Vivere da soli =100 CFU

ottobre 6th, 2016 | by Antonio Elio Caroli
Vivere da soli =100 CFU
Pavia

Crescere in una famiglia numerosa ti ha forgiato il carattere, avere come vicina di casa la nonna chiacchierona ha aumentato i tuoi livelli di sopportazione, condividere la stanza con la sorella perfettina o con il fratello confusionario ha messo alla prova la tua capacità di adattamento alle situazioni, insomma anche vivere in casa propria, nell’ambiente in cui si è nati e cresciuti tra coccole e prelibatezze ha i suoi lati negativi con i quali, nel tempo, abbiamo imparato a convivere.

Poi arrivi a 19 anni, ti iscrivi all’università e ti ritrovi a chilometri di distanza dalle lasagne della nonna, sperduto in scatolette di tonno e uova strapazzate, con vestiti mai troppo stirati, e qualche centinaio di ore di perenne sonno arretrato.

E’ stata una tua scelta. Come affrontarla? Uomini e donne hanno pareri diversi in merito.

Valentina (donna, fuorisede del Nord)

L’indipendenza è una caratteristica che le donne, spesso meno mammone degli uomini, ricercano fin dall’adolescenza. L’abbiamo voluta, vinta e conquistata: una ragazza che esce per la prima volta di casa, che varca la soglia dell’abitazione che gestirà (da sola o in cooperazione con altri) si sente padrona del mondo, capisce di avere una grande responsabilità nelle mani e, soprattutto, sa di poter gestire la situazione al meglio. Questo senso soprannaturale di onnipotenza tenderà indubbiamente ad affievolirsi con il tempo, a venire a meno con la pigrizia dell’inverno, a rispuntare poi con l’aria frizzante primaverile, ed a crollare definitivamente con la sessione estiva che pone fine ad un lungo anno di fatiche e soddisfazioni. Nei momenti di maggiore sconforto, quando la stanchezza assale e le forze vengono a meno, si ripensa alla propria patria, ai genitori e ai fratelli.

E’ dura, si sa.

Allontanarsi da casa è sempre un dispiacere, soprattutto quando si chiude (con innumerevoli sforzi) la valigia e ci

si dirige verso la stazione, con mamma sul binario che sventola il fazzoletto e tu, sul treno, che la osservi desolata, cerchi di non incrociare troppo i suoi occhi lucidi ed eviti così di scoppiare in un pianto malinconico. Quando il capotreno annuncia l’imminente partenza, è a quel punto che devi guardarla dritta in viso, sorriderle con una di quelle maschere categoriche da “va tutto bene, son forte e grande, non ti preoccupare”. Ma, in quei momenti e solo in quei momenti (perché stai certo che la vita del fuorisede non lascerà spazio a troppi pensieri tristi), senti un sussulto di malinconia che parte dal profondo e ti accorgi di essere infinitamente fragile e vulnerabile: “Ce la potrò mai fare da sola nel mondo?”. Poi il treno parte, incroci lo sguardo di chi è vicino a te, immagini le loro storie e capisci di essere infinitamente fortunata di fare quel che fai e di essere dove sei.

Grinta! Sei una studentessa fuorisede! Questo è il tuo momento!

La distanza potrebbe essere un ostacolo i primi tempi, o quando le cose non vanno troppo bene e avresti bisogno di un appoggio adulto: ma, nell’istante in cui, nonostante tutto, riesci a cavartela con le tue forze, è in quei secondi che capisci che il cordone ombelicale si è definitivamente staccato…E questi attimi si sommano e si moltiplicano, si intrecciano e ingarbugliano fino a formare il tuo carattere, la tua forza interiore, le tue capacità personali, e quando torni a casa sei un’altra. Dicono che sei cambiata, che in alcuni atteggiamenti non ti riconoscono più: la ragazzina che è partita con una valigia piena di trucchi e paillettes, è tornata con un borsone, forse meno tirato a lucido e con la cerniera che non chiude alla perfezione, ma ricco di esperienze e carico di nuove emozioni.

