Chi ha fatto l’amore la prima volta…

maggio 2nd, 2016 | by Sofia Frigerio
Chi ha fatto l’amore la prima volta…
Cultura

La mia chiacchierata con Daniela Bonanni e Gipo Anfosso, curatori del libro “La mia prima volta con Fabrizio de Andrè” non poteva aver luogo in un contesto più adatto. Siamo seduti nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitara di Pavia, dove dal 10 marzo è allestita la mostra “Fernanda Pivano e Fabrizio De André. Ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”.

La prima a parlare è Daniela.

Il progetto è iniziato tre anni fa, nel giugno del 2013. Sia io che Gipo eravamo consapevoli che un’operazione del genere potesse essere fatta, in Italia, solo con Fabrizio de Andrè.

Facevamo così: le persone che incontravamo per strada, dicevamo loro: “Stiamo mettendo in piedi questa raccolta di testi…” e poi una breve spiegazione del progetto, con l’invito a raccontare la loro prima volta con De Andrè. La reazione che mi ha sempre stupito è che quasi tutte le persone si fermavano un attimo e poi dicevano: «Sì, ce l’ho».

Ma poi c’è stata tutta la discussione per la scelta del titolo…

Daniela si volta verso Gipo, c’è uno scambio di sguardi che lascia intendere una storia ben più lunga. Poi torna a rivolgersi a me.

Io mi sono incaponita; sono ancora convinta che “la mia prima volta” richieda immediatamente di raccontare una storia, la propria storia.

Interviene Gipo sull’argomento.

Io avrei scelto un altro titolo, avevo in mente qualcosa come “Il mio Fabrizio De Andrè”. Perché alla fine il risultato è stato che ognuno ha raccontato la propria esperienza con De Andrè, e questa non era necessariamente “la prima volta”. Io, per esempio, ho raccontato di quando mettevo a dormire mio figlio piccolo cantandogli le sue canzoni. Altri addirittura hanno raccontato del suo funerale…

Ma il titolo è rimasto quello. Abbiamo però aggiunto “305 storie”, un numero che sicuramente non avremmo mai pensato di raggiungere.

Quello che è particolare è che la cosa è nata a Pavia e si è poi diffusa. C’è un nucleo friulano, che abbiamo raggiunto tramite Daniela. C’è poi un nucleo ligure, che è invece frutto del mio lavoro. Ci sono anche musicisti che hanno suonato con De Andrè, musicisti che suonano e cantano De Andrè. Il progetto ha avuto tutto un suo sviluppo imprevedibile, sia dal punto di vista delle dimensioni che quello qualitativo. Su 300 storie, 250 sono proprio belle: belle perché io leggendole ho riso, ho anche pianto in alcuni casi. E non è facile, far piangere o ridere nello spazio di 20 righe.

Io credo sia merito suo: De Andrè è riuscito a estrarre, a tirar fuori il meglio da tante persone. Soprattutto mi ha colpito quante persone abbiano messo a nudo aspetti della loro personalità che in altre occasioni non avrebbero scoperto così facilmente. Invece con De Andrè è venuto facile.

E’ Daniela ora a parlare.

Si trattava di far scrivere le persone. C’è tanta gente che ha voglia di scrivere e ha bisogno solo dell’occasione per farlo.  Noi abbiamo dato loro quell’occasione, niente di più. Su 305 storie, posso dire che non ce ne sia una uguale all’altra.  Il nostro lavoro, mio e di Gipo, è stato semplicemente di raccoglierle.

Abbiamo chiesto a tutti nome, cognome e data di nascita. Uno aveva scritto “Passavo l’estate in un paese del Veneto”, lo abbiamo chiamato e gli abbiamo chiesto di scrivere il nome di quel paese. Così le persone si riconoscono, gli episodi sono storicizzati, legati a un certo luogo e a un certo momento storico.

Il discorso a questo punto si sposta, si allarga per includere una riflessione più generale su De Andrè e sul rapporto del pubblico con le sue canzoni.

E’ Gipo a prendere la parola.

La mia generazione ha avuto con De Andrè un rapporto trasgressivo: De Andrè era quello delle parolacce, quello delle prostitute. Sono cose che adesso fanno quasi ridere. Mentre prima De Andrè era vissuto come “anti”, negli ultimi anni si scoprono maestre che insegnano De Andrè nelle classi, e genitori che lo fanno ascoltare ai propri figli. Cambiano le generazioni e cambia anche il modo di assaporare la sua musica.

Il bello del titolo è anche questo: che per tutti è scattata una prima volta. Che non è quasi mai la prima volta che lo si sente; ma esiste una prima volta in cui parte l’innamoramento. E’ questo istante ciò che viene descritto nella maggior parte delle storie.

Cambiano i modi di ricezione, ma i giovani continuano ad apprezzarlo. Io credo abbia a che fare col fatto che De Andrè è sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati. Per questo riesce a creare una forte empatia con i giovani. Forse il suo messaggio è visto, ora, in termini meno trasgressivi o rivoluzionari. Ma continua a creare una forte adesione.

Bisogna anche pensare che de Andrè non è rimasto fermo: c’è stata la fase trasgressiva ma anche una “Creuza de ma” che ha rivoluzionato completamente il rapporto tra musica, parole, lingua, dialetto. Che veniva cantata anche da persone che magari non ne conoscevano il significato: però aveva qualcosa di irresistibile.

Daniela porta l’attenzione su un altro aspetto del fascino che De Andrè continua a esercitare.

Questo va considerato unitamente alla poesia. De Andrè è riuscito a sintetizzare in un modo straordinario dei concetti che erano così importanti e così difficili. Ha questa capacità di sintesi, di creare immagini…

All’inizio mi ponevo il problema: ma non uscirà, da questa raccolta, qualcosa di troppo retorico? E non è stato assolutamente così. Ci sono, in queste 305 storie, toni anche dissacranti:  chi l’ha sentito con gli scout, molti in spiaggia, molti per “cuccare”. Chi ha fatto l’amore la prima volta con sotto una sua canzone.

Il tono della conversazione è più che mai disteso, ora. Gipo conclude con un aneddoto.

Sono andato nel negozio di Via del Campo, qualche anno fa, quando Morgan aveva rifatto Non al denaro, non all’amore né al cielo. Mi metto a parlarne con il proprietario, gli dico: «Beh, ha fatto una cosa che mi sembra rispettosa..».

Lui allora mi guarda e fa: «Oh belin, ma se l’ha già fatta de Andrè, che bisogno c’era di rifarla?»

Ridacchiamo tutti. Capisco che è stato detto tutto ciò che mi premeva di sapere. Meno un’ultima cosa.

Qual è la vostra canzone preferita?

Via del Campo, perché è la canzone che mi ha avvicinato a De Andrè e Il suonatore Jones, perché è un manifesto poetico…

La canzone dell’amor perduto. Ho anche un’adorazione per Il chimico. Avevo quindici anni quando sono usciti Storia di un impiegato e Non al denaro, non all’amore né al cielo. Questi album per me sono stati folgoranti. Non una semplice colonna sonora della mia adolescenza: mi sono basato su ciò che dicevano.

In quegli anni, De Andrè è stato per me un maestro di vita.