Storia di una Moot Court: l’esperienza di Mario

maggio 4th, 2016 | by Sandra Innamorato
Storia di una Moot Court: l’esperienza di Mario
Interviste

Raccontare le proprie esperienze in poco tempo è un lavoro più faticoso che piacevole, e nel nostro caso, raccontare sei mesi della propria vita in giro tra vecchio e nuovo continente non è un compito facile. Per chi ascolta, però, rimane il piacere di vedere la chiara emozione sul volto di chi racconta, e questo basta a ripagarci di tutto quello che il narratore ha dovuto tralasciare. Ho voluto che Mario raccontasse la sua esperienza come farebbe con un amico piuttosto che rispondere alle mie domande. Ho vestito quindi i panni del lettore curioso, che interviene ma non dirige, proprio per potermi godere il piacere dell’emozione che sapevo mi avrebbe mostrato e per poterla mostrare a voi.

“Comincia pure a raccontare.”

“Ti racconterò tutto fin dall’inizio. La Willem C. Vis International Arbitration Moot, giunta quest’anno alla sua 23esima edizione, è la più grande competizione e simulazione di diritto commerciale internazionale, ma in generale è una delle più grandi Moot Court esistenti, infatti vede la partecipazione di 311 team provenienti da ogni parte del mondo e Pavia è uno di questi. Tutto ha inizio tra i mesi di giugno e luglio, quando ogni università seleziona gli studenti che andranno a rappresentarla istituzionalmente a tutti gli effetti. Proprio per il ruolo istituzionale che ci si impegna a rivestire, l’università, dal canto suo, si impegna egualmente a rimborsare tutte le spese che la competizione prevede. La selezione avviene sulla base della media dello studente (media minima di 26/30) e dell’ottima conoscenza della lingua inglese (tutta la competizione si svolge in lingua inglese). A luglio siamo stati selezionati io e i miei altri tre compagni di team: Michael Teodori, Maria Negri e Sara Scordo.

Il 2 ottobre è uscito il Caso, l’oggetto del nostro lavoro, un caso studiato da numerosi giuristi che lavorano nel settore e pensato per essere attaccabile da ambo le parti. Il caso è una sorta di sintesi tra lo studio di casi simili e elementi totalmente nuovi, sarebbe altrimenti troppo facile risolverlo e scarsamente competitivo. Come ti dicevo, è pensato in modo tale da essere attaccabile da ambo le parti. Si compone di due soggetti, il Claimant e il Respondent, una parte che agisce in giudizio e una parte che viene chiamata in giudizio. Il nostro compito era difenderli entrambi, in questo modo si garantisce che tutti vengano valutati sulla base degli stessi mezzi poiché tutti hanno lo stesso compito da portare a termine. Se così non fosse, infatti, si potrebbe finire per valutare una parte come più facile o difficile dell’altra, la difesa del Claimant come più facile di quella del Respondent, ad esempio. Fino a metà dicembre si lavora al documento scritto, il Memorandum di difesa per l’attore (Claimant). Si tratta di un lungo lavoro di studio del caso e di produzione delle argomentazioni di cui disporremo quando saremo giudicati dagli arbitri. Il caso è in lingua inglese così come tutte le normative sono leggi comunitarie internazionali. Il primo approccio, quindi, è con qualcosa che non si conosce quasi per nulla. Non abbiamo una forte preparazione in merito e lo considero un peccato.”

“Ho sentito pochissime volte parlare della Moot Court, o almeno, nel nostro ateneo.”

“In Italia questa competizione è purtroppo abbastanza sottovalutata. Tutti i team delle altre università che abbiamo affrontato erano composti da molti più membri rispetto al nostro, nonché da plurimi coach di riferimento. Il motivo di tanta organizzazione, da parte degli atenei stranieri, e della partecipazione quantitativamente più massiccia, sta nel fatto che questa competizione non è vista solo come la semplice simulazione di un arbitrato internazionale, ma come un’occasione che permette agli studenti di scoprire cosa vuole davvero dire praticamente tutto ciò che hanno sempre studiato. Il nostro studio è molto manualistico e poco pratico, soprattutto in Italia, il rischio quindi è di arrivare al momento della laurea senza sapere nulla di pratico sul lavoro che si vorrà svolgere. Questa competizione permette di colmare almeno in parte questa carenza, a prescindere da se l’ambito specifico nel quale si compete sarà poi la strada che si intraprenderà. Bisogna conoscere molto bene l’inglese, come dicevo, ma non tutti avranno di sicuro molta dimestichezza con l’inglese tecnico prima della competizione. In sede di arbitrato, infatti, bisogna rivolgersi ai giudici con un gergo tecnico preciso, comportarsi secondo regole specifiche, che solo quel luogo permette di conoscere a pieno.

A metà dicembre si consegna il Memorandum per il Claimant e dopo si lavora a quello per il Respondent. Parliamo di un effettivo scambio di ruoli, si difende colui che prima si attaccava ed è fantastico perché guardare le cose da entrambe le parti ci ha permesso di vederle meglio, di notare ciò che magari prima ci sfuggiva, nonché di migliorare la nostra strategia.”