Antonio (uomo, fuorisede del Sud)

Le stazioni, sono un’ambiente caro agli studenti fuori sede, tra borse e valigie e il rumore dei treni che vanno e vengono, si saluta la vita famigliare e le cazzate con gli amici, si salutano gli amori e poi si sale in carrozza, destinazione Pavia.

I primi tempi nel mondo universitario, sono senza dubbio i più memorabili, quando si vive per diciannove anni in un paese del profondo sud, si ha voglia di andar via, non iscriversi alla Facoltà più vicina, ma quella più lontana possibile. L’idea di essere un fuori sede randagio è molto stimolante, ma soprattutto è bello aver voglia di conoscere una realtà differente, ed all’interno di essa cercare di realizzare i propri obbiettivi.

Così, all’inizio non fai che notare le differenze tra nord e sud, autoconvincendoti che la scelta che hai fatto è la più giusta. Noti la maggiore efficienza dei mezzi di trasporto, la bicicletta che ti permette di attraversare la città in modo ecologico e sbrigativo, quando nel tuo paese la gente crede che l’auto sia l’estensione dei propri arti. Sei meravigliato dal corso di studi, dalla bellezza dell’ateneo, con il suo fascino storico e anche studiare diventa inaspettatamente più piacevole se ti accomodi nella biblioteca teresiana, ed hai la percezione di sentirti fuori dal mondo, in un posto che profuma di legno e vecchi libri.

Quando la sera cala sulla città, si popolano di studenti i bar in piazza, ti mischi tra di loro e ti accorgi di non essere solo, come te tanti ragazzi hanno lasciato il nido familiare per scoprire il nuovo, chi perché pensa ci sia più lavoro al nord, chi perché vuole cambiare vita. Finito però il primo periodo di conoscenze continue, di stupore per la nuova avventura, subentra lei, subdola e maligna…la nostalgia.

La sensazione di libertà che si prova nel vivere da soli, lascia il posto, soprattutto la domenica mattina, al ricordo delle polpette e i Frucilli (formato di pasta casereccia) della nonna, ed una serie di prelibatezze che i lettori del nord non possono lontanamente immaginare.  Per fortuna però, noi del sud abbiamo inventato “la scatola”, un magnifico pacco, che immancabilmente contiene le orecchiette, la salsa (il sugo di pomodori) prodotta in casa, ed anche cibarie e casalinghi, che lasciano pensare che la tua famiglia creda non esistano supermercati al nord.

Noi ragazzi sudisti, lo ammetto, nel novanta per cento dei casi, non siamo abituati a svolgere le mansioni casalinghe, quindi avere masse di vestiti da stirare per noi spesso è una sfida, contro i propri limiti, una soddisfazione per le ragazze che notano le doppie pieghe sulle camicie, e giustamente ribadiscono che la donna casalinga non esiste più. Ma soprattutto è una vendetta ed una liberazione per le madri che hanno per anni lavato mutande.

Ti chiedi com’è possibile, eppure anche il paesino in cui vivevi quello che volevi tanto lasciare delle volte ti manca. Sì proprio quello in cui tua nonna è un personaggio pubblico e ha quasi cento follower nella piazza di fronte la chiesa la domenica mattina. Per non parlare di chi vive una relazione a distanza, che Dio gli aiuti, dedicheremo un articolo solo a loro un giorno.

In fine, quando finisce una sessione, stanco e sodisfatto per i risultati ottenuti ritorni in quella stazione, che fa da intermediaria tra le due vite parallele. Qualcuno mentre aspetta il treno si chiede se è ha fatto davvero la scelta giusta a vivere da fuori sede; c’è chi sta già programmando con gli amici di giù la ciucca per festeggiare la fine sessione e altri si domandno se hanno dimenticato qualcosa, o hanno chiuso tutte le finestre e porte dell’appartamento.  Ma tutti hanno imparato qualcosa dalla vita, oltre a quello che spiegano i docenti alle lezioni, imparare a stare da soli al mondo è la materia che lascia più CFU.