Breve pazienza di ritrovarti

giugno 3rd, 2016 | by Sofia Frigerio
Breve pazienza di ritrovarti
Cultura

Photo credits: Irene Brusa

“Breve pazienza di ritrovarti- nel gorgo di salute e malattia” è una raccolta di otto racconti editi per Interlinea. L’autore, Giovanni Fontana, svizzero di Mendrisio, è al suo libro d’esordio. E’ molto difficile e insieme molto semplice descrivere un libro di racconti. Difficile, perché non si può e non ha senso riassumerne la trama; facile, credo, per lo stesso motivo. Sono trame ispide e nervose, che a noi richiedono concentrazione e molta lentezza per penetrarne la sostanza immaginifica. Molto ricca, per la verità, ma senza sconti.

Dove l’oscillazione tra voci e piani temporali diversi si fa quasi vertiginosa, viene da aggrapparsi alla presunta forza unificatrice della voce narrante; che tuttavia è una presenza molto fragile. I racconti sono popolati di presenze atrofiche, invischiate in rituali senza scopo- il tema del rito percorre come una fine venatura quasi tutti i racconti. E’ in parole come santuario o simulacro, è nella tirannia degli oggetti-talismano: il telo bianco del racconto “Sotto il lenzuolo”, o l’altarino coi ritratti della figlia defunta in “Assottigliarsi”. Sono, questi rituali, nodi irrisolti su cui la vita si ripiega, incapace di proseguire, e in spirali sempre più strette finisce per stritolare se stessa. Anche l’impossibilità di disincagliarsi da certi fatti della memoria, a cui la mente ritorna e in essi trova più vita che nelle cose presenti, ha una radice comune con la caparbia di perpetrare un rituale.

Sicuramente ci sono demoni che mi perseguitano, fantasmi che attraversano il mio libro. Uno dei fantasmi ricorrenti è quello del rapporto padre-figlio, visto dalla prospettiva dei figli, che soffrono questi padri tirannici e silenziosi: tirannici per i loro silenzi, per la loro incapacità di manifestare affetto. Colonizzano l’immaginario infantile dei protagonisti dei miei racconti, e conservano anche da vecchi la capacità di condizionare i loro percorsi esistenziali.

Il disagio psichico dei personaggi si condensa attorno a queste cerimonie essenzialmente sterili, ma prive di innocenza. In esse assume, di fatto, la forma della malattia mentale; ed esercita, di lì in avanti, un influsso paralizzante che coinvolge chi ne è affetto e le persone a lui più vicine. E’ un disagio “a bassa intensità”: che emana, cioè, onde sonore a bassa frequenza e per questo è perfino possibile che, negli anni, si finisca col non sentirle più. Questo non ne annulla l’effetto: uno stato di tensione sottile e latente che mi sento di definire cellulare – rappreso nelle cellule- e non più districabile rispetto al groviglio di “meandri, tragitti e fughe della memoria e della percezione”. Da questi luoghi segreti (e dall’intimo marasma di sensibilità tumefatte) inibisce la vita.

Il disagio psichico a bassa intensità si traduce in vite irrisolte, in percorsi acerbi su strade morte.

Queste vite inceppate si arenano in genere nei molti punti ciechi delle nostre città. Per cui, al netto, è come se non esistessero. Ma può anche accadere che un incontro causale su un autobus ci porti -come sonnambuli- a scovarle nei loro nascondigli. Episodi di questo tipo hanno due esiti possibili. Il primo, che ci si affretti a rituffarle nell’anonimato o nella non-esistenza, come accade nel racconto “Biopsie”.

“Niente”

Le gambe lo guidano meccanicamente fuori dalla calca, lungo una strada stretta e buia, verso un quartiere che sembra già periferia, anche se si trova a poche centinaia di metri dal centro.

“Non è successo”.

Il secondo è che si produca uno strappo, uno scoppio, un gesto senza ritorno come un suicidio (“Sotto il lenzuolo”) o un omicidio (“Tendendo fili invisibili”). C’è un fatto importante, però, e cioè che il tono di questi scoppi ha lo stesso nitore senza spiragli che caratterizza le zone di narrazione più dimesse. Che è come a dire: non illudetevi, non c’è in questi sfoghi nessun contenuto liberatorio, nessun riscatto.

A me resta ancora da capire se esista, dalla vicinanza di queste vite malate, uno sbocco che non sia la contaminazione. Fontana è convinto che ci sia; che la malattia e la morte siano smagliature nel tessuto del reale dalle quali può entrare della luce.

Cerco di restituirne [della malattia] l’aspetto doloroso ma anche illuminante. E cerco anche di sciogliere i nodi che la realtà invece non è in grado di sciogliere.

I suoi racconti puntano a questo: e lo fanno con audacia e soprattutto con franchezza, che è forse la qualità che più ho amato di queste storie. In modo consapevole l’autore ha inserito elementi di illuminazione, piccole epifanie (come lui le chiama) che ci investono come un flusso caldo: così che poi tutto il resto, a prima vista frammentario, risulta invece compattamente teso verso queste aperture; e come giustificato.