“Chi vi ha aiutato durante tutta la competizione?”

“Purtroppo noi non avevamo un coach di riferimento; la professoressa Rossolillo, responsabile del progetto, è stata per noi una figura fondamentale, ci ha innanzitutto istruiti a dovere, durante i primi mesi, fornendoci tutte le conoscenze teoriche di cui avremmo avuto bisogno. Ma ci ha aiutato come poteva, sempre, nonostante i suoi numerosi impegni. Ad affiancarla poi sono subentrati i professionisti di uno studio legale di Milano, che ci hanno seguito durante tutto il percorso, tenendo fede ad un rapporto collaborativo con i team pavesi che dura già da due anni. Parlo dello studio LCA. Con cadenza mensile eravamo loro ospiti a Milano e potevamo usufruire di tutta l’esperienza dei professionisti del settore. Di base, però, c’è stato un grande lavoro di gruppo. Lo ripeterò sempre, la nostra vittoria più grande è stata quella di aver formato un gruppo solido e molto unito. Non ci conoscevamo ma abbiamo lavorato benissimo insieme senza dare vita a forme di cattiva competizione, e questo ha reso il clima del nostro lavoro sempre sereno. I miei compagni si sono dimostrati ragazzi non solo estremamente intelligenti e in gamba ma soprattutto delle bellissime persone. Non abbiamo mai affrontano un problema scontrandoci ma sempre cercando di trovare insieme la soluzione migliore. Non ci sono state mai tensioni tra noi e di base è quasi naturale, invece, che queste si presentino perché è normale che tutti vogliano farsi conoscere e apprezzare in prima persona. Noi, invece, abbiamo capito fin da subito che lavorare come un team sarebbe stata la strategia che ci avrebbe portati avanti. Ci siamo divisi equamente il lavoro, assecondando ciò per cui ognuno di noi era naturalmente portato, ma tutti abbiamo lavorato tanto, con la stessa dose di impegno, e tutti abbiamo riconosciuto il lavoro dell’altro. Da questo punto di vista, la Moot Court si è dimostrata un’esperienza umana di altissimo livello.

Il 19 gennaio abbiamo consegnato il Memorandum per il Respondent. Lo studio legale è rimasto molto soddisfatto del nostro lavoro tanto da investire in noi e mandarci in America per 20 giorni. Le fasi finali della competizione si tengono a Vienna dal 18 al 24 marzo, ma esistono numerose Pre-Moot, dei mini tornei, dal punto di vista del risultato non rilevanti per la competizione di Vienna, ma dotati di una propria classifica interna. Sono il primo approccio al Moot, una fase di esercitazione che permette di arrivare pronti a quella che sarà la competizione finale. Mentre la fase scritta, i memorandum, rappresentano la fase del lavoro prodotta in autonomia, i Pre-Moot sono l’inizio della fase del confronto vero e proprio con gli altri team. I Pre-Moot più importanti si tengono a New York, per questo motivo lo studio legale, dati i nostri buoni risultati, ha deciso di mandarci proprio lì. Abbiamo partecipato a 6 Pre-Moot: quello della Fordham University, quello dell’I.C.D.R. (International Center for Dispute Resolution), il Pre-Moot di Hughes Hubbard and Reed, quello della N.Y.U., e per finire quello dell’Association of the Bar of the City of New York. Il confronto con professori e professionisti è stato costante perché tutti loro si sono cimentati con estremo piacere in questa competizione, e questo perché la Moot Court non è soltanto un progetto universitario ma un’esperienza di vita che lascia qualcosa di incredibile a chiunque vi abbia mai partecipato. Il settore dell’arbitrato internazionale, che io ho trovato estremamente interessante, è comunque un settore di nicchia rispetto ad altri, ma che grazie a questa competizione continua ad affermarsi. L’arbitrato, come metodo di risoluzione delle dispute, è molto differente rispetto a metodi più classici. Nel merito del caso italiano, dove vige un sistema giudiziario molto lento, potrebbe diventare garante di un sistema più scorrevole, produrre risoluzioni delle dispute sempre più veloci, semplici ed efficaci.

Dopo il Pre-Moot dell’N.Y.U. abbiamo conosciuto i ragazzi del team di Harvard che ci hanno invitato a Boston per allenarci con loro, e di sicuro nessuno di noi avrebbe mai immaginato un anno fa di finire ad Harvard.”

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“Com’è stato il confronto? Con Harvard così come con tutti gli altri team?”

“Noi siamo fieri del fatto che, pur essendo solo in quattro, siamo riusciti a tenere testa a tutti quanti e a non ritrovarci mai sconfitti dopo ogni confronto. Ci siamo impegnati quanto più potevamo, abbiamo dato il cento per cento di noi stessi. Di fatto partecipare a questo progetto significa comunque perdere un semestre universitario, noi siamo riusciti a sostenere qualche esame nella sessione invernale ma è molto complicato occuparsi delle due cose insieme. Se però ci si impegna a dovere si ottengono soddisfazioni e queste ripagano ogni altro sacrificio. Abbiamo affrontato a testa alta team che, forti di una lunga abitudine ad un metodo di studio più interattivo, e utilizzando la loro lingua madre, avevano in teoria tutti i presupposti per dimostrarsi a noi nettamente superiori. Non c’è stata vera competizione tra nessuno, in realtà. Durante questa competizione non si compete con l’università che si ha di fronte ma si compete con se stessi e con gli arbitri: si è lì per spiegare perché si crede di aver ragione e non per fare luce sul torto che crediamo appartenga agli altri. Viene infatti apprezzato il fatto che non si posa mai lo sguardo sul team rivale ma si affrontano sempre gli arbitri.

La competizione vera e propria funziona in questo modo: In giudizio si va in 2 contro i 2 avversari, ognuno ha 14 minuti a disposizione per argomentare, più uno di rebattle. Si argomenta prima in questione di giurisdizione, la prima parte, per poi mantenere la stessa struttura per la questione di merito, la seconda parte: Claimant 14 minuti, Respondent 14 minuti, Claimant 1 minuto e di nuovo il Respondent con 1 minuto. Nel pieno della propria argomentazione si è interrotti continuamente dagli interventi degli arbitri. Lo schema del proprio discorso viene completamente stravolto, bisogna essere infatti pronti a rispondere per poi tornare sui propri binari e continuare. Per convincere gli arbitri bisogna mostrarsi pronti e preparati su tutto, accettare le domande che vengono rivolte quasi con soddisfazione, quasi le si stesse aspettando, e utilizzarle come propri punti di forza. Al termine del dibattito i tre arbitri si riuniscono per decidere chi ha ragione. Nel caso dei Pre-Moot, i feed-back dei giudici, ottenuti alla fine delle prove, sono di vitale importanza per migliorarsi in vista del prossimo confronto. Spesso molte squadre vanno ai Pre-Moot per appropriarsi delle argomentazioni altrui, noi invece abbiamo mantenuto le nostre il più possibile, levigando e perfezionando tutto ciò che richiedeva un lavoro di revisione, ma senza cambiarne la sostanza. Il nostro lavoro di ricerca era valido e funzionava così com’era.

L’ultimo Pre-Moot si è tenuto a Budapest, uno dei Pre-Moot più importanti in una città che reputo bellissima. Lì abbiamo conosciuto e affrontato team diversi, abbiamo incontrato per la prima volta i sudamericani, ad esempio. Più i giorni del Moot passavano e più ci rendevamo conto che condividevamo molto con tutti gli altri. Avevano tutti lavorato sullo stesso caso per mesi come noi, il Moot era stato ciò che aveva riempito i loro ultimi 6 mesi come i nostri, erano sconosciuti ma allo stesso tempo parte di un’unica famiglia di cui tutti facevamo parte. Tutte le persone che abbiamo conosciuto non erano solo estremamente in gamba ma molto umili, cosa che ci ha permesso non solo di apprezzarli ancor di più ma di creare amicizie che sono certo dureranno negli anni.

Tutti vorremmo non fosse mai finito, dopo il Moot si parla addirittura di “Post Moot Depression”, perché dopo aver vissuto in questa comunità enorme non è facile come sembra tornare alla normalità, ai vecchi ritmi e ai vecchi impegni.

Io voglio continuare a promuovere il Moot e a spiegare perché è un’esperienza importantissima e un’occasione unica di crescita. Chiunque dovrebbe volerla fare, credo che non ci sia nulla nel percorso universitario con le stesse caratteristiche e gli stessi pregi. Si diventa consapevoli dei propri mezzi al Moot, e così si diventerà un giorno sempre più competenti. E’ un fiore all’occhiello anche solo dal punto di vista curriculare perché indica abilità specifiche che il mondo del lavoro cerca. Noi vogliamo continuare a crederci, ad essere presenti come coach negli anni a venire per rendere Pavia sempre più competitiva. Quest’anno ha vinto l’Università di Buenos Aires e, dopo la vittoria, il suo team ha pubblicato un bellissimo post nel quale ha scritto che dietro al loro successo c’è stato un lavoro di Mooties su Mooties, un aiuto da parte dei vecchi per i nuovi, ed è da qui che bisogna partire. Quest’anno la visibilità del progetto è aumentata, il Rettore ci ha convocato in rettorato per congratularsi con noi e lo abbiamo appezzato molto. L’interesse è cresciuto, sicuramente a seguito dei buoni risultati già ottenuti nella parte scritta, ma è giusto così perché non si può prescindere dai risultati che, se buoni, avranno di sicuro voce.

“Si vede chiaramente che hai piacere a parlarne.”

“Ho piacere a parlarne perché ne sono entusiasta. Continuo ad averne voglia, per quello che può fare per Pavia e per me stesso. Io vorrei fare proprio questo nella vita, quest’esperienza mi ha segnato e ha dato una piega diversa ai miei progetti per il futuro. E quando mi laureerò vorrò essere il più competente possibile, in un ambito che, grazie al Moot, ho potuto conoscere e scegliere.”