L’intervista a Roberto Figazzolo, “il critico con la macchina da presa”

settembre 22nd, 2016 | by Lorenzo Filippo Giardina
L’intervista a Roberto Figazzolo, “il critico con la macchina da presa”
Birdmen

Immaginate di essere un critico cinematografico, magari a Pavia: state curando alcune proiezioni serali nell’unica sala rimasta in città. Vi apprestate a dire due parole al pubblico prima che il film cominci, e, d’un tratto: «Allora, che si guarda?», esclama una signora anziana riconoscendovi, con già il biglietto pagato fra le mani.

Un chiaroscuro grottesco, che fa riflettere, non v’è dubbio. Tuttavia quella sera la signora è uscita di casa, ha camminato, ed ora siede davanti allo schermo, con alle spalle il proiettore. Magari il film nemmeno le piacerà; eppure, la signora ha scelto, ha scelto d’esser lì, al Cinema Politeama, il solo rimasto in città.

Aneddoto riportato da un’esperienza diretta di Roberto Figazzolo: fotografo, video maker e, in primis, critico cinematografico attivo da anni nella realtà culturale di Pavia e non solo.

Roberto è stato intervistato dalla penna di “Birdmen”.

Quest’anno il Leone d’oro per il miglior film al Festival di Venezia, poche settimane fa, è stato assegnato al regista filippino Lav Diaz per Ang babaeng humayo (The woman who left): un film di quasi quattro ore, in bianco e nero, pochissimi dialoghi (in filippino), il tutto accompagnato da un sonoro esclusivamente diegetico. Si dice che le sale cinematografiche siano in crisi: forse è vero; ma, per Roberto, una pellicola del genere ha un solo modus fruendi: la sala del cinema, sovrastati da uno schermo e avvolti dal suono. Nonostante la comodità spiccia degli schermi di casa, continuiamo ad essere animali sociali, e ciò, ancora, ci spinge ad andare al cinema, ai festival, alle rassegne.

Pavia è una piccola città, è vero, ma non esaurisce all’Università la sua proposta culturale: la sfida sta nel conoscerla e farla conoscere. Il Cinema Politeama, pochi anni fa, è scampato alla chiusura, grazie alla Fondazione Teatro Fraschini e all’amministrazione cittadina. Oggi questa sala non solo sopravvive: vive! Una cattedrale nel deserto che, per tutto l’anno, propone a studenti e abitanti un cinema diverso da quello delle grandi sale, un percorso culturale di crescita, approfondimento e scoperta, a prezzi più che modici.

Per noi e Roberto vale la pena cogliere la sfida e lasciarsi trasportare dalla curiosità: unico, genuino propulsore della cultura. Se è vero che leggere certi libri, ascoltare determinate canzoni e guardare i film giusti può lasciare un segno, cambiare le cose, allora la scelta di buttarsi e mettersi in discussione sta a noi.

Come dice Roberto, maggiore è lo sforzo richiesto dal cinema, più alto sarà, se lo accettiamo, il ritorno che avremo dalla sua fruizione. Viviamo con la possibilità perpetua, quasi ormai scontata, di vedere tutto, e, forse per questo, se non abbiamo una guida, non sappiamo mai cosa vedere; riprendendo i Peanuts: «They said I could be anything; so, I became lazy» (“Dicevano che sarei potuto essere qualsiasi cosa; così, diventai pigro”).

Per “il critico con la macchina da presa” bisogna continuare, anche caparbiamente, a fare e coltivare, per restituire quello che la città, i suoi studenti e abitanti, culturalmente, meritano e richiedono.

Pavia (e Roberto), durante l’anno, propongono alcune rassegne cinematografiche che meritano di essere scoperte. Vi riportiamo le principali:

  • Indie, rassegna di cinema indipendente – Organizzata e promossa da U.D.U. Pavia (Coordinamento per il diritto allo studio); quest’anno giunge alla sua ventunesima edizione. Si terrà indicativamente fra aprile e maggio, proponendo circa otto film in quattro appuntamenti: due pellicole a sera a costi irrisori. Un cinema in limine, d’alchimia fra “commerciale” e “nicchia”;
  • Sguardi puri – Questa rassegna, che si coniuga nell’arco di più mesi, nasce nel 2000 per iniziativa di Roberto. Ad oggi, Sguardi puri è un “piccolo brand“. L’anno scorso, durante la sedicesima edizione, è stata dedicata una serata al quarantesimo anniversario dalla morte di Pasolini;
  • Cinema sotto le stelle – Proiezioni all’aperto per tutta l’estate (al Chiostro Vittadini); duecentocinquanta posti a sedere;
  • Short film day, la giornata internazionale del cortometraggio – Dal 2015 anche Pavia ha aderito a questa iniziativa mondiale che si svolge nel giorno più corto dell’anno (fra il 20 e il 21 dicembre). L’evento unisce sale cinematografiche da Milano a New York, da Mosca a Parigi.

Abbiamo interrogato Roberto anche sulla congiuntura storico-artistica che il cinema italiano sta vivendo negli ultimi anni. Il critico, schiettamente, si definisce scettico e in disaccordo con chi grida, apparentemente in modo irrefutabile, alla ripresa e rinascita del cinema nella Penisola.

Dagli “addetti ai lavori”, i tre film italiani al Festival di Venezia sono stati definiti i peggiori in concorso; forse, eccezion fatta per Spira mirabilis, di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti.

È falso l’adagio per cui quando si tocca il fondo non si può che risalire: si può anche scavare più in giù. In primis, c’è il “nuovo” che fatica: ha bisogno di pochi soldi, ma, spesso e volentieri, non trova nemmeno quelli; o, quando li trova, per l’autore diventa così oneroso e sfibrante cercare di mantenere l’autonomia espressiva che molti, una volta entrati nelle maglie della produzione cinematografica italiana, demordono. Ovvio, non che nella nebbia non ci siano delle lanterne: ad esempio, Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti (pluripremiato ai David di Donatello) e, soprattutto, Fuocoammare, di Gianfranco Rosi (Orso d’oro al Festival di Berlino).

Roberto, ad ogni modo, è convinto che l’Italia, cinematograficamente parlando, abbia tutte le possibilità e capacità per riscattarsi, e, forse, sono proprio i momenti più difficili a spronarla.

I fratelli Lumière, quando a fine Ottocento inventarono il cinématographe, pensavano di aver fatto qualcosa di utile per l’agiata borghesia francese, che servisse a documentare gli eventi salienti della vita familiare e quotidiana. Anacronisticamente, è quello che ora chiamiamo “home movie”: i film di casa. Forse, in un certo senso bizzarro e curioso, siamo tornati proprio a quello. Che altro sono tutti i filmati che mettiamo su YouTube o Facebook, se non dei tentativi inconsci di comunicare agli altri la propria esistenza: «Io esisto, io ci sono, guardami: mi sono filmato!», una volontà di affermazione narcisistica che ostacola, in parte, lo sguardo al mondo.

Tutto ciò, eppure, è cinema: il necessario e impetuoso sforzo espressivo dell’autore, e l’indispensabilità curiosa del pubblico, dell’astante, degli altri.