“Vangelo” di Pippo Delbono, o l’amore verso il prossimo

novembre 17th, 2016 | by Martina Cafarella
“Vangelo” di Pippo Delbono, o l’amore verso il prossimo
Birdmen

Dall’8 al 13 novembre nel cartellone del Piccolo Teatro di Milano, è andato in scena Vangelo, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono e della sua compagnia. Lavoro fortemente personale, come è nello stile di Delbono; sicuramente stimolante nelle sue forme rispetto alla delusione del Macbeth (la recensione).

Il tema è ovviamente quello del Vangelo, sul quale il regista espone il proprio pensiero. La polemica colpisce non tanto il testo in sé, quanto piuttosto come sono stati trasmessi il messaggio evangelico e la storia di Cristo (e quindi percepito) nel corso della storia: è sempre stata sottolineata la parte dei precetti, della paura del peccato, del dolore della Passione, dando una visione cupa, opprimente, soffocante, che ha contribuito a creare divisioni più che incontri; ad innalzare chi le norme prescritte le segue e denigrare, invece, chi da queste norme si allontana. Lo spettacolo di Delbono ne spezza la visione convenzionale e rivendica, invece, la gioia di fondo che il Vangelo veicola e rompe le catene che secoli di dottrina hanno imposto. Il nuovo messaggio di amore e libertà investe anche le forme teatrali: da una prima scena in cui gli attori, seduti compostamente l’uno accanto all’altro in abito formale, ricordando una messa, ma anche il pubblico di una platea, l’equilibrio viene rotto e la premessa di uno spettacolo tradizionale sconfessata. Ci sono echi del teatro novecentesco, in primis di Eugenio Barba, per il lavoro sulle azioni fisiche, e del teatro-danza di Pina Bausch, con richiami espliciti al famoso Café Müller. Le risorse del teatro più recente vengono sfruttate: oltre a quelle già citate, Delbono inserisce videoproiezioni di fantasie lisergiche a fare da sottofondo a musiche e coreografie movimentate, in un’atmosfera hippie, con incursioni nella musica rock dei Led Zeppelin e dei Rolling Stones.

Dal punto di vista formale, in ogni caso, nessuna grossa novità. Il punto forte dello spettacolo, come anche dichiarato dal regista, è però piuttosto il risvolto sociale che assume, e di conseguenza la valenza artistica che questo comporta: vengono esplorate anche le tematiche dell’isolamento, dell’emarginazione, dell’esclusione del diverso. Nel cast sono presenti attori provenienti da realtà sociali spesso allontanate (un ragazzo con la sindrome di Down, un ex clochard, un sordomuto…), e Delbono li accompagna per mano sul palcoscenico, presentati di fronte alla platea non solo come individui degni di riconoscimento, ma anche come manifestazioni di bellezza e verità scenica: «Dobbiamo imparare da queste persone diverse perché loro conoscono il segreto dell’esserci». La vita, senza filtri, sale sul palcoscenico, e loro che la personificano con la sola presenza sul palco sono gli attori più giusti, perché sono veri, «senza menzogna»: ed è difficile non rimanere incantati da Bobò, sordomuto settantenne che, vestito elegantemente da diavolo, non fa altro che sedere su una sedia e riuscendo comunque ad attirare gli sguardi del pubblico nella sua postura così disarmonica, e proprio per questo autentica, reale. In questa lezione di umanità, viene stimolato il confronto con lo spettatore, e si verifica l’incontro con il diverso e la relazione dell’altro da noi stessi. Per raggiungere tale scopo, la rigida divisione palco-platea viene rotta, e il regista rompe il tabù della sua invisibilità come a suo tempo fece Kantor, apparendo sulla scena e diventando attore tra gli attori, interagendo e interpellando il pubblico, come a spezzare scenicamente la separazione tra l’attore e lo spettatore, e simbolicamente la paura del diverso che conduce all’isolamento. Questo è, infatti, uno dei grandi temi dello spettacolo, che incombe sempre sui performer sotto forma di un muro, a cui gli attori vengono di volta in volta legati. Del Vangelo viene dunque recuperato l’invito ad amare il prossimo, anche se fa parte di una realtà lontana dalla nostra. Un ritorno alla semplicità dell’infanzia segna la fine dello spettacolo, quando l’interprete down viene fatto sedere su una culla come un Buddha, mentre intorno a lui gli altri danzano.

Lo spettacolo, ormai, è fuori dal cartellone; chi, però, fosse interessato al lavoro di Delbono, ha la possibilità di vedere proiettato un suo film, Sangue, il 2 dicembre al Teatro Manzoni di Monza.