INDIE #20: Anomalisa

aprile 27th, 2016 | by Antonio Emmanuello
INDIE #20: Anomalisa
Birdmen

Con un’animazione di 90 minuti si chiude la ventesima edizione di Indie Rassegna di Cinema Indipendente, e lo fa in bellezza con una stop-motion d’altissimo livello, con un prodotto finanziato grazie al crowdfunding e con una comicità delicata e intervallata da momenti allucinogeni.

È questo sostanzialmente Anomalisa di Charlie Kaufman. Il Kaufman di Essere John MalKovich e di Se mi lasci ti cancello. Anche stavolta non si smentisce portando in scena un dramma psicologico e personale. Doppiamente personale, in cui due persone sole trovano per un breve attimo un punto d’incontro, creando una solitudine in buona compagnia. È sostanzialmente il concetto del lonely crowd, sentirsi soli anche tra la folla, percepire tutti come un’unica cosa e finire per provare quel taedium vitae perenne che colpisce il protagonista. Per rendere quanto più tangibile questa sensazione, il regista mette in campo un’enorme metafora in cui Michael Stone, pur essendo un uomo di successo nel suo campo, pur essendo apprezzato, pur avendo una famiglia e molti amici, non riesce a sentirsi completo, anzi percepisce tutti con la stessa voce e cerca per questo il silenzio, le chiacchiere l’annoiano, e piuttosto che convivere con quelli che sembrano tutti uguali, preferisce isolarsi, ordinando la cena in camera, evitando i contatti col resto del mondo. Cerca anche nel suo passato un qualcuno che possa essere diverso senza però risultati ed è bizzarro, se non anche divertente, come una persona con tali bisogni sia poi competente nel servizio clienti. È forse anche questo uno dei messaggi, che ci arriva per vie traverse da Lisa che si nasconde dietro la cornetta del telefono e così si aliena di fronte a persone che presto o tardi cominceranno ad avere tutte la stessa faccia, che non vede, e la stessa voce, che sente distorta attraverso l’apparecchio.

Ma è sotto la doccia che le cose cambiano e per qualche attimo l’uomo che pareva pacato si anima partendo alla ricerca di quella voce diversa. Trova finalmente Lisa, una donna non troppo bella, senza nulla di particolare se non una cicatrice, senza nulla di diverso, se non la voce così differente da tutte le altre. Scatta subito una scintilla basata più sul sentire che sull’ascoltare. A Michael interessa più la voce che quel che la voce dice, a Lisa piace sentirsi apprezzata e adulata, è attratta perché ha di fronte un suo idolo piuttosto che una persona che ha conosciuto. Basta infatti una notte di passione, delle allucinazioni e la luce del sole a ristabilire il piatto nell’elettrocardiogramma del protagonista. Tutto di lei comincia a dargli fastidio e ben presto Lisa non è più un’anomalia, ma solo una delle tante facce.

«Anomalia. Prima di scoprire questa parola soffrivo a sentirmi diversa»

Si arriva all’apice durante la conferenza che ha portato i due personaggi a Cincinnati, durante la quale la percezione della realtà di Michael cede quasi completamente e in un discorso schizofrenico passa dal parlare in toni tentennanti del suo lavoro, attraversa il catastrofismo parlando della società giungendo infine alla sua stessa solitudine con parole di sconforto.

«Che vuol dire soffrire? Che significa essere felice?»

Ed è alla fine, tornato a casa che ci rendiamo conto che non è stato tutto casuale. Le reazioni, i comportamenti stranianti, il nome dell’hotel, il Fregoli, che ricorda l’omonima sindrome chiamata anche “di Capgras” e che ci fa capire come non sia stress, stanchezza, schizofrenia, ma una vera e propria percezione di un mondo che si dissolve, che non si riesce più a riconoscere che perde pezzi come egli perde la faccia mostrando quello che è il suo scheletro di pupazzo.

Non riconosce più gli amici, non riconosce la famiglia, si sente perseguitato, è un uomo che sperava nella luce sinestetica che proveniva dalla voce di Lisa che invece si dissolve velocemente facendolo crollare ancora di più in terribili allucinazioni deformanti, che sembrano glitch di un ipotetico matrix di stampe 3D, quali sono i personaggi. La composizione simmetrica e centrale aumenta la percezione della situazione borderline del protagonista, la telecamera sempre stabile si muove solo durante i trip fino a compiere gli stessi movimenti durante la folle corsa per il corridoio.

Kaufman ancora una volta mette in scena dei temi psicologici, ma lo fa in maniera diversa, sperimenta, crea una stop-motion credibile e stupenda, un passo-uno da 12 frame al giorno, due anni di produzione maniacale che comportano una nomination agli Oscar senza aggiudicargli la vittoria.

Con la sua sobria comicità, con le sue allucinazioni alienanti, il film è una degna conclusione della rassegna che ha saputo scegliere un film passato purtroppo in sordina, in pochi cinema e per troppo poco. È effettivamente un film che può non intrattenere, ma non essendo questo l’unico scopo del cinema, merita la visione, una o più volte.