#echoes: The tallest man on Earth

ottobre 2nd, 2016 | by Antony Bidzogo
#echoes: The tallest man on Earth
Musica

Per definizione scientifica, l’eco è un fenomeno acustico per cui un suono, riflesso da un ostacolo, viene udito nel punto da cui è emesso. È un concetto che mi ha sempre affascinato, e mi ha spinto, appunto, a chiamare questa mia piccola rubrica “Echoes”.
Riflette in pieno la mia idea di musica, ovvero una parte di noi che si scontra, si confronta con altre persone, ma che alla fine torna e ti arricchisce.
Echoes: una rubrica settimanale che rifletterà i miei ascolti, e di riflesso anche i miei umori, che si susseguiranno nel tempo. Spero che la maggior parte di voi si possa ritrovare in essi, e soprattutto nei dischi e negli artisti che si avvicenderanno nelle prossime pubblicazioni; e che magari, attraverso questa rubrica, possa fare piacevoli scoperte musicali. Ed ora, senza perdere ulteriore tempo in introduzioni, parliamo dell’artista di questa settimana.

Oggi vorrei inaugurare la rubrica parlandovi di un artista che nell’ultimo mese mi ha completamente conquistato. Sto parlando di Kristian Mattson, meglio conosciuto con il nome d’arte The tallest man on Earth.

Un artista che dalla sua Svezia, nel giro di poco tempo, si è imposto come uno dei migliori prospetti cantautorali degli ultimi anni, con il suo stile un po’ naif e scanzonato.

Ad un primo ascolto potrebbe ricordarvi il primo Bob Dylan e Bon Iver (soprattutto quello di For Emma, forever ago), o anche Woody Guthrie, se siete appassionati del folk americano degli anni Quaranta. Ma sarà un’impressione passeggera, perché Mattson ha fin da subito plasmato un suo particolare stile, fatto di melodie vocali contraddistinte dal suo timbro un po’ rauco ma misurato, e dal suo gentile e spensierato fingerpicking che dona alla sua musica un’eleganza assai rara da trovare in questo momento, a mio modo di vedere.
Dal 2008, anno del suo esordio discografico con il disco Shallow grave, ha conquistato sempre più pubblico, soprattutto dopo l’uscita del secondo album nel 2010, The wild hunt, che sarà il disco di cui vi parlerò dopo, il quale ha preceduto gli ultimi due lavori del cantautore svedese, ovvero There’s no leaving now (2012) e Dark bird is home (2015).
Se già con Shallow grave Mattson aveva dato prova di possedere uno stile unico, soprattutto con le tracce I won’t be found e The gardener, con il suo secondo lavoro ha raggiunto un livello compositivo davvero alto. The wild hunt è un disco meraviglioso, dove la malinconia si intreccia perfettamente con slancio alla spensieratezza e alla vitalità. Un disco che non si contraddice e che ha al suo interno molte atmosfere. Dal tepore della title track, si passa all’incalzare di Burden of tomorrow (una delle mie tracce preferite del disco), attraversando gli arpeggi di Troubles will be going e della ballata You’re going back. Dalla spensierata e scanzonata King of Spain, si arriva alla traccia più toccante e coinvolgente dell’album, ovvero Love is all, dove le parole cantate con il caratteristico stile di Mattson si intrecciano meravigliosamente all’arpeggio elegante della canzone. Da non dimenticare la malinconica ballata The drying of the lawns, che forse contiene il riff più bello del disco, e che è il pezzo che più si avvicina agli artisti folk americani, fondamentali influenze agli inizi del percorso musicale di The tallest man on Earth.

Un disco che ha la capacità di trasportarti, in luoghi dove la calma e la spensieratezza tipici di una radiosa giornata di sole si dissolvono rapidamente a vantaggio dell’oscurità, come solo i paesi scandinavi sanno ispirare. Io ne sono rimasto catturato, già dal primissimo ascolto, che mi ha portato successivamente a divorarlo decine di volte ancora, ognuna delle quali accresceva la mia voglia di scoprire sempre di più fittamente l’artista e tutto il suo repertorio.

Spero davvero di avervi incuriosito. La mia speranza è che questo disco vi trasmetta lo stesso turbinio di emozioni che ha trasmesso a me. Alla prossima!