprie e certamente comuni, ma non solo. Scavare, scarnificare, trovare le minori unità significanti, l’architettura, lo scheletro della poesia, della quale le rime sono le articolazioni. Ma niente più, sarebbe troppo. Lascio la conclusione ad un abile congedo, quello del viaggiatore cerimonioso.

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto

dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio)’ confidare.

(Scusate. E una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Forse il merito maggiore (e l’unico) dell’articolo, riconosco, potrebbe essere l’aver riportato più poesie del nostro scrittore in una sola scheda, insomma una brevissima antologia: ne sono decisamente contento. Mi preme aggiungere – per il lettore – che l’8 marzo al Collegio Borromeo Enrico Testa, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Genova, nonché scrittore, saggista, poeta (ultimo in ordine di tempo il volume “Ablativo”, per Einaudi – 2013) per il ciclo di conferenze “Difficoltosa modernità, attraverso la poesia del 900“, parlerà proprio di Giorgio Caproni. Penso un intervento da non perdere.