La corsa è finita

novembre 8th, 2016 | by Barbara Palla
La corsa è finita
Attualità

La scelta in molti Stati è già stata fatta grazie al complesso sistema di early voting mentre oggi dovrebbero esprimersi tutti gli altri Stati federati. Dopo quasi due anni, la corsa alla Presidenza giunge al suo termine e mercoledì ci sveglieremo in un mondo nuovo. I temi di politica interna non sono completamente esauriti, ma in un giorno così in cui tutti gli sguardi sono rivolti all’interno degli States è bene approfittare dell’occasione per guardare da fuori, ai possibili scenari, date le premesse (promesse?) della campagna elettorale appena conclusa. Quindi, mentre gli americani, al proprio interno, decidono la propria sorte, cerchiamo di capire da fuori come si potrebbero conformare gli equilibri internazionali di domani

La politica estera degli Stati Uniti è decisa dal Segretario di Stato, che nell’ordinamento occupa la posizione del Ministro degli Esteri. In campagna elettorale (in corsa nel ticket c’è il Vice Presidente) si tende a non rivelare esplicitamente chi sarà, dato che la sua designazione risulta da un complicato sistema di bilanciamenti interni dovuto alle azioni delle lobbies e dei finanziatori di campagna elettorale nonché della competizione politica stessa. Il momento della nomina del Segretario di Stato sarà molto importante ma nell’attesa è bene dare un’occhiata alle premesse che stanno alla base di quella scelta.

Gli argomenti di politica estera sono vari e bene o male rimangono sempre gli stessi. Il nuovo Presidente dovrà, infatti, affrontare la Cina e la sua ricerca di una leadership nel continente asiatico, la Russia e le minacce che pone sia ai confini dell’Europa che in Asia ma soprattutto in Medio Oriente, e collegata a questo, ovviamente, tutta la questione legata alla guerra civile siriana, lo Stato Islamico (cosiddetto) e il combinato disposto che queste due minacce pongono agli equilibri regionali internazionali. Gli approcci dei due candidati negli ultimi mesi non potevano essere più distanti tra loro e al contempo più diversi dalle tradizioni a cui fanno riferimento.

Donald Trump ha dimostrato di avere una politica estera che si muove da sola in un moto browniano di particelle che si scontrano tra loro. Quello che propone è o incoerente o irrealizzabile e finisce sempre per farci una figuraccia. Quello che da fuori si percepisce è che non sappia quello che dice, però a ben guardare un piano sottostante c’è. Trump ragiona da imprenditore, roboante e sessista certo, ma comunque imprenditore e quindi interpreta le relazioni internazionali in termini di ciò che conosce meglio: le transazioni. La sua idea di “make America great again” è tutta lì, ridare agli Stati Uniti la forza negoziale necessaria per ottenere in ogni scambio un good deal e allo stesso tempo la forza per respingere un qualsivoglia bad deal. Sotto questo profilo analizzando da più le dichiarazioni in merito alla NATO, si nota che non erano una mossa pro-Putin, ma un modo per razionalizzare le spese degli Stati Uniti all’interno di un’alleanza che vede un ruolo pro-atttivo degli Stati Uniti e uno molto meno incisivo degli altri Stati membri. Quindi, se ne può dedurre che la proposta di revisione dell’articolo 5 dello Statuto NATO sia un modo per salvaguardare l’America, il fatto che indebolisca l’alleanza in un modo tale da permettere a Putin di approfittarne è solo incidentale.

L’atteggiamento di Hillary Clinton in questo senso è molto diverso. Lei ha una lunga esperienza con gli attori della politica internazionale per aver già ricoperto il ruolo di Segretario di Stato. Per la Clinton il rapporto con la Russia è di ordine politico, non economico, e, dal momento che tra lei e Putin non corre buon sangue, una delle sue prime possibili mosse sarà quella di convocare gli Stati membri della NATO per riaffermare il sostegno americano all’interno dell’alleanza e ristabilire i confini del fronte anti-russo.

L’atteggiamento di tipo “commerciale” di Trump è evidente anche per quanto concerne gli equilibri in Medio Oriente. La sua idea è semplice, l’America forte va in Iraq prende il petrolio e torna a casa. Non si può fare? L’America forte sovrasta l’ostacolo, prende il petrolio e torna a casa. È un good deal bene, non lo è, allora si cercherà il petrolio da un’altra parte. Ovviamente è uno schema semplificato, però, per davvero, il modo di ragionare del candidato repubblicano è alquanto semplice. Il problema è che nella gestione delle relazioni internazionali, soprattutto per quanto concerne una regione così complessa come il Medio Oriente, non si può non calibrare la propria azione con la fragilità degli equilibri di potere sul territorio. Bombardare l’ISIS fino alla sua eliminazione completa è ovviamente irrealizzabile ma è una semplificazione che restituisce all’elettorato disilluso quell’idea di forza persa negli anni e che Trump cavalca addossando le responsabilità della perdita a Obama e alla Clinton.

La Clinton, anche in questo caso forte della sua esperienza, ha un po’ più di dimestichezza con la geometria variabile del Medio Oriente. Il suo compito però è quello di prendere le distanze dalle politiche non interventiste di Obama e di cercare di risolvere la situazione con la Siria, fermo restando che l’alleato principale è l’Arabia Saudita, ma con l’aggiunta che la posizione della stessa Arabia Saudita si è indebolita a livello regionale. La Clinton si troverà nei primi mesi della Presidenza davanti alla necessità di soddisfare i falchi di politica estera cercando di forzare un po’ la mano nei confronti di al-Assad e dei suoi sostenitori sul campo, facendo attenzione però a non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova guerra mediorientale senza successo. Il compito non è certamente facile: invertire la rotta del non interventismo Obama (difeso da Obama stesso in una lunga intervista per The Atlantic) senza cadere nell’eccesso opposto della war on terror di Bush.

Il secondo vero banco di prova per i candidati sarà poi la politica asiatica. I test missilistici nordcoreani sono un “fallimento della politica di sicurezza americana”. Proprio su questo problema poggia il rinnovamento del ruolo americano all’estero. La capacità di gestire una minaccia come quella rappresentata da Kim Jong Un permetterà di recuperare la credibilità necessaria per affrontare tutti quei despoti, reali o percepiti, presenti altrove. Ma la collisione con la Corea del Nord cambierà le carte in tavola nel rapporto con la Cina. Per Trump la forza autoritaria che la Cina ha acquisito nelle contrattazioni internazionali rappresenta uno smacco all’idea di super-potenza americana. Infatti la sua idea di forza o di greatness è in qualche modo relativa alla capacità di confronto con la Cina senza però avere un chiaro piano di risanamento dei rapporti bilaterali. Per la Clinton, invece, il ruolo di forza dell’America risiede nel cambiamento dei rapporti economici con la Cina. La rete di scambi di merci cinesi per gran parte dell’elettorato americano non rappresenta solo un problema economico ma soprattutto politico. La difesa degli interessi nazionali, e dunque l’affermazione della superiorità economica americana, passa anche dalla riduzione della competizione che la Cina porta sui mercati manifatturieri.

Può dunque sembrare che entrambi i candidati siano accomunati dalla ricerca di una posizione di preminenza degli Stati Uniti negli scenari più complessi e delicati della politica internazionale. Il difficile equilibrio di hard e soft power richiesto per non correre il rischio di aggravare le situazioni esistenti sembra però completamente assente in uno e di difficile realizzazione per l’altra. La Clinton però potrebbe essere avvantaggiata dal fatto che è sicuramente più credibile sotto questi aspetti, mentre Trump è screditato dalla sua stessa imprevedibilità e dall’irrealtà delle sue promesse.

Quale che sia l’esito, mercoledì si aprirà un periodo molto incerto e sicuramente interessante da analizzare. A parità di condizione una delle due scelte sembra andare in una direzione più consona ad un mantenimento quantomeno sopportabile degli equilibri mondiali, ma la determinazione della scelta ricade in capo agli americani, per cui da qui si può fare ben poco. La speranza è di non ritrovarsi domani mattina davanti ad una situazione simile a quanto avvenuto con il voto per il BrexitLungi dall’intento di questo articolo la pretesa di essere letto oltreoceano ma l’appello al voto si rende necessario. Per quanto i candidati non raccolgano l’eredità di un Presidente, certamente criticato, ma tutto sommato positivo, la scelta di uno dei due attraverso l’elezione diretta presuppone la partecipazione attiva della popolazione, tutta la popolazione. Per questo chiunque possa, vada, voti, anche se, a questo giro, si trova a dover scegliere tra il minore dei mali